L’arte del disgusto: come l’horror sonda le nostre paure più nascoste

Carissimi lettori dell’ignoto, ben trovati. Tempo fa avevo promesso che saremmo tornati a parlare del nostro amato cinema horror e avrei fatto con voi una carrellata di alcuni dei sottogeneri più particolari. Sarò onesta con voi. Alcuni dei sottogeneri che vi cito nell’articolo hanno dato vita a opere che si possono includere negli annali della storia del cinema ma allo stesso tempo comprendono titoli “spazzatura” che sono veri e propri buchi nell’acqua.

Nel panorama del cinema horror contemporaneo, una nuova oscurità si è fatta strada, alimentata da una terminologia che opera come un incantesimo distorto: Torture Porn, Gorno, Splastick e Splatterpunk. Con l’avvento della CGI e di effetti speciali sempre più realistici ed economici, ciò che un tempo sembrava “hokey” (ingenuo o finto) è diventato terribilmente credibile, raggiungendo un pubblico sempre più vasto e affamato di brividi e di emozioni distorte.

Questa evoluzione ha dato vita a filoni horror che non si limitano più a spaventare, ma che vogliono disgustare.

Lo Splastick, per esempio, è una variante che unisce l’orrore alla commedia, creando un umorismo macabro nel mezzo di sangue e viscere. Film come Bad Taste (1987) di Peter Jackson, Slither (2006) o persino Child’s Play (1988) trasformano il disgusto in una fonte di risate nerissime, un modo per elaborare l’orrore attraverso il grottesco.

Ma il vero baratro del disgusto lo si raggiunge con il cinema asiatico estremo e i suoi “balletti di sangue” come Ichi the Killer (2001) e Tokyo Gore Police (2008), film che portano lo splatter a livelli quasi surrealistici. Questo genere ha raggiunto il suo apice alla fine degli anni 2000, un periodo in cui anche l’Europa, in particolare la Francia, ha risposto con opere di rara brutalità come Martyrs (2008) e Frontier(s) (2007), film che hanno scavato nel profondo della sofferenza umana. Non si può non menzionare anche il danese Antichrist (2009) di Lars von Trier e l’olandese The Human Centipede (2009), opere che hanno spinto i confini del disgusto fino al limite dell’insostenibile.

Tuttavia, è il Torture Porn, con franchise come Saw e film come Hostel di Eli Roth, ad aver guadagnato la peggior reputazione. Il suo obiettivo non è la paura, ma la contemplazione quasi voyeuristica della sofferenza umana, con un focus sadico su torture ingegnose e inumane.

Ma cos’è che ci fa davvero rabbrividire? Il disgusto è un’emozione primordiale, un’antica difesa contro ciò che è putrido, sporco o tossico. A differenza della paura che accelera il battito cardiaco, il disgusto lo rallenta, quasi a voler fermare il corpo di fronte a qualcosa di insopportabile. Nel cinema horror, questa emozione viene manipolata attraverso sette categorie principali:

* Contaminazione: Il terrore che qualcosa o qualcuno infetto possa raggiungerci. È una paura ancestrale, erede delle piaghe del passato, che rivive nei film di zombie, in Slither o in Contagion.

* Funzioni Corporee: L’orrore di fronte a fluidi, secrezioni, vomito, muco o, peggio ancora, la decomposizione del corpo. È l’intrusione del biologico, del putrido, in un’immagine che vorremmo pulita e integra.

* Ferite e Trauma: La vista di un corpo sventrato, spezzato, incapace di guarire. Qui il disgusto si lega all’empatia, al desiderio che la sofferenza dell’altro finisca, un’identificazione che rende l’orrore ancora più personale e viscerale.

* Tortura: L’umiliazione e il dolore inflitti al corpo umano. È un disgusto che sorge dalla nostra empatia per la vittima, a meno che l’aggressore non sia una figura che rompe ogni legame sociale, come un sociopatico o un serial killer.

* Corpo Sminuzzato: Il taglio, lo squartamento, il pestaggio o qualsiasi azione che esponga e danneggi l’interno del nostro corpo. È l’orrore della nostra fragilità fisica, di fronte a un’integrità che si dissolve.

* Cibo Estraneo o Marcio: Il ribrezzo per ciò che è ammuffito, alieno o corrotto, anche solo nell’aspetto. Un disgusto istintivo, radicato nella nostra sopravvivenza, che si manifesta anche nel cannibalismo o nella consumazione da parte di altri esseri.

* Splicing e Antropomorfismo: L’unione non scientifica tra esseri diversi, un’aberrazione che viola le leggi della natura. Film come Splice, The Human Centipede o Dead Ringers esplorano il disgusto che nasce dal disordine biologico, dall’alterazione della nostra forma umana.

Infine, esiste un tipo di disgusto più profondo, il disgusto morale. Un’emozione culturalmente costruita e introiettata che spesso si riversa in giudizi etici, fobie o paure verso ciò che percepiamo come “sporco” o “diverso”, che si tratti di identità, razze o comportamenti che esulano dalla norma. In questo senso, il disgusto non è solo una reazione fisica, ma un’arma potente, capace di plasmare i nostri giudizi e le nostre paure più recondite.

Il cinema horror, nella sua forma più estrema e conturbante, ci obbliga a guardare in faccia tutto questo. Ci costringe a confrontarci con ciò che è innominabile, sporco e abietto, non solo fuori di noi, ma anche nelle pieghe più oscure della nostra psiche.

Alice Tonini

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Rituali Notturni: Camminare tra Fantasmi e Storie

Cari lettori del mistero oggi la domanda “Con quale frequenza cammini o corri?” ha un che di ordinario, quasi banale. Ma per me, la risposta non è solo una cifra, un numero di giorni a settimana. È un’immersione, un rituale che si fonde con l’essenza stessa di ciò che amo: l’orrore e la letteratura del mistero. Non corro, il mio corpo non me lo permette, ma cammino. E non lo faccio di giorno, sotto il sole innocuo, ma quando il sole tramonta e l’aria si fa più scura e densa di segreti.

C’è qualcosa di profondamente catartico nel muoversi in un mondo che si assottiglia, dove le luci stradali diventano bagliori incerti e le ombre si allungano e si distorcono, creando forme spettrali. È in queste passeggiate serali che la mia mente si libera, e le storie che popolano i miei scritti trovano la loro linfa vitale. Ogni vicolo deserto può nascondere un segreto, ogni fruscio tra gli alberi può essere il preludio a un’apparizione. Le mie gambe mi portano attraverso il crepuscolo, e la mia mente cammina a fianco di fantasmi e creature notturne.

C’è un ricordo, in particolare, che mi riporta a una serata quasi perfetta. Era la settimana prima di Halloween, e un freddo sottile si era posato sull’aria, carico dell’odore di foglie morte e umidità. Una nebbia fitta si era alzata dal terreno, avvolgendo ogni cosa in un velo di mistero. Mia figlia e io avevamo deciso di fare una passeggiata, ma non una passeggiata qualsiasi. Indossavamo delle dentiere da vampiro che ci davano un’aria vagamente minacciosa, e con ogni passo, l’atmosfera si faceva sempre più lugubre e affascinante.Ci siamo addentrate nel buio e, tra il bagliore incerto dei lampioni e il silenzio rotto solo dai nostri passi, c’erano momenti di pura, deliziosa euforia. Vedere le facce di chi ci incrociava, che si trasformavano da curiose a perplesse, fino a un brivido di terrore appena accennato, era uno spettacolo impagabile. In quel momento, eravamo due personaggi di un racconto gotico, immerse in un’atmosfera che sembrava uscita direttamente dalle pagine di Poe.

Quando il tempo lo permette, scelgo la natura: sentieri solitari, boschi che nascondono storie non raccontate, dove l’unico suono è il mio respiro e il fruscio delle foglie sotto i piedi. Altrimenti, le strade del mio paese diventano il palcoscenico di mille storie possibili. Questa abitudine, per me, è un modo di unire il benessere fisico con la passione che nutro per il genere horror e del mistero. Non è solo un modo per tenermi in forma: è rilassante, mi libera dallo stress e favorisce un sonno profondo e sereno.È un rituale che non voglio perdere. Una pausa rigenerante che nutre non solo il mio corpo, ma anche la mia anima di scrittrice, permettendomi di camminare letteralmente tra le ombre che tanto amo raccontare. Alla prossima e buona passeggiata a tutti voi.

Alice Tonini

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Riflessioni su Walden: Un Viaggio di Crescita Personale

Caro lettore dell’ignoto bentrovato per un altro appuntamento con gli inviti alla lettura, l’ultimo che parla dei viaggi di crescita dei protagonisti.

Nel 1845, Henry David Thoreau si allontanò dal mondo. Ma dove andò, e perché?

Iniziò a costruire una piccola capanna sulle rive di Walden Pond, un lago di proprietà del suo amico e mentore, Ralph Waldo Emerson. Il 4 luglio di quello stesso anno, nel giorno dell’indipendenza, si trasferì lì.

Visse principalmente dei vegetali che coltivava, integrando la sua dieta con un “sacco strano di carne indiana” che ogni tanto riusciva a procurarsi. Lì rimase per poco più di due anni, andandosene nel settembre del 1847 perché, come lui stesso scrisse, “aveva molte altre vite da vivere”.

Il libro che ne nacque, Walden, fu pubblicato solo sette anni dopo, nel 1854.

Il nome di Thoreau è ormai sinonimo di un ritorno alla natura e a una vita solitaria, un’icona per chiunque voglia fuggire dalla società moderna. Ma questa fama nasconde un’immagine incompleta, quasi un mito. Molti credono che durante la sua permanenza a Walden Pond non abbia mai rivolto la parola a un essere umano, vedendo il suo libro come un manuale per eremiti. Ma la verità è molto più intrigante.

In realtà, Thoreau non era affatto un eremita. Sebbene vivesse gran parte del tempo in compagnia di sé stesso, il suo diario rivela un’altra storia. Walden stesso elenca i visitatori che lo raggiungevano, e non erano pochi: a volte ne contava venticinque o trenta alla volta! Non solo, ma andava spesso in paese, ogni giorno o due, per tenersi aggiornato sulle ultime notizie, non solo dai giornali ma anche dai pettegolezzi che raccoglieva conversando con gli altri.

Descriveva questa esperienza come un toccasana in “dosi omeopatiche”, rinfrescante come il fruscio delle foglie o il salto delle rane. Addirittura, nel febbraio del 1847, a mesi di distanza dalla sua partenza, tenne due conferenze sulla sua vita al lago in un liceo. Non era un eremita solitario, ma uno scrittore talentuoso che usava la sua vita e il suo diario come materiale grezzo per un’opera meticolosamente rielaborata per anni. Il critico Michael West ha notato che Thoreau si diverte a giocare con l’idea che il lettore ha di lui, quasi a prendersi gioco del “solitario amante della natura”.

Walden è un libro misterioso che sfida ogni classificazione. È filosofia? Saggistica? Una biografia? Un manuale sulla natura? Mistico? Critica sociale? È tutto questo e nulla di tutto ciò. È un “libro-talismans”, con una forma organica scolpita da Thoreau durante la sua residenza nella natura. Man mano che lo si legge, si diventa consapevoli di una danza di opposti: civilizzazione/natura, passato/futuro, fantasia/esperienza, esseri umani/altri animali.

È un testo che nasconde la sua serietà sotto una superficie spiritosa. Le parti più divertenti del libro nascondono la sua tragica storia familiare, segnata dalla prematura scomparsa per tisi della madre, e quella stessa malattia un giorno lo avrebbe ucciso a soli 45 anni. Alcuni critici, come West, suggeriscono che questo spirito scherzoso sia un tentativo di esorcizzare la morte. Ma, in questo rifiuto della morte, risiede la magia del libro, il suo ottimismo per l’individuo e per la giovane nazione americana.

Il messaggio finale è un incantesimo potente, un atto di fede: “C’è ancora più giorno che deve sorgere. Il sole non è che una stella del mattino.”

Non si tratta solo di citare qualche frase qua e là ma di interiorizzarle, così come si dovrebbe memorizzare l’intero, celebre passaggio del secondo paragrafo della sezione 13, che inizia così: “Sono andato nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e vedere se non potevo imparare ciò che essa aveva da insegnarmi, e non, quando fossi venuto a morire, scoprire di non aver vissuto.”

Carissimi lettori del mistero Walden non è un libro, è un rituale, un’esperienza che ti invita a guardare la tua vita e il tuo posto nel mondo con occhi diversi, proprio come fece lui.

5 risposte a “Riflessioni su Walden: Un Viaggio di Crescita Personale”

  1. Avatar wwayne

    Sul tema del viaggio è molto bello anche quest’altro libro: https://wwayne.wordpress.com/2020/08/23/un-sogno-da-realizzare/. L’hai letto?

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    1. Avatar Alice Tonini

      Non ancora, grazie mille 👍

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      1. Avatar wwayne

        Allora sono onorato di avertelo fatto scoprire: è davvero bellissimo nella sua semplicità. Colgo l’occasione per dirti che mi sono appena iscritto al tuo blog. Grazie a te per la risposta! 🙂

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  2. Avatar Silvia Lo Giudice

    Lo considero come un diario di un’esperienza inconsueta. Ne ho parlato anche io nel mio blog. Mi ha molto colpito non tanto la sua solitudine, che come dici bene tu, non è mai stata completa, quanto i riti (come il bagno nel lago) e le sensazioni legati a una vita dentro la natura. Buona serata

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  3. Avatar Giganti della Letteratura: Dialoghi tra Sogni ed Illusioni | Alice Tonini

    […] loro indagine esistenziale, clicca qui: Razzismo e identità in L’uomo invisibile 📚, Riflessioni su Walden: Un Viaggio di Crescita Personale, La Montagna Incantata: Viaggio tra Amore […]

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Il Viaggio di un Blog: Storia e Motivazioni

Cari lettori del mistero, ogni blog ha una sua storia, un segreto che si nasconde dietro ogni parola. Il mio è un viaggio che è iniziato nel lontano 2018, un anno in cui una semplice idea ha preso vita, e si è trasformata in qualcosa di molto di più. Spesso mi chiedono: “Perché continui a scrivere? Cosa ti spinge a tornare qui, settimana dopo settimana?”. La risposta è un mistero, ma anche una verità che finalmente sono pronto a svelare.

La motivazione più antica e radicata è la condivisione. Questo blog è nato come un porto sicuro per le mie passioni: un luogo dove parlare di libri che ti fanno venire i brividi, di miti e folclore che affondano le radici nella notte dei tempi, e di magie che sfidano la logica. È il luogo in cui mi sono sentita libera di analizzare un’indagine di Sherlock Holmes, di esplorare una foresta incantata o di discutere di un’antica maledizione. Ancora oggi, la gioia più grande è sapere che, da qualche parte, c’è un altro lettore che si sente a casa in queste pagine.

Ma col tempo, a questa motivazione se ne è aggiunta un’altra, più profonda, più personale. Voglio che questo blog sia anche un faro, un segnale nel buio per chi pensa di non essere abbastanza. Mi sono ripromesso di usare la mia voce per sensibilizzare il pubblico sull’ADHD, per dimostrare che anche una persona neurodivergente può costruire qualcosa di duraturo e significativo. I nostri percorsi sono diversi, a volte più complicati, ma la passione è un motore che non si ferma. Voglio che le persone sappiano che si può avere un blog, si possono scrivere e pubblicare libri, anche se il tuo cervello funziona in modo “diverso”. Le nostre menti sono un labirinto complesso da esplorare.

Un altro motivo, forse il più enigmatico di tutti, è l’abitudine. Dopo tutti questi anni, il blog è diventato parte di me, una sorta di rituale. Non riuscirei a farne a meno. È come un vecchio amico che mi aspetta, un quaderno segreto in cui annoto i miei pensieri più inquietanti. Ci sono periodi di grande fervore, in cui scrivo quasi ogni giorno, e momenti in cui mi prendo delle pause. La vita, con i suoi impegni e le sue sfide, a volte mi porta via da qui. Ma torno sempre. È una promessa che ho fatto a me stessa, e a voi che mi leggete.

Questo blog, quindi, non è solo una raccolta di articoli. È un atto di amore per le storie, una battaglia per l’inclusione e un’abitudine che è diventata una parte imprescindibile del mio essere. È il mio piccolo angolo di magia e mistero nel vasto e caotico mondo di internet.

Alice Tonini

Una risposta a “Il Viaggio di un Blog: Storia e Motivazioni”

  1. Avatar Julius (Sons Of New Sins)

    Dopotutto, scrivere è terapeutico.
    Grazie per aver condiviso i tuoi pensieri.
    Continua a nutrire questo giardino, ti sarà sempre di più fonte di ispirazione e pace interiore per affrontare la quotidianità.

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La Montagna Incantata: Viaggio tra Amore e Filosofia

Lettori del mistero ben trovati, oggi vi racconto una storia. Nel 1913. Thomas Mann ha un’idea per un racconto breve, un semplice corollario a Morte a Venezia. Ma il mondo sta per crollare e con l’arrivo della Grande Guerra, anche la sua visione si trasforma. Quel breve racconto diventerà La montagna incantata, un’opera monumentale di settecento pagine, pubblicata nel 1924, che gli varrà il Premio Nobel per la Letteratura cinque anni dopo.

Mann stesso, con ironia, suggeriva che per comprendere l’opera a fondo bisognerebbe leggerla due volte. Il suo non è uno scherzo, ma un invito a perdersi in una storia che è un vero e proprio caleidoscopio di saperi: medicina, politica, teologia, biologia, psicoanalisi, occulto. Un’esperienza letteraria che non si limita a essere letta, ma che va vissuta.

Il protagonista è Hans Castorp, un giovane orfano di Amburgo destinato a diventare ingegnere. Prima di iniziare la sua carriera, fa visita al cugino Joachim Ziemssen, un soldato che si sta curando dalla tubercolosi in un sanatorio sperduto tra le vette di Davos. Per Hans, dovevano essere solo tre settimane.

Ma il sanatorio non è un semplice ospedale. È un “reame” a parte, un mondo chiuso, sospeso nel tempo, con le sue regole e la sua magia sinistra. Si entra nel regno del “Bei uns hier oben” – di noi quassù. E una volta varcata quella soglia, il tempo si dilata, i confini si confondono. Hans, da visitatore, diventa paziente. Indossa la sua “divisa” di lino, prende la temperatura più volte al giorno e porta orgogliosamente le sue lastre ai raggi X come fossero medaglie al valore. Le tre settimane diventano sette anni.

Solo lo scoppio della guerra, un evento che distrugge il mondo esterno, riesce a strapparlo da questa prigione dorata. Ma prima di precipitarsi nel fango e nella violenza della battaglia, Hans vivrà un’educazione unica, fatta di vita, morte e amore, offerta da un luogo che è tanto seducente quanto letale.

La sua iniziazione all’amore arriva da Claudia Chauchat, una russa dal fascino selvaggio, descritta come un “gatto caldo”. Claudia sbatte le porte, si morde le unghie e incarna la mancanza di rigore dell’Europa dell’Est, un contrasto affascinante con la disciplina teutonica di Hans. I suoi occhi “kirghizi” e i fianchi stretti risvegliano in lui un ricordo della giovinezza e di un compagno di scuola per il quale provava un’attrazione complessa. Questo è uno degli indizi che ci fa capire le turbe irrisolte sull’identità sessuale di Hans, che più tardi si innamorerà persino dell’amante di Claudia.

La sua dichiarazione d’amore avviene in una lingua che è di per sé un incantesimo: il francese. Parlare francese, dice Hans, è come parlare in sogno, senza freni. Le sue parole si fanno audaci, erotiche, surreali: “Tu sei il Tu della mia Vita” e persino il grottesco “fammi baciare la tua arteria femorale”. Il narratore all’inizio sembra sminuire la serietà di queste parole, ma pian piano ci accorgiamo che sotto la superficie si nascondono verità più profonde e inquietanti.

L’istruzione di Hans non si ferma all’amore. Il sanatorio è un teatro di duelli verbali tra due figure opposte, quasi archetipiche:

* Settembrini, l’umanista razionalista che a tratti è la voce di Mann stesso, a tratti una sua parodia.

* Naphta, il gesuita comunista ed ebreo, che vede nel terrore un desiderio intrinseco della società.

Da questi dibattiti, Hans impara a conoscere sé stesso. Ma la vera rivelazione arriva durante una sciata. Si perde in una tormenta di neve, dove le allucinazioni prendono il sopravvento, mostrandogli visioni di delizie arcadiche e terrore macabro. Resiste alla tentazione di addormentarsi per sempre nella neve, risvegliandosi “invalido” e trasformato.

Carissimi lettori del mistero, se le storie fossero sport, questo romanzo sarebbe un triathlon: una prova estenuante, ma la cui ricompensa per la mente è immensa. Non a caso i figli di Mann lo chiamavano Z per “Zauberer”, il mago. Ed è proprio questo che è La montagna incantata: un’opera che, con il suo mix di mistero, magia e folklore dell’anima umana, incanta e ti rapisce.

Alice Tonini

3 risposte a “La Montagna Incantata: Viaggio tra Amore e Filosofia”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Tanti libri che tu presenti io non li leggerò mai per questo leggo volentieri le tue “recensioni”,che trovo sempre interessanti. CIAO!

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  2. Avatar La tana dei libri

    Ho impiegato un anno per finirlo, ma non rimpiango un solo minuto e una sola parola. In effetti sarebbe proprio da rileggere, però tra un po’ di tempo 😄

    Bella recensione!

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  3. Avatar Giganti della Letteratura: Dialoghi tra Sogni ed Illusioni | Alice Tonini

    […] Il contrasto tra la lotta per il riconoscimento (l’Anonimo), la ricerca dell’essenziale (Thoreau) e la contemplazione della morte (Castorp) ha creato un momento di rara, e a tratti surreale tensione. Per leggere il resoconto completo della loro indagine esistenziale, clicca qui: Razzismo e identità in L’uomo invisibile 📚, Riflessioni su Walden: Un Viaggio di Crescita Personale, La Montagna Incantata: Viaggio tra Amore e Filosofia. […]

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