Dal disagio al disgusto: in viaggio tra le emozioni più caratteristiche della paura

Lettori del mistero, la nebbia si contorceva come un sudario umido, avvolgendo ogni cosa in un silenzio denso di presagi. Non era una notte per i vivi, ma qualcosa di strisciante, assetato di sangue, si muoveva tra le ombre. E noi, amanti dell’orrore, eravamo lì, sull’orlo dell’abisso, pronti a spingere lo sguardo oltre il limite della sanità mentale, pronti ad esplorare emozioni dense di oscurità. 😉

L’essenza della paura si nasconde in un labirinto di sensazioni, un pentagramma emotivo su cui gli artigiani dell’orrore compongono le loro macabre melodie per raggiungere il migliore effetto drammatico possibile. Si tratta di cinque vibrazioni primarie, cinque oscuri accordi che risuonano attraverso le pagine e lo schermo, modulando il terrore che ci avvolge. Non sempre essi sono presenti in egual misura, né necessariamente tutte insieme, queste cinque chiavi emotive sono gli strumenti prediletti da scrittori, sceneggiatori e registi per scardinare le porte della nostra psiche. Riusciranno a dosarle con maestria, a trovare la combinazione perfetta per condurci sull’orlo del precipizio drammatico?

Il mestiere di chi evoca l’orrore si snoda su un doppio binario: dare forma scritta al terrore e, attraverso questa forma, orchestrare le pulsazioni del racconto. La suspense, il sussulto improvviso del jump scare, la vertigine inattesa del colpo di scena: strumenti affilati forgiati nella fucina della narrazione. Quando la mano è esperta, questi momenti si fondono con l’essenza stessa della storia, emergendo come ombre naturali da un crepuscolo ben costruito. Ma guai se l’artificio si svela, se la forzatura stride come un’unghia sulla lavagna dell’inconscio. Allora, la magia si infrange, rivelando un’aggiunta posticcia, un’eco vuota nel cuore pulsante del racconto.

Cinque chiavi per scardinare l’anima, cinque gradini che conducono inesorabilmente all’oscurità più profonda. Non un ordine casuale, ma una precisa progressione studiata per avvilupparvi in una spirale di crescente inquietudine: il disagio, subdolo serpeggiare di un’ombra inattesa; la paura, un sussurro gelido che preannuncia la minaccia; il terrore, l’urlo muto di fronte all’inevitabile; l’orrore, la rivelazione abominevole che lacera il velo della realtà; e infine, il disgusto, la repulsione viscerale che contamina l’anima. Questa è la scala maestra su cui i maestri dell’incubo ci invitano a salire, un viaggio senza ritorno nel cuore pulsante dell’ansia.

Il disagio è un nodo alla gola che serra il respiro, è la sensazione di piombo fuso che paralizza le gambe al primo presentimento di un male oscuro. È l’eco di silenzi troppo densi, di bisbigli striscianti alle spalle come serpi nell’ombra. È l’equilibrio precario di chi cammina sul ponte di una nave in tempesta, con l’abisso pronto a inghiottire al primo passo falso. È la pagina bianca dove una mappa avrebbe dovuto guidarci, l’assenza che grida più forte della presenza. È la mano che sfiora, il contatto fugace che lascia dietro di sé un vuoto inquietante, la sparizione silenziosa di ciò che era nostro. A volte, il disagio si manifesta come un’increspatura nel tessuto della realtà, un mondo che si ostina a danzare fuori sincrono con i nostri sensi, rifiutandosi di piegarsi al nostro sguardo.

Il disagio è considerato il primo stage, una sentinella silenziosa del viaggio nell’orrore. Può essere evocato da tanti elementi: un ambiente inedito, un confine invalicabile, una premonizione funesta (come nella serie di Final Destination), una persona appena conosciuta nel cui sguardo leggete minacce velateche (ad esempio Orphan), uno straniero misterioso (vedi la serie Halloween). È fruscio tra le fronde, uno scricchiolio che risale le scale, l’ululato nel vento e le luci che sfarfallano nel corridoio. Da un punto di vista tecnico il senso di disagio può essere modulato in modo efficace solo nel primo atto perchè si tratta di un precursore, una sensazione delicata che si dissipa quando arriva il vero terrore. Non è specifico. Una volta raggiunto il punto di non ritorno quando lo sconosciuto fa sentire la sua presenza (uccidendo o possedendo le persone) allora il disagio ha fatto il suo lavoro. Nei film o nei libri che parlano di case misteriose ci sono standard Freudiani che rafforzano la sensazione di disagio. La stanza chiusa a chiave è un esempio comune (The Skeleton Key; Softley 2005).

L’essenza perturbante del disagio risiede in questo sottile gioco con l’ignoto e con la nostra irrefrenabile brama di trasgressione. Avete mai posto un divieto a un bambino? La sua curiosità si acuirà come una lama, e quel confine proibito diverrà l’oggetto del desiderio più ardente. Allo stesso modo, la stanza chiusa a chiave non è solo uno spazio negato, ma un enigma che pulsa nell’ombra. È la soglia verso un regno di meraviglie inesplorate o la porta d’accesso a un inferno silente? Il disagio si ammanta di una suspense strisciante quando il silenzio notturno è squarciato da gemiti indistinti, quando graffi sinistri percorrono le pareti come artigli invisibili, quando il ritmo frenetico di piccoli piedi risuona in corridoi deserti. Un filo di luce che filtra da sotto una porta sigillata, un’ombra fugace percepita oltre la soglia: frammenti inquietanti che alimentano la nostra immaginazione più oscura, trasformando la semplice attesa in un’agonia. Si può aggiungere suspense al disagio utilizzando suoni notturni, graffi sulle pareti e sul pavimento, piedi di bambini che corrono in giro (Dark Water; Salles 2005), una luce accesa che filtra sotto la porta o dei movimenti che si percepiscono all’interno.

La porta è una barriera simbolica che impedisce l’ingresso ma può anche essere un portale verso l’altro. Non deve essere neppure la porta di una stanza ordinaria, può essere quella di una cella o un piano dimenticato e nascosto di un ospedale (Boo; Ferrante 2005 – Autopsy; Glerasch 2008), l’ala di un manicomio chiusa per rinnovamento (Session Nine; Anderson 2001). Questi elementi aumentano l’aura di mistero e confermano la sensazione di disagio. In una casa c’è l’attico con tutti i suoi bauli segreti pieni di giocattoli posseduti e sedie a dondolo che si muovono da sole, (Black Christmas; Clark 1974); in cucina c’è la credenza dove ci si può nascondere da Michael Myers (Poltergeist; Hooper 1982; The Amityville Horror; Douglas 2005); nei garage puoi trovare roulotte chiuse a chiave che possono contenere…chi lo sa? Forse è troppo presto per esplorare lo spazio oscuro e profondo e non abbiamo ancora raggiunto il momento dell’incontro con altri esseri viventi, forse.

E poi c’è la cella della prigione o uno sgabuzzino segreto. Ogni serial killer che si rispetti ne ha uno (Il silenzio degli innocenti; Demme 1991), spesso completo di pozzo (The Hole; Dante 2009), compartimenti nascosti e simboli satanici (The Sect; Soavi 1991). Una stanza nascosta è utile per esplorare dei tunnel segreti, lo spazio maledetto e nascosto dove nascondere i propri demoni. Ne Il silenzio degli innocenti è davvero necessaria la cella di una prigione per tenere a bada gli psicopatici? Non potrebbe essere meglio la stanza di un manicomio più facilmente controllabile? Hannibal Lecter, il peggiore di tutti gli psicopatici ha una parete di vetro, spessa ma trasparente, così nulla ci protegge dalla sua fame (mmm… fegato). Quando il Dr Chisholm porta Clarice Starlin a fare un tour l’autore ci da una ottima lezione di disagio che diventa paura. Tutto inizia con il dottore che la avvisa man mano che la scena procede, le mostra una fotografia (che tiene sempre con sè) dell’infermiera sfigurata che Hannibal si è mangiato. Tiene lontana la protagonista dai corridoi dell’ospedale (dove c’è un paziente matto), discendono le scale fino a una porta rossa chiusa a chiave e poi con un giro di camera di 360 gradi sbirciamo nella guardiola prima di affrontare il pauroso corridoio. Closer…Clo-ser! Sibila Hannibal, ragno sulla sua mosca.

Il disagio è oggetto e soggetto favorito dello scrittore di storie di fantasmi e paranormale. Molti horror asiatici sviluppano bene queste tecniche. Il disagio può essere correlato al futuro, l’ansia quando ci si preoccupa di quello che potrà accadere. È una sensazione molto efficace perchè non è radicata in nulla di concreto. Con il disagio quasi ogni oggetto nelle vicinanze assumerà un significato più grande dell’oggetto stesso. Due dei più grandi horror di sempre L’esorcista (Friedkin 1973) e The Shining (Kubrick 1980) modulano il disagio per un periodo parecchio prolungato.

Paura. Un brivido sottile, la consapevolezza strisciante che qualcosa non va. Non una semplice sensazione, ma un’ombra che si allunga su di noi, sussurrando un pericolo imminente. Immagina il suono lontano di sirene, che si fanno sempre più vicine, fino a quando il rosso lampeggiante ti sorpassa, inghiottito dalla stessa strada che stai percorrendo verso casa. Oppure, per un istante eterno, il vuoto gelido nel punto esatto dove un attimo prima c’era una piccola mano nella tua. A volte, è un presagio silenzioso: una busta anonima che reclama la tua attenzione, un appuntamento che si trasforma in un’assemblea di volti tesi, carichi di un’ansia contagiosa. È l’eco di un pericolo che non hai ancora visto, una minaccia indefinita che si insinua nell’aria. Non importa se la sua origine è oscura, se la sua forma è incerta: la paura è reale, palpabile. È la valuta oscura che alimenta gli incubi sullo schermo, il battito accelerato nel petto dell’ignaro protagonista che si avvicina all’ignoto. L’ombra si sta muovendo. La senti anche tu?

Se manca la paura allora manca la connessione tra il pubblico e il protagonista. La migliore cosa che si possa fare in questo momento è creare un senso di insicurezza nel lettore o nello spettatore, da qui possono nascere scene da incubo. La domanda fondamentale in questo caso è “Qual’è il peggio che può accadere?” Create questo scenario e di certo aggiungerete una bella dose di paura alla vostra opera. Una volta che avrete avuto paura, sarete sollevati perchè almeno i vostri timori erano fondati – anche se un pazzo con una motosega tra le mani vi stà dando la caccia. Nel film Don’t Look Now (Roeg, 1973) si parte con movimenti veloci che provocano disagio e paura. Una bambina piccola gioca vicino a uno stagno, suo fratello va in bicicletta su dei vetri rotti. C’è una bambola di G.I. Joe ma con la voce da donna. C’è un cavallo che corre selvaggio in lontananza attraverso i campi – per lo spettatore tutto sembra sbagliato. I genitori, il cui ruolo è ricoperto da Donald Sutherland e Julie Christie, sono dentro casa, hanno mangiato il pasto della domenica (forse). Lui prepara una presentazione architettonica sulle chiese del rinascimento italiano. C’è del sangue sullo scivolo, Qualcuno o qualcosa di rosso è seduto in un dondolo. La loro figlia indossa un cappotto rosso. Improvvisamente non la si vede più. Il panico genitoriale è alle porte. Lui esce e si lancia nell’acqua gelida. Si immerge e riemerge con il corpo senza vita. Sua moglie esce traballante e collassa a terra con un terribile urlo di dolore. Paura.

La paura può anche essere crescente, con il tempo sempre più intensa. Un buon esempio è The Vanishing (Sluizer, 1988) nel quale una giovane coppia che stà facendo un tour in Francia decide di fare un pausa a bordo strada. Saskia lascia Rex al computer e scompare, senza lasciare traccia. Ricomparirà tre anni più tardi, quando Rex inizia a ricevere messaggi dal suo rapitore. Quasi tutto il film si gioca sulla paura crescente. Il protagonista Rex ha la sensazione che sia tutto sbagliato ma non sa cosa c’è in gioco davvero. Può solo aggirarsi nel buio, incapace di opporre resistenza, fino a quando va incontro al suo inevitabile destino.

La paura è anche ben modulata in The Mist (Darabont, 2007), man mano che gli esseri che si muovono nella nebbia intrappolano gli abitanti del piccolo paese in un supermercato locale. Ogni tentativo di uscire si scontra con le spetate creature; una volta che i personaggi si uniscono tutti insieme, la storia diventa interna e si rivela il vero horror nella forma della pazza donna cristiana: Mrs Carmody. Man mano che raccoglie seguaci invocando i testi biblici e condannando i razionalisti, il nostro eroe e suo figlio diventano coscienti che il vero nemico è il fondamentalismo che risiede nella mente delle persone e che la caccia alle streghe porterà a un sacrificio di sangue: Lasciate chi è senza peccato…La paura è inesplicabile perchè è reale; il protagonista sa che l’inspiegabile deve ancora accadere ma non è in grado di fare nulla a riguardo. Questo chiude la trappola attorno ai nostri insospettabili partecipanti. Il maestro non può lasciare via di scampo al protagonista, altrimenti cade la credibilità. Il ponte deve essere crollato (The Evil Dead, Raimi 1981), tutti i soldi devono essere stati spesi nell’acquisto della proprietà (The Amityville Horror, Rosenburg, 1979), la mappa deve essere andata persa (The Blair Witch Project, Myrick e Sanchez, 1999). L’oscurità discende, l’ultima fiamma di luce si spegne mentre i lupi mannari e i vampiri si risvegliano. La paura è la prova emotiva che noi ci siamo identificati nel modo appropriato con il protagonista mentre questo discende nel mondo dello sconosciuto.

Il terrore. L’apice nero, l’istante in cui l’orrore si manifesta in tutta la sua putrida gloria. Dimentica la paura, l’ansia strisciante di ciò che potrebbe accadere. Il terrore è l’adesso, un pugno nello stomaco che ti toglie il respiro. È l’incubo che si materializza di colpo, strappando il velo della finzione per mostrarti la sua carne viva e pulsante. Immagina la creatura, sbavante di un acido corrosivo, le fauci spalancate su un intrico di lame affilate. Questo è il terrore. L’urlo che squarcia il silenzio, non un avvertimento, ma il suono primordiale della carne che si lacera. È la maschera di orrore dipinta sul volto della vittima, un riflesso distorto del tuo stesso panico che monta. Il terrore non concede tregua, non lascia spazio al pensiero. È qui, adesso, una presenza nauseabonda che ti fissa con occhi famelici. Lo senti il suo fiato gelido sul collo?

Il buon regista userà tagli veloci mostrando movimenti congelati, strappi, lacrime, denti, dettagli del nascondiglio, le lame dei coltelli che scintillano al buio. Non c’è via di fuga mentre il cuore batte nel petto all’impazzata. È viscerale e semplice come una auto sbucata dal nulla che avanza verso di noi a tutta velocità. L’adrenalina pura farà lottare il protagonista per la propria vita o lo farà fuggire ma tanto sappiamo che nessuna di queste soluzioni sarà efficace. Alcuni sostengono che il terrore debba essere usato con parsimonia. Pensate alla scena di un inseguimento in un film di azione che non può durare in eterno dopo che sono state inserite tutte le varianti dei salti, delle cadute, e dei salti attraverso le finestre con i vetri in frantumi che si spargono attorno. Le scene di azione sono puro spettacolo e come tali sospendono la trama e lo sviluppo del personaggio. I film che hanno successo nel tenere lo spettatore sul filo del rasoio sia attraverso il secondo che il terzo atto sono rari. In Halloween (Carpenter, 1978), una volta che Michael inizia ad uccidere di nuovo non si ferma mai. In egual misura è Texas Chainsaw Massacre (Hooper, 2007), Saw (Wan, 2004), Feast (Gulager 2005) [Rec] (Balaguero e Plaza, 2007) e Eden Lake (Watkins, 2008). E vogliamo non citare Terrifier? Un capolavoro del terrore.

Visto che è così difficile riuscire a mantenere questa emozione a lungo, è buona pratica utilizzarla per le fasi finali del film o del libro. Texas Chainsaw Massacre lo fa con la scena della festa a cena quando Clarice si ritira con James Gumb e [REC] lo gestisce facendoci urlare come scolarette proprio nel frame finale. Utilizzare il terrore non è complesso perché sono momenti che devono essere scritti senza tagli, senza sovra descrizioni o troppo interplay sul personaggio. Queste scene richiedono molta preparazione, utilizzatele saggiamente e risparmiate il vero terrore per il vostro personaggio principale.

C’è anche la convenzione del doppio risveglio ben esemplificata da American Werewolf in London (Landis, 1981) dove David Kessler si risveglia da un incubo correndo attraverso la foresta solo per scoprire che il suo rifugio è stato circondato da uomini lupo qualche istante prima del vero risveglio. Questo genere di doppio o falso shock (comune in Final destination) funziona solo come colpo di scena ironico, horror, ad esempio nel film Tremors (Underwood 1990) o Piranha 3D (AJA 2010), il finale deve avera una grande frase ad effetto e un sonoro urlo. In gergo tecnico questo si chiama la grande risata nel quale viene preparata una scena di terrore ma la si fa sgonfiare solo per rilanciarla verso il pubblico verso la fine. Di solito il pubblico ride perché non è in grado di distinguere tra il falso shock e quello vero. Bisogna però portare attenzione perché se si approfitta troppo di questo effetto si rischia di minare l’integrità e la credibilità dell’opera. Va utilizzato con parsimonia e aggiungerà emozioni senza misura all’esperienza. Il sogno termina e il terrore si risveglia molto bene in Carrie (King, De Palma; 1976), dove il finale felice, invece di essere il funerale di Carrie è l’incubo infinito del suo pazzo tormentatore. Il terrore deve sempre essere una sorpresa, anche se il risultato è quello di creare tensione, disagio e paura costruiti lungo tutta la storia, o invece arrivare dal nulla. Se utilizzate il terrore nella prima parte del libro deve essere breve, altrimenti più tardi dovete fare tutto il possibile per sostenerlo.

Orrore è una fotografia di Auschwitz. È l’autopsia aliena, il rumore dei corpi in putrefazione che vengono aperti e mostrati su un bizzarro tavolo in Texas Chainsaw Massacre (Hooper, 1974). Inizialmente quando il mondo è stato consapevole dell’olocausto non si riusciva a capire la scala di una tale carneficina. L’orrore crebbe con la contemplazione delle cose terribili che erano state fatte e il modo in cui embrava di essere tornati ad un epoca non civilizzata. Non è una paura presentita, l’orrore è meno efficace nell’ immediato rispetto alle emozioni precedenti.

Ma quando usciremo dalla sala cinematografica sarà l’orrore che porteremo con noi, per questo è così importante. L’orrore è la considerazione non solo di quello che i Cenobiti (Hellraiser, Baker 1987) fecero ai loro prescelti, ma l’aspetto sadomasochistico che loro e noi volevamo, in qualche modo…come possiamo vedere nell’ espressione rapita di Frank quando viene letteralmente tagliato a metà da una catena. Non è solo la possessione di Regan nell’Esorcista (Friedkin, 1973), la fine del quale combina terrore e orrore in modo ottimale, noi siamo sia emozionati che affascinati durante la scena dell’autopsia o sulla scena di un crimine.

Pensate a come noi rimaniamo perplessi quando in un libro c’è una discussione tra due personaggi e subito dopo ci aspettiamo un massacro decente. Un esempio cinematografico è Seven, con le fotografie delle vittime sgranate e di bassa qualità, oppure all’ inizio de Il Silenzio degli innocenti. Ci viene mostrata una immagine luminosa e ben definita di una infermiera passata tra le mani del buon Hannibal. Il pubblico vuole di più, sempre di più. La fuga di Lecter è una sequenza da cinema Grand Guignol, inizia quando quando sentiamo gli spari e l’indicatore dell’ascensore salta da un piano all’altro. Numerosi poliziotti circondano l’edificio, isolando il piano dove Lecter è tenuto in una grande gabbia artificiale. Termina quando entrano con le pistole spianate e trovano un collega sgozzato e accomodato come un crocifisso rinascimentale. L’orrore di quanto accaduto è catturato in una immagine statica che si combina con la nostra contemplazione di quello che immaginiamo possa essere successo. Solo una incredibile follia può aver pensato un simile tableau. E ancora, non è finita perché Lecter non è più in giro. Il sergente Pembyry giace prostrato, la sua faccia è una maschera di sangue, è ancora vivo ma incapace di parlare. Puro orrore. L’orrore non è mai abbastanza, e più tempo passiamo con l’ oggetto della nostra repulsione più ci abituiamo ad essa: inserite ripetute scene con elementi orrorifici e perderanno ogni efficacia. Deve essere usato con moltissima parsimonia, sparso come gocce di sangue, sangue scuro e viscoso.

Disgusto. Ricordi la familiarità del sangue che cola, la pelle strappata? Poi, la metamorfosi inquietante. Non più ferita viva, ma una crosta scura, aliena, che si radica nella tua carne. Una curiosità morbosa ti assale: cos’è questa escrescenza innaturale? Quale segreto abietto cela sotto la sua superficie ruvida? E se… se la grattassi via? Ecco il disgusto. Un richiamo primordiale all’orrore che si insinua sotto la pelle. È lo sguardo fisso sull’indicibile, qualcosa di così profondamente sbagliato da lasciare un segno indelebile nella mente. È viscerale, certo, ma anche intimo, una reazione al ripugnante che ti appartiene, eppure è universale come la nausea. Ma nel regno dell’orrore, il vero potenziale del disgusto è rimasto a lungo sopito, soffocato dal pudore e da un mondo già fin troppo intriso di abomini reali. Solo quando il sipario della guerra è calato, rivelando abissi di depravazione, l’orrore ha osato spingersi oltre, nel territorio viscido e putrescente del disgusto puro. Ora, preparati. L’abietto sta per mostrarsi in tutta la sua sconvolgente realtà. E non potrai distogliere lo sguardo.

Prima della guerra c’erano i vampiri, Frankenstein era un pazzo e gli uomini lupo erano meno viscerali. Uccidere era di solito fatto tramite strangolamento, come in Rope (Hitchcock, 1948) oppure gli spari erano senza sangue. Psycho (Hitchcock 1960) fu il primo film a introdurre coltellate multiple (senza una penetrazione dell’arma) e così venne permutato in bianco e nero, con salsa al cacao spacciata per sangue. Il padrino del grottesco e il creatore del genere film splatter fu Herschall Gordon Lewis con Blood Feast (Lewis, 1963) il film fu un esercizio gratuito di cattiva recitazione ma ebbe il merito di portare il grottesco sullo schermo. Gli italiani Mario Bava e Dario Argento aggiunsero violenza, complessità morale e penetrazione con un arma.

Negli Stati Uniti il disgusto fiorisce nel lavoro di Wes Craven nelle scene estese di tortura (viene introdotta la motosega come arma splatter per la prima volta) in L’ ultima casa sulla sinistra (Craven, 1972) e Le colline hanno gli occhi (Craven, 1977), ma non dimentichiamo La notte dei morti viventi di Romero (Romero, 1966) il precursore di molti zombie mangia persone che sono appaarsi nei film nel 2000. È con l’arrivo degli Slasher negli anni ’70 che si è popolarizzato il grottesco, opere come Black Christmas (Clark, 1974), Texas Chainsaw Massacre (Hooper, 1974), e Halloween (Carpenter, 1978) ci hanno portato a casa le carneficine. Rick Baker, vinse un Oscar per il grottesco make up degli effetti speciali di American Werewolf in London (Landis, 1980), insieme agli effetti di Rob Bottino in The Things (Carpenter, 1982) diedero il via agli effetti speciali prostetici, e aprirono i cancelli a opere come Hellraiser (Barker, 1987) e i film grotteschi iniziarono a dividersi in multipli sottogeneri.

Cari lettori del mistero, non illudetevi che il sipario sia calato. Queste emozioni primordiali, queste ombre che danzano ai confini della percezione, non sono che un assaggio. Esistono abissi ancora più oscuri, terrore inimmaginabile che pulsa silenzioso, in attesa del momento propizio per rivelarsi. E di questo… di ciò che si annida nel profondo, di ciò che striscia nell’ombra più fitta… ne parleremo ancora. Oh, sì. Ne parleremo molto presto. Fino ad allora, vi lascio con questo pensiero inquietante. Dormite sonni tranquilli… se ci riuscite.

Alice Tonini

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Letture Estive Oscure: Maggio, Avventure da Non Perdere

L’estate sta bussando alle nostre porte, portando con sé la promessa di relax e libertà. Ma per noi cultori del lato oscuro della letteratura, c’è un altra eccitante prospettiva all’orizzonte: immergervi in trame oscure e segreti inconfessabili. Mente il sole scalda la pelle lasciate che un buon mistero vi regali brividi da accapponare la pelle. La stagione è perfetta per perdersi tra indizi, colpi di scena e la risoluzione finale di un enigma che vi terrà svegli fino all’alba.

Ricordate la promessa del mese scorso? Queste settimane sono state un turbine creativo di scrittura e di editing, un lavoro nell’ ombra per nutrire la nostra passione comune. Ma non solo! Ho anche lanciato una esplorazione dell’ ignoto, un faro di parole per attrarre nuove menti curiose nel nostro universo letterario. Perché diciamocelo con forza: leggere è molto più di un passatempo: è la chiave per scardinare le prigioni del pensiero unico, è un viaggio senza confini tra le mille sfaccettature del reale (e dell’ immaginario) , è il riconoscimento prezioso di ogni singola unicità che ci rende straordinariamente umani.

Ho anche dato una bella spolverata in giro! 😉 Volevo ricordarvi che iscriversi al blog è un modo super comodo per non perdersi nemmeno un articolo e sbirciare contenuti pensati apposta per voi. Però, se la vostra casella fa le bizze con le mie notifiche o se i miei messaggi rimangono li a prender polvere, beh, forse i miei racconti e le mie riflessioni non fanno per voi. Non sono a caccia di folle oceaniche, sapete? Il mio desiderio è chiacchierare con voi, stimolare qualche pensiero interessante e, magari, lasciarvi con qualcosa di utile. Se i miei posti non vi dicono nulla, nessun problema, ci incontreremo in altre avventure. ☺️

Scovare quei preziosi istanti per dare vita alle storie… un’impresa non trovate? La quotidianità ci trascina in mille direzioni e le ore che ci restano sembrano evaporare nel nulla. Eppure in quei rari momenti di quiete interiore, quando la mente si affaccia all’ abisso delle idee, nascono parole cariche di un eco misteriosa. Ogni singola frase che troverete qui è un frammento di quel silenzioso dialogo con l’ignoto, un pensiero che ho voluto strappare all’ ombra per condividerlo con voi, compagni di viaggio nei sentieri inesplorati della mente.

Le lancette del nostro orologio letterario virtuale del mistero segnano un’altra pausa ma il tempo si sà che è un inganno. Mentre le ore scorrono, il prossimo enigma sta già prendendo forma, sussurrandovi promesse di nuove avventure nell’ ignoto. Il nostro viaggio non si conclude qui, anzi ci addentreremo sempre più nel cuore pulsante dei misteri della letteratura. Preparatevi perché presto una nuova storia farà capolino pronta a tenervi compagnia e forse a turbare i vostri sogni. A presto, anime curiose. ♥️

Alice Tonini

Una risposta a “Letture Estive Oscure: Maggio, Avventure da Non Perdere”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bello! Adesso mi aspetto grandi cose fascinosissime!!!

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Pessimismo e Desiderio in Jude l’Oscuro

Bentrovati lettori del mistero e dell’ignoto, oggi porto alla vostra attenzione un’opera di Thomas Hardy intitolata Jude l’Oscuro. L’autore è molto conosciuto per la sua impronta romantica ma allo stesso tempo realista. Nato in Inghilterra, nel Dorset, da una famiglia di modeste origini si dedicò dapprima all’architettura per poi abbandonarla per la letteratura. La sua vita non presenta eventi degni di un qualche rilievo ma la sua arte letteraria intrisa di valori vittoriani ma anche moderni e novecenteschi ci mostra il contrasto tra la vita ideale che ognuno di noi desidera e la vita squallida che siamo destinati ad avere. In tutto ciò Jude l’Oscuro è la sua ultima opera e raggiunge l’apice del pessimismo.

Desiderio, questa è la singola parola che può riassumere il romanzo di cui parliamo oggi, pubblicato per la prima volta nel 1895.

Jude Fawley, figlio di una famiglia di contadini, è uno strano miscuglio di intelligenza, ambizione e piacevolezza. La sua prima sentita richiesta alla sua famiglia è per poter ricevere una educazione universitaria. Sa benissimo che il primo passo per raggiungere il suo obiettivo è l’apprendimento del latino e del greco. Nonostante la sua famiglia non navighi nell’oro, si impegna a lavorare nella panetteria della prozia e riesce a procurarsi i testi necessari. Il problema successivo è il tempo che impiega per infilare tutta questa conoscenza nella sua mente. Nonostante a volte si comporti in modo puerile si dimostra un multitasker precoce studiando latino mentre lavora al forno.

Nella sua testa adolescenziale fa capolino la religione che rimane per lui solamente una visionaria speranza, qualcosa di approssimativo, vicino ad una nuova Gerusalemme. Ed entra anche Arabella e la consapevolezza sessuale. L’ arrivo di questa figlia di Eva è pesantemente impregnato di simbolismo. Nella prima edizione lei, descritta come attraente, grezza e superficiale, viene caratterizzata come sempre pronta a soddisfare i suoi desideri. Cotanto realismo all’epoca causò oltraggio e non pochi problemi all’autore che nelle edizioni più tarde si trova costretto a moderare le descrizioni dell’artiglieria del protagonista. Inalterata rimane la parte che riguarda la capacità creatrice della donna che spiega a Jude che è “naturale per una donna portare cose vive nel mondo”. Loro sono amanti e quando lei resta incinta Jude la sposa in modo onorabile.

La fine dei suoi sogni? No, visto che per capriccio Arabella scompare di scena presto, e dopo un paio di anni di matrimonio partirà per nuove conquiste in Australia. Jude rinnova la sua appartenenza alla conoscenza trasferendosi a Christminister, dove ha sede l’università ma rimarrà sempre un outsider. Scriverà lettere toccanti per chiedere consigli ma riceverà solo inviti a rimanere in silenzio oppure a “rimanere nella sua stessa sfera sociale.” Aprirà una bottega artigiana e una notte, frustrato, utilizza lo scalpello per inscrivere una frase tratta dal libro del lavoro sul cancello del college “I have understanding as well as you; I am not inferior to you.” Noi ci identifichiamo con lui e non possiamo non simpatizzare con questo blando atto di vandalismo.

Compare nella sua vita Sue Bridehead, cugina attraente e neurotica intellettuale, può essere la donna perfetta per lui? Tu lettore del mistero e io possiamo immaginare la risposta, ma le orecchie di Jude sono sorde al nostro «Non penso proprio». Quando la loro consapevolezza di essere due esseri estranei che vogliono sposarsi li mette davanti ai loro precedenti matrimonio falliti vanno entrambi in crisi. Infatti, come Jude, Sue è stata sposata ma ha lasciato il marito. Durante la relazione con Jude diventa ossessionata dal divorzio e dalle lettere dell’avvocato, che per Jude non significano assolutamente nulla ma le trova solo poco cordiali e spontanee. nulla ma solo che sono più avanti nei tempi in vedere la legalità come uno snuffer out di cordialità e spontaneità. Non si sposano e passano gli anni. Arrivano i bambini, due dalla loro unione e uno spedito da Arabella direttamente dall’ Australia.

Purtroppo un oscuro destino attende questa famiglia proto-bohemiana. Posso dirvi solo che alla fine Jude pronuncierà un sentito elogio funebre, e sembrerà felice.

La risposta dei moralistici vittoriani all’opera fu parecchio dura e Hardy fece giuramento di rinunciare alla novella che aveva scritto dicendo:«Un uomo deve essere uno stupido per rimanere deliberatamente in piedi mentre gli sparano.» A quanto pare ebbe dei ripensamenti…Comunque sia se vi piace il pessimismo di questa storia vorrete leggerne altre dello stesso autore. Un consiglio, potete iniziare con Tess degli d’Urbevilles ugualmente cupo e affascinante. Vi segnalo poi la recente biografia di Hardy scritta da Claire Tomalin: è davvero eccellente.

Anche per oggi vi saluto lettori! Ci rileggiamo presto, nel frattempo vi auguro come al solito una buona lettura.

Alice Tonini

2 risposte a “Pessimismo e Desiderio in Jude l’Oscuro”

  1. Avatar Silvia Lo Giudice

    Ho letto Via dalla pazza folla e ne ho scritto nel mio blog. La tua ottima recensione e il film che Polanski ha tratto da Tess d’Auberville, mi hanno convinta a rimanere al Thomas Hardy solare di Via dalla pazza folla. Buona serata.

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  2. Avatar Giganti della Letteratura: Dialoghi tra Sogni ed Illusioni | Alice Tonini

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Pasqua: simbolismo e tradizioni che uniscono sacro e profano

Carissimi lettori del mistero bentrovati. Oggi parliamo della tradizione della Pasqua e di alcuni animali simbolo di questa ricorrenza. La Pasqua, cuore pulsante della primavera è una festa che intreccia sacro e profano, tradizioni e rinnovamento. Oltre alla celebrazione della resurrezione di Cristo, evento centrale per la fede cristiana, la Pasqua è un mosaico di simboli antichi che affondano le radici in riti pagani e tradizioni popolari. In questo articolo sveliamo come si sono fusi con la narrazione cristiana arricchendo di significati e tradizioni questa festa così importante.

L’uovo, nella sua forma semplice e perfetta, racchiude in sé un profondo simbolismo legato alla vita e alla rinascita. Già nelle antiche civiltà, l’uovo era considerato un simbolo di fertilità e di rinnovamento, legato al ciclo della natura e al risveglio primaverile. Con l’avvento del Cristianesimo, questo simbolo si è arricchito di un nuovo significato, rappresentando la Resurrezione di Cristo, la sua uscita dal sepolcro, e la promessa di una nuova vita. La tradizione di decorare le uova pasquali affonda le sue radici in tempi remoti. Già nel Medioevo, era usanza dipingere le uova con colori vivaci e decorazioni elaborate, per poi regalarle come segno di buon auspicio e prosperità. I colori, spesso ottenuti da tinture naturali, avevano un significato simbolico: il rosso, ad esempio, rappresentava il sangue di Cristo, mentre il verde simboleggiava la speranza e la rinascita. Oggi le tecniche di decorazione delle uova variano a seconda delle tradizioni regionali. In alcune zone, si utilizzano colori naturali e motivi geometrici, mentre in altre si preferiscono decorazioni più elaborate, con fiori, animali e simboli religiosi. In Europa orientale è diffusa la tecnica del “pisanka”, che consiste nell’utilizzare cera d’api e tinture per creare disegni intricati sulle uova. In Italia, invece, è tradizione decorare le uova con fiori e foglie, utilizzando la tecnica della “marmorizzazione”. Accanto alle uova dipinte, la tradizione pasquale si è arricchita, nel corso del tempo, con l’uovo di cioccolato. Nato come un’evoluzione delle uova di gallina, l’uovo di cioccolato è diventato un simbolo della Pasqua moderna, soprattutto per i bambini. La sua diffusione è legata all’industria dolciaria, che ha saputo trasformare un’antica tradizione in un prodotto di consumo di massa.

Il coniglio o la lepre, con la loro proverbiale capacità di riprodursi, sono da sempre associati alla fertilità e all’abbondanza. In molte culture antiche, questi animali erano considerati simboli della primavera e della rinascita della natura. La loro presenza nei campi in questo periodo dell’anno li ha resi figure familiari e rassicuranti, portatrici di buone novelle. L’associazione del coniglio/lepre con la Pasqua ha radici antiche, che risalgono a tradizioni pagane legate al culto della dea Ostara, divinità germanica della primavera. Con la diffusione del Cristianesimo, questa figura è stata gradualmente integrata nella simbologia pasquale, diventando un portatore di uova e un simbolo della Resurrezione. In molte culture, il coniglio pasquale è un personaggio amato dai bambini, che porta loro uova di cioccolato e altri dolciumi. Questa tradizione, diffusa soprattutto nei paesi di lingua tedesca e anglosassone, ha contribuito a rendere il coniglio un simbolo iconico della Pasqua. Sebbene spesso usati in modo intercambiabile, il coniglio e la lepre sono animali diversi, con caratteristiche e simbologie leggermente differenti. La lepre, più grande e selvatica, è spesso associata alla luna e alla notte, mentre il coniglio, più piccolo e domestico, è legato al sole e al giorno. In alcune tradizioni, la lepre è considerata un animale magico, capace di trasformarsi e di portare messaggi dall’aldilà.

La colomba, con il suo piumaggio bianco e il volo leggiadro, è da sempre considerata un simbolo di pace, purezza e speranza. Nella tradizione cristiana, la colomba è anche il simbolo dello Spirito Santo, che discende su Gesù durante il battesimo nel fiume Giordano. La sua presenza nella narrazione biblica, come messaggero di pace dopo il diluvio universale, ha contribuito a rafforzare il suo significato di riconciliazione e armonia. Accanto al significato simbolico dell’animale, la colomba è anche un dolce tradizionale della Pasqua italiana. La sua forma, che richiama l’immagine della colomba in volo, è un omaggio alla pace e alla Resurrezione. La ricetta della colomba pasquale, con la sua pasta soffice e profumata e la croccante glassa di mandorle, è un simbolo di festa e condivisione. Le origini della colomba pasquale sono avvolte nella leggenda. Alcuni la fanno risalire al VI secolo, quando il re longobardo Alboino avrebbe ricevuto in dono un pane a forma di colomba come segno di pace. Altri, invece, la collegano alla tradizione milanese del XX secolo, quando un fornaio avrebbe creato un dolce a forma di colomba per celebrare la fine della Seconda Guerra Mondiale. Oltre al suo significato religioso e culinario, la colomba è anche un simbolo di speranza e rinascita.

L’agnello, con la sua innocenza e purezza, è un simbolo centrale nella tradizione pasquale. Nell’Antico Testamento, l’agnello era sacrificato durante la Pasqua ebraica, in ricordo della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto. Nel Nuovo Testamento, Gesù Cristo è identificato come l’Agnello di Dio, sacrificato per la salvezza dell’umanità. Il suo sacrificio è visto come un atto di amore e redenzione, che libera l’uomo dal peccato e dalla morte. La tradizione di consumare l’agnello durante il pranzo pasquale è un modo per ricordare il sacrificio di Cristo e celebrare la sua Resurrezione. L’agnello, cucinato in vari modi a seconda delle tradizioni regionali, è un simbolo di festa e condivisione, che unisce le famiglie attorno alla tavola. Oltre al suo significato religioso, l’agnello è anche un simbolo di innocenza, purezza e mansuetudine. La sua immagine è spesso utilizzata nell’arte e nella letteratura per rappresentare la bontà e la virtù. La sua presenza nella simbologia pasquale rafforza il messaggio di speranza e rinascita che caratterizza questa festa.

In conclusione, la Pasqua è una festa ricca di simboli e tradizioni, che affondano le radici in tempi antichi e si intrecciano con la narrazione cristiana. L’uovo, il coniglio, la colomba e l’agnello sono solo alcuni degli elementi che compongono questo mosaico di significati, che ci invitano a riflettere sul mistero della vita, della morte e della Resurrezione. Anche per oggi è tutto, spero che questo articolo vi sia stato utile, vi auguro una buona Pasqua e ci risentiamo al prossimo articolo.

Alice Tonini

La Magia della Medicina Antica a Kos #2

Lettori dell’ ignoto riprendiamo la nostra passeggiata a Kos, alla ricerca della magia che nell’antichità si nascondeva nella medicina.

Il maestro, che si dice sia vissuto fino a 109 anni, nella prefazione alla sua maggiore opera sull’arte medica scrisse: « Nessuno può raggiungere la perfezione in quest’ arte, perché la nostra vita è troppo breve, mentre l’arte medica è lunga da appendere e piena di difficoltà.»

I suoi consigli avevano la forma di brevi aforismi che denotavano non solo molto buon senso, ma anche una notevole conoscenza della psicologia; prima, ovviamente, che lo stesso concetto di psicologia venisse formulato. I suoi aforismi, con annotazioni e aggiunte successive di medici greci e romani come Discoride, un medico militare greco del I secolo a.C., e Galeno che visse nel II secolo d.C., furono tradotti e pubblicati in Inghilterra, nel 1708, dal dottore C.J.Sprengell, che nell’introduzione scrive: «Questo libro mi è costato molto sia di lavoro, sia di spese, ma tutto questo sarà insignificante in considerazione della soddisfazione che ne trarrò se il lettore ne otterrà vantaggio.»

Il libro, un bel volume con le effe al posto delle esse, come si faceva a quei tempi, cita parecchi argomenti trattati da Ippocrate, dal latte (“non si dovrebbe dare latte a chi ha problemi di mal di testa o ha la febbre”), alla tristezza e i suoi effetti: «Ci sono persone che sono tristi e piene di paure, ma per un breve periodo di tempo e per determinati motivi. Quelli che invece, lo sono senza una ragione apparente possiedono sangue denso e pesante, non sudano e hanno le loro funzioni animali in disordine. Per loro, il solo intervento possibile è una lobotomia al momento giusto, o un vomito ben preparato».

Ippocrate credeva profondamente nell’equilibrio del corpo. Se una persona stava male per avere mangiato troppo bisognava che liberasse l’intestino. «Qualunque malattia causata dalla sazietà, va curata con l’evaquazione.» Come molti medici del suo tempo, era favorevole alle purghe e agli emetici che liberassero il corpo dal cibo avariato o in eccesso. Ma raccomandava anche: «I corpi che non riescono a purgarsi devono, prima di prendere dell’elleboro, prepararsi a quest’erba con una dieta abbondante, liquido e con molto riposo. Perchè se l’elleboro, o un altro forte emetico, viene assunto a stomaco vuoto, o con il corpo riscaldato da qualche esercizio o altro, può provocare forte irritazione, causare convulsioni o addirittura la morte. Casi del genere se ne sono verificati e non pochi!»

Sono esigue, purtroppo, le annotazioni lasciate dal filosofo che fanno riferimento a erbe medicinali specifiche, come l’elleboro, il cui fiore bianco, velenoso, viene usato sia come sedativo che come tranquillante. Dagli scritti dei suoi colleghi però possiamo fare qualche seria ipotesi, almeno su alcune delle erbe che era solito usare.

L’erbario di Discoride tradotto in inglese da John Goodyear nel XVII secolo, è una guida completa alle erbe medicinali che sono tuttora in uso. Mentre un libro contemporaneo: Erbe di Grecia di Alto Dodds Niebuhr riporta numerose citazioni di Discoride, come per esempio nel caso dell’ortica romana (Urtica pilulifera), una pianta erbacea a stelo lungo che può raggiungere anche l’altezza di un metro. Il suo nome greco è tsuknes e Discoride dice di lei:«Le foglie macerate con piccoli crostacei ammorbidiscono la pancia, eliminano l’aria interna e smuovono l’urina.»

Un’altra pianta molto utilizzata nei tempi antichi, e quasi certamente anche al tempo di Ippocrate, era la pianta verde gialla della ruta (Ruta graveolens) quella a cui Shakespeare faceva riferimento come “erba della grazia.” Può diventare alta anche mezzo metro e si raccoglie prevalentemente nei mesi di maggio e giugno e nonostante la sua puzza veniva usata nelle insalate. Per gli antichi era valida soprattutto perchè il suo odore teneva lontani gli insetti di ogni tipo e la si metteva a fasci nei cortili delle case. Il suo nome greco è apigheros ed è con quel nome che Discoride la cita come erba che: «se masticata fa sparire i cattivi odori che vengono dalla cipolla e dall’ aglio.» La raccomanda inoltre per «causare lo scorrere del mestruo.»

L’erba più conosciuta, naturalmente era quella che i romani chiamavano Conium maculatum, i greci amaranghas e noi cicuta. È una pianta biennale, con radici e fiori bianchi, e macchie viola sul gambo vuoto. È il veleno che uccise Socrate.

Nel corso della sua vita Ippocrate fece molti viaggi all’ estero per accrescere le sue conoscenze, ma poi ritornava a Kos dove una volta, dei rivali gelosi tentarono di bruciargli l’ospedale, incolpandolo. Ma lui era troppo stimato nella sua isola.

Nel secolo scorso, gli archeologi hanno scoperto a Kos i resti di un ospedale antecendene l’Asclepieon che risalgono al 336 a.C., ma l’ultimo rudere conservatosi venne distrutto da un terremoto molti secoli più tardi, nel 554 d.C. Oggi il luogo è circondato da bellissimi cipressi e da quello che doveva essere un parco sacro con sorgenti che portano tracce di zolfo e di calcio, sostanze già allora usate per molte cure.

Forse il monumento più bello al padre della medicina è l’immenso platano che porta il suo nome e che si estende con i suoi rami sopra la piccola piazza chiamata Plateia Platanos. L’albero che in inverno sembra senza vita domina l’antica sorgente le cui fresche acque rinnovano ogni anno il suo vigore, permettendogli così di formare con le sue foglie una cupola d’ombra sull’area circostante. Si dice che proprio sotto questo antico albero Ippocrate sedesse ed esponesse a quanti erano disposti ad ascoltarlo le sue teorie sulla medicina.

Proprio sotto questo platano termina la nostra passeggiata. Il nostro viaggio tra il mistero e l’ignoto però è appena iniziato quindi ci troviamo al porto e prendiamo la prima nave per……..il luogo più misterioso e ignoto per antonomasia. Restate connessi, ci leggiamo prestissimo.

Alice Tonini

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