Letteratura fantascientifica: dalla nascita della fantascienza fino ai viaggi di Gulliver

 Prima dei film di fantascienza è nata la letteratura fantascientifica, un genere da cui i produttori hanno tratto e traggono ispirazione a mani piene. E non è un genere nuovo perchè i temi fantascientifici sono oggetto di speculazioni da sempre. E poi si tratta di un genere che spesso e volentieri va a braccetto con l’horror, lo testimoniano alcune produzioni davvero notevoli…di cui parleremo presto.

Prima di partire però ritengo giusto darvi una definizione di fantascienza come la intenderemo qui così non avete dubbi visto che ci sono dozzine di definizioni diverse. 

Per i nostri propositi da blog per definire un libro fantascientifico esso deve seguire una di queste regole:

La storia si svolge nel futuro. O in quello che era il futuro al tempo in cui è stato scritto. Oppure la storia si svolge in una linea temporale alternativa nella quale gli eventi storici hanno preso una piega differente. (es. una seconda guerra mondiale con un finale diverso)

Usano tecnologie che non esistono o non esistevano quando il libro è stato scritto. (es.viaggi nel tempo o velocità supersoniche)

Gli eventi sono basati su logica e razionalità. Anche se i personaggi e gli eventi sono fantastici, le spiegazioni sono sempre logiche e razionali, basate sul funzionamento di questo universo. L’opposto del fantasy o dell’horror, dove le idee possono anche svilupparsi tramite la magia o l’intervento divino anche se, come già abbiamo detto all’inizio, l’horrr e la fantascienza vanno spesso iniseme dando vita a produzioni di livello notevole come Alien (Scott, 1979). 

La fantascienza nell’antica grecia?

Quale sia il nome o la definizione che volete dargli quando è nata la scienza li è nata la fantascienza, un esempio lo abbiamo nelle speculazioni dei filosofi e con i filosofi naturali le cui riflessioni hanno indagato e studiato i misteri della natura fin dalla antichità. 

Platone fu forse il primo scrittore fantascientifico?

Uno dei primi esempi di letteratura speculativa se non direttamente fantascienza per come la definiamo qui può essere trovato tra le opere dell’antica grecia, Platone produsse La Repubblica: un trattato sulla natura della società. In esso l’autore immaginò una società dove i governanti (l’aristocrazia) vivenano in modo comune e in povertà (diciamo  qualcosa di simile) e pianificavano le unioni tra famiglie per migliorare la qualità della loro classe portando uguaglianza tra i sessi (almeno per chi governava) e proponeva l’educazione universale. Ovviamente queste sono solo le linee principali, è più complesso di così ma vi rende l’idea della visione futuristica proposta dal filosofo.

Il volto di Platone in un recente ritrovamento 

Avanti qualche centinaio di anni rispetto al II secolo a.C incontriamo il greco satirista Luciano di Samosata che scrisse due racconti sui viaggi spaziali. Nel primo il classico eroe Ulisse e la sua barca sono sparati sulla luna da una tromba marina, qui trova una guerra in corso tra il re della luna e quello del sole per i diritti sul pianeta giove (abbastanza attuale come tema). Il secondo racconto Icaromenippus, vede l’eroe Menippo viaggiare fino alla luna con le ali fatte di uccelli. Questi racconti sono rimasti popolari nel tempo, soprattutto nel 17° secolo quando fu Keplero a tradurli in latino. 

Un ritratto del nostro matematico 

Keplero e la fantascienza? Si, ma non solo…

Keplero non si limitò a tradurre dei racconti fantascientifici ma ne produsse esso stesso. Somnium, originariamente scritto nel 1609, nel quale un uomo si lancia sulla luna assistito da sua madre, una strega (fa eco ad un elemento presente nella vita di Keplero sua madre venne accusata di stregoneria ma mai condannata). Keplero usò la ragione scientifica dell’epoca per immaginare elementi della storia come la spinta gravitazionale durante il lancio e la perdita di peso seguente durate il tragitto terra luna. Un peccato che il racconto di Keplero non venne mai scoperto fino alla sua morte e venne pubblicato solo nel 1634, quando l’autore era ormai scomparso.

Keplero non fu l’unico pensatore rinascimentale attratto dalla narrativa speculativa. Il più famoso fu sicuramente Sir Thomas More (Tommaso Moro in italiano), il cui trattato sulla società ideale pubblicato nel 1516  e intitolato Utopia diede a quel tipo di società il nome (la parola in modo letterale significa “in nessun posto”). L’utopia di More include la tolleranza religiosa – ironico visto che lui perderà la testa proprio rifiutandosi di riconoscere Enrico VIII come capo della chiesa di inghilterra. 

Ma non abbiamo ancora finito. Un centinaio di anni più tardi, nel 1638, due scrittori inglesi fantasticarono della vita sulla luna e su come una persona potesse farsi un giro in quei luoghi. Il primo fu Francis Godwin, vescovo di Hereford, il cui racconto pubblicato postumo L’ uomo sulla luna vede l’eroe visitare la luna in modo inintenzionale su un carro trainato da anatre solo per scoprire che è disabitata. Quest’opera è ritenuta la prima opera fantascientifica in inglese. Il secondo scrittore fu John Wilkins, fratellastro di Oliver Cromwell, che scrisse (da notare il titolo esaustivo) La scoperta di un mondo sulla luna, un discorso che vuole provare che è probabile che ci sia un altro mondo abitabile su quel pianeta. La terza edizione di questo libro conteneva anche il pensiero di Wilkins sui viaggi nello spazio, ispirati dalle sue letture di Godwin. Ovviamente il titolo venne accorciato per motivi di stampa.

Ecco il nostro John Wilkins, prelato anglicano

Nel 1668 le donne raggiunsero il rango di scrittrici speculative quando Margharet Cavendish duchessa di newcastle, pubblicò The Blazing World, un lavoro utopico che include l’idea di un viaggio extracorporeo e nel quale la duchessa stessa fa una apparizione viaggiando dalla terra alla luna e ritorno. In aggiunta a essere la prima scrittrice di fantascienza la Cavendish puo essere definita la prima “Mary Sue” – untermine utilizzato per indicare quegli scrittori che idealizzano versioni di sé nelle loro storie. 

Da qalche parte nel 17° secolo altri scrittori e pensatori hanno messo in piedi storie di società future e viaggi interstellari, incluso il frate domenicano Tommaso Campanella che nel 1602 scrisse l’utopico La città del sole che descrive dettagliatamente una società comunista teocratica e il leggendario Cyrano de Bergetac con l’opera Una storia comica degli stati e degli imperi del sole e della luna. Fu influenzato da Godwin e pubblicato postmortem nel 1656. Quest’ultima opera non solo influenzò Jonathan Swift e Voltaire che provarono di loro mano la fiction speculativa ma diede anche credito a Arthur C.Clarke come primo ad avere l’idea dei razzi (l’eroe usava fuochi d’artificio per volare) e anche del ramjet, un tipo di jet che lavora in una atmosfera sottile. 

Nel 18° secolo due satiristi europei tra i più importanti e famosi hanno affrontato i temi della fantascienza: Jonathan Swift con I viaggi di Gulliver  del 1726 e Voltaire con Micromegas pubblicato nel 1756. I viaggi di Gulliver è fantascienza nel modo in cui specula ed ha influenzato la letteratura fantastica fino a oggi. È anche ricordato per la descrizione delle due lune di marte in modo più o meno preciso. Micromegas è meno conosciuto ma mescola satira e scienza nella storia di due enormi creature provenienti da Saturno e dalla stella di Sirio che si intrattengono in una conversazione colta e se la ridono trovando gli umani divertenti. Ma in fondo come dargli torto?

E con questa introduzione alla letteratura fantascientifica oggi vi lascio. Tornerò presto con un articolo sulla letteratura fantascientifica vittoriana e delle novità imperdibili, restate connessi e per chi di voi ancora non l’avesse fatto iscrivetevi alla newsletter.

Buona lettura a tutti!

Alice Tonini

E voi conoscete le sorelle Peabody?

La biografia di cui parliamo oggi ha come autrice Megan Marshall vincitrice del premio Pulitzer e il titolo è The Peabody Sisters, Tree women who Ignited American Romanticism; per chi di voi non mastica l’inglese oggi parliamo della biografia delle sorelle Peabody, tre donne che hanno acceso il romanticismo in america. Un’altro libro sconosciuto qui da noi ma che in america ha spopolato tanto da arrivare tra i finalisti del premio Pulitzer stesso.

La prefazione di Megan Marshall descrive il suo libro come “la storia di tre vite intrecciate, le protagoniste abbracciarono la loro identità di gruppo e si impegnarono per raggiungere una piena indipendenza”. Le vite delle sorelle Peabody Elizabeth (1804-1894), Mary (1806-1887) e Sophia (1809-1871) coinvolgono virtualmente l’intero diciannovesimo secolo, eccezion fatta per il breve epilogo: la Marshall troncò la storia nel 1843.

Perchè mai dovremmo leggere di queste tre sorelle che vissero a Boston e a Salem? Posso rispondervi che ci interessano genericamente perchè contemporanee delle sorelle Bronte e anche delle cinque sorelle Bennet, personaggi di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.

Sono tre figure semi-sconosciute ma molto curiose: quelle sorelle così talentuose si ispirarono a vicenda o invece furono d’intralcio l’una all’altra? Importò l’ordine di nascita? Quanto contò l’esempio dei genitori?

Ma Elizabeth, Sophia e Mary ci interessano anche per la loro storia personale, per le loro particolarità. Chi erano queste donne? La risposta più semplice è che Mary sposò Horace Mann, un riformatore educazionale. Sophya fu moglie di Nathaniel Hawthorne, lo scrittore famoso. Elizabeth rimase single e fondò gli asili nido negli Stati Uniti. Ma come ogni risposta semplice quello che vi ho detto non vi dice nulla perchè furono anche donne colte e raffinate che frequentarono i migliori salotti dell’epoca.

Elizabeth Peabody, fondatrice degli asili nido

Questa biografia si preoccupa di mostrarci le sorelle negli anni prima di questi matrimoni, gli anni in cui Elizabeth e Mary passarono da una scuola all’altra. Aiutavano la famiglia ad arrivare a fine mese ma allo stesso tempo erano profondamente interessate alla pedagogia e agli studi individuali. Questi furono gli anni in cui Sophia, artista talentuosa, era costantemente a letto, esentata dalle responsabilità della famiglia per colpa di misteriosi dolori (pensate ad Alice James) che svanirono dopo il matrimonio (pensate ad Elizabeth Barret).

Sophia, la pittrice 

La biografia inizia con la vita di Elizabeth Palmer (più tardi Peabody) che divenne la madre del talentuoso trio di sorelle e (questa è un’altra storia) di altri tre fratelli fannulloni e perdigiorno. Verrete immersi nell’atmosfera di Boston e farete la conoscenza delle donne di quella città che amavano definire sé stesse come idealiste pratiche, un tema che tornerà anche nella generazione successiva.

Mary donna colta e scrittrice 

È una biografia che ben traccia la ricchezza della storia sociale dell’epoca. Gli avvelenamenti da mercurio causati ai bambini lattanti, le tecniche educative innovative adottate nelle scuole per ragazze, la vita in una piantagione di caffè cubana. E ci delizia la storia intellettuale delle sorelle che interagiscono con William Ellery Channing, Ralph Waldo Emmerson, Margareth Fuller, Washington Allston, e Bronson Alcott. E personalmente trovo divertente la relazione non ortodossa con il vedovo Horace Mann e il breve fidanzamento con Nathaniel Hawthorne, che Shopia dichiarò “carino come Lord Byron”, prima che ogni sorella prendesse marito. 

L’epilogo ci racconta che Mary divenne una scrittrice pubblicata dopo il matrimonio e i figli, Sophia dopo la maternità non dipinse più, il fratello sopravvissuto Nat si rifiutò sempre di impartire alle proprie figlie qualcosa di più di una semplice educazione da elementari. A noi resta da riflettere su questo intreccio di vita, arte, e ruoli di genere e ci sentiamo trasportati lontano dopo le 452 pagine di testo frutto di quasi vent’anni di lavoro autoriale di ricerca.

Per altre interessanti biografie familiari di scrittori americani del diciannovesimo secolo date un occhiata alla biografia epistolare The Emerson Brothers: a fraternal Biogaphy in Letters edito da Ronald A. Bosco e Joel Myerson, e The Jameses: a Family Narrative scritto dal professor R.W.B.Lewis, noto americanista. Per informazioni sulle sorelle Bronte invece date una occhiata al libro di Lucasta Miller The Bronte Myth.

Buona lettura a tutti e alla prossima.

Alice Tonini

Viaggiate con me nelle terre dei mostri che si trovano dentro e fuori di noi.

 Ripartiamo con il nostro viaggio nei sottogeneri dell’horror.

Oggi faremo una breve tappa tra i mostri che sono diventati immancabili sul grande schermo grazie alla tecnologia e ci incamminiamo nell’intricata foresta dell’horror psicologico.

Come dicevo prima grazie alle tecnologie a disposizione oggi, ad esempio il green screen o  sfondo verde usato nelle fasi di produzione, la Cgi o computer generated imagery utilizzata insieme alla motion capture e altre tecniche simili, è diventato possibile creare quasi ogni tipo di essere
dentato e multi tentacolato a patto che il budget sia abbastanza sostanzioso da consentirlo. 

Un buon budget può permettere di animare creature
con un aspetto eccellente come Monster Man (Davis, 2003), la
trilogia di The Feast (Gulager, 2005- 2008; Adam, 2009) e Cloverfield
(Matt Reeves, 2008) che hanno richiesto parecchi fondi e molto
lavoro in studio di produzione. Gli sforzi solitari di Gareth Edwards con Monsters
(Edwards, 2010) hanno richiesto parecchio tempo e gli effetti Cgi hanno voluto mesi di intenso e duro lavoro. Da citare anche Un posto tranquillo (Krasinski, 2018) che aggiunge ai mostri un concepti originale. Una volta che avete uno
studio adeguato potete anche permettervi di girare King-Kong (Jackson, 2005) o
Prometheus (Scott, 2012) ma se vi mancano i fondi economici è meglio se concepite
qualcosa che possa essere immaginato per la gran parte del film senza mai essere mostrato. O
meglio ancora se il mostro è dentro il protagonista come negli horror psicologici, qui si che si
risparmia.

L’horror psicologico è la porta che cigola, la bambola posseduta,
la casa maledetta con graffi lungo i muri, le immagini
evanescenti che si dissolvono nell’aria. E’ l’improvviso suono di un telefono – un bello
spavento. E’ una faccenda tutta interna, che non lascia spazio al grottesco;
invece c’è la nebbia, ci sono le ombre e c’è l’orrore che creiamo
nella nostra immaginazione.

Qui abbiamo a che fare con il mistero, quelle zone
d’ombra che risiedono dentro l’anima umana stessa e con le nostre
fatiche per determinare la nostra natura. L’idea è quella di
accedere alla nostra psiche, quella parte di noi stessi che troviamo
nei sogni, negli incubi, nella pazzia, nelle visioni o nelle
allucinazioni. Quasi tutti i thriller psicologici parlano della
pazzia o dell’assenza di una coscienza umana. Questo richiede personaggi
complessi, come il killer Robert Rusk in Frenzy (Hitchcock, 1972) o
Carol Ledoux in Repulsione (Polanski, 1965). Questo genere di personaggi può creare molte
difficoltà ai produttori. Come mostri quello che è sconosciuto?
Dal cinema espressionista tedesco degli anni venti, agli horror
asiatici degli anni duemila, la sfida è stata quella di trovare il modo
di mostrare le parti piò contorte delle menti malate.

La domanda che si pone al pubblico di questo tipo di horror è cosa realmente si cela
nella mente della persona per riuscire a risolvere il mistero e ristabilire
l’equilibrio? 

Spesso la storia è frammentata di modo che il
personaggio risulti paranoico e nessuno possa credere alla sua
versione della storia, lo si mette nella situazione di dovere difendere la
propria sanità mentale e dimostrare che non stà vedendo cose ma
che c’è qualcosa all’esterno che maneggia la realtà. Non è in
gioco la morte del protagonista ma la pazzia e la sanità mentale. Molte storie
terminano con una camicia di forza e con il protagonista riportato a
forza nella sua cella con gli altri ospiti del manicomio che lo
salutano. Carrie (De Palma, 1976) fu un eccellente esempio di finale
scioccante e pazzo e The Shining (Kubrick, 1980) rappresenta in modo eccellente la disintegrazione della sanità mentale. La morte di
Jack è il risultato della sua incapacità ad adattarsi alle nuove
condizioni esistenziali in cui si trova a vivere. Durante tutto il
film cercherà di riportare l’ordine e l’equilibrio con ogni mezzo a sua
disposizione, anche a costo di uccidere chi gli è caro.

Il conflitto principale in questi film è tra il conscio e l’inconscio, tra il
controllo e il caos. Il pericolo è nascosto nelle profondità della
mente umana dove ci sono paure, fobie e pulsioni nascoste. Il film Peeping
Tom – L’occhio che uccide
(Michael Powell, 1960) ne è un buon esempio. Questo tipo di film discute la natura
stessa dell’uomo. Cosa diventiamo se veniamo privati della nostra
comunità e obbligati a fare affidamento solo su noi stessi? La
chiave per sopravvivere diventa la conoscenza di sé, è un viaggio alla
scoperta della vera natura umana, nel bene e nel male. L’essenza del film è
freudiana ma fa emergere figure genitoriali o parentali ovunque.

In molte storie di natura psicologica la paura peggiore è già avvenuta e il
protagonista non ne è consapevole. Il mistero che si svela deve raggiungere un punto di
catarsi e di massima tensione per raggiungere la risoluzione e la conoscenza di sé finale – ma allo stesso tempo questa conoscenza avviene sempre troppo tardi per i nostri personaggi. Alcuni esempi di film che hanno inscenato queste dinamiche in
modo esperto sono (spoiler ovviamente) Carnival of Souls (Harvey,
1962), Il sesto senso (Shyamalan, 1999) Dead of Night – Incubi notturni (Cavalcanti,  1945) La casa degli orrori del dottor terrore (Francis, 1965) e il
tardo film di John Carpenter The Ward – Il reparto (Carpenter, 2010). Queste
storie hanno richiesto tutte di essere accuratamente preparate prima di essere messe in lavorazione per evitare che il pubblico anticipi il finale. Un’altro film che lo fa molto
bene è Haute tension – Alta tensione (Aja, 2003), nonostante qualcuno lo trovi
estremamente illogico in alcune scene “spinte”.

L’eroe in una storia psicologica deve avere un forte obiettivo
logico. Questo significa che alle spalle ci deve essere una forte sceneggiatura, spesso con idee
estremamente interessanti e personaggi ben pensati. Una fotografia
oscura con Roger Moore è quella di The Man who Haunted Himself – L’uomo che uccise sè stesso,
(Dearden, 1970) è un meraviglioso esempio di un uomo in una
situazione per lui incomprensibile, ed è uno dei ruoli meglio
riusciti dell’attore di James Bond. Seguiamo un incidente d’auto, un
uomo d’affari Harold Pelham è operato e muore sul tavolo
operatorio. Quando è riportato in vita sullo schermo appaiono due
battiti del cuore, e mentre torna alla sua vita di tutti i giorni
capisce di avere un doppelganger. Di nuovo si ripete la storia di
Jekyll e Hyde, l’uomo e il mostro, la natura duale della psiche.

L’horror psicologico esplora questo campo mentale, spesso dividendo a
metà letterarmente quello che noi riteniamo buono e cattivo, le
parti vengono fatte coesistere fuori dalla natura. Mostrate, a volte, come parti di
uno stesso sè come nella storia di R.L.Stevenson che più volte è
stata presentata sul grande schermo Fight Club (Fincher, 1999) dove
due uomini combattono. Le donne possono trovare un alter ego in
Haute Tension (Aja, 2003) e una molteplicità in Identity – Identità (Cooney,  2003).

Il vocabolario che usiamo quando parliamo di questi aspetti complessi e divergenti della
nostra umanità ha le sue radici nella psicanalisi. Termini come
repressione, bipolarismo, OCD, ADD, ossessione e disordine da
personalità multipla ci sono diventati familiari
ma sono anche termini di psicologia clinica. Noi abbiamo lentamente
assimilato questo linguaggio dai giorni di Psycho (Hitchcock 1960).

Il termine serial killer è stato coniato dal profiler
dell’FBI Robert Ressier durante una lettura pubblica del 1974,
ma si dice che lui facesse riferimento agli omicidi seriali e non a chi li commette, senza
riguardo alle azioni di John Wayne Gacy, Ted Bundy e Alleen Wuronos.  È stato il grande successo de Il silenzio degli innocenti (Demme, 1991) che ha popolarizzato il termine nostante in precedenza il film Henry:
Portrait of a Serial Killer
 – Henry: pioggia di sangue (Mc Naughton, 1986) fosse più realistico e presentasse un esame della mente di un killer più efficace.

Psycho inizia come un thriller qualsiasi, con un furto di denaro e ci poniamo la
domanda “riuscirà Marion a farla franca?” ma la questione centrale
più tardi diventa “Come può Norman riuscire a tenere segreto il suo
omicidio?” Abbiamo un effettto di cambio di generi m/f e protagonista.
Hitchcock ripete il trucco in Frenzy (Hitchcock, 1972) dove Rusk,
l’assassino, deve rompere le dita al corpo di una donna morta, in un
camion pieno di patate, per recuperare la spilla con le sue iniziali che le è rimasta in mano. Hitchcock lavorò duro per rendere
questa lunga scena drammatica e comica efficace, introduce il concetto di commedia nera per aiutarci
a simpatizzare con il male perchè noi dobbiamo empatizzare con l’assassino. Oggi il concetto di
antieroe è diventato comune e nelle commedie drammatiche noi siamo
pronti ad accettare la convenzione del viaggi di redenzione di un
personaggio negativo interpretato da Keitel, Travolta o Eastwood.

Prima che Psycho ci introducesse agli aspetti psicologici, i film
erano thriller, polizieschi o storie di detectives. L’omicidio era
motivato dal lusso, dalla vendetta o dall’invidia e il concetto dell’assassino
che “uccide come parte di quello che lui è” semplicemente era
sconosciuto.

Una possibile eccezione, anche se considerata principalmente un noir è l’opera
di Fritz Lang M (Lang, 1931) dove il bambino omicida interpretato da
Peter Lorre presenta il caso di questa compulsione a una corte locale. E’ interessante notare che è centrale il
concetto di coinvolgere un ladro per catturare un ladro come accade
in Il silenzio degli innocenti che è un mix tra il thriller e
l’horror.

Per oggi vi lascio, spero che il viaggio vi sia piaciuto anche se non finisce qui, abbiamo ancora qualche sottogenere da esplorare. 

Buona lettura e alla prossima. 

Alice Tonini 

In viaggio tra i sottogeneri del cinema horror: barcollando con gli zombie

Bentrovati lettori dell’ignoto, le scorse volte abbiamo dato un’occhiata alla storia del cinema horror, siamo
partiti dai primissimi film in bianco e nero e abbiamo visto come nel tempo si sono aggiunti tutta una serie di mostri che sono diventati poi leggende sul grande schermo.

Vi avevo promesso che avremmo dato una occhiata al folto bosco dei sottogeneri e quindi partiamo per una passeggiata consapevoli che nessun articolo può essere esaustivo a riguardo perchè si tratta di
un bosco estremamente fitto con tantissime piante e animali diversi e una passeggiata sola è appena sufficiente a farsi un’idea di quello che si può nascondere in fondo ai laghi e nelle grotte più recondite del genere.

Quella dei sottogeneri (esattamente come la divisione in generi letterari) in realtà è una etichettatura che serve principalmente per vendere il prodotto cinematografico sul mercato. I film, così come i romanzi, si dividono in generi e sottogeneri per motivi economici, perchè alla fine una storia è solo una storia, ognuna unica e originale a suo modo.

Molti sostengono che un autore o un regista che si approccia all’horror deve avere ben chiari i vari tipi di sottogeneri per meglio interpretarli nell’opera. Io sono convinta che una buona storia horror progettata correttamente non abbia bisogno di rincorrere il già visto mille volte per convincere il pubblico. Sono
d’accordo che certi filmacci post anni duemila si sarebbe potuto semplicemente evitare di portarli nel cinema. Ma qui stà il buonsenso delle case di produzione che devono saper distinguere tra
un buon prodotto e uno scadente. Esempio da citarvi che vi troverà tutti d’accordo con me è Orgoglio, pregiudizio e zombie che rimescola letteratura vittoriana e horror, per citarvene un altro c’è Abramo Lincoln cacciatore di Vampiri oppure Megashark vs Octopus e il western Cowboy vs Aliens. Ricordano alcuni film sui mostri che circolavano negli anni ’40 non particolarmente riusciti e onestamente non ve li consiglio nemmeno un po’.

Qualche sottogenere lo abbiamo già visto, ad esempio i non morti (vampiri e zombie) vengono considerati sottogenere a sé così come i mostri e gli uomini lupo, anche di questi abbiamo già parlato quando abbiamo trattato della storia del cinema. Sono etichettati poi gli horror psicologici, gli horror che parlano di possessione demoniaca di adulti e bambini, il soprannaturale come i fantasmi e i poltergeist. C’è anche il sottogenere che riguarda la stregoneria e le maledizioni, gli scienziati malvagi e i film splatter che sono un altro sottogenere.

Vediamo di spendere qualche parola per ognuno dei sottogeneri che abbiamo citato, anche quelli di cui abbiamo già parlato per darne una breve interpretazione attualizzante. Ovviamente so che esistono
decine di sottogeneri ma purtroppo non possiamo vedere tutto. 😢

I non morti

L’umanità è sempre stata affascinata dall’aldilà, molte religioni si fondano sul concetto della reincarnazione e della vita oltre la morte, ma quello che attrae i fan dell’horror esce dalla tomba e ti morde.

I non morti sono l’estremizzazione della morte, sono vivi ma morti, decomposti ma si muovono. Nel film The cabinet of Dr. Caligari (Wiene, 1920) i morti sono ipnotizzati ma nel film di Romero sono una massa disordinata da sfamare. Possono essere fermati solo colpendoli alla testa, regola che vale ancora oggi.

Ci sono state diverse interpretazioni per quest’orda catatonica presente fin dagli albori dell’horror, inclusa una riflessione molto “all’americana” sulle difficoltà dei tempi in cui furono prodotte queste opere per ottenere il rispetto dei diritti civili, la crisi dei missili cubani e la guerra del vietnam, tutti eventi che
avrebbero minato la solidità dell’imperialismo americano. Il sequel di Notte dei morti viventi è L’alba dei morti viventi (Romero 1978) pensato per essere una denuncia sociale contro il consumismo e l’ansia per la minaccia della guerra nucleare. Negli anni recenti gli zombie hanno rappresentato le paure post attacco alle torri gemelle, l’aggressiva politica estera americana, l’epidemia di sars-covid e il collasso del capitalismo e dell’imperialismo. I morti viventi sono una analogia multi sfaccettata delle paure americane messe in scena da hollywood, come battuta ironica possiamo anche dire che gli zombie si trovano bene con tutto.

Le opere di denuncia di cui stiamo parlando possono anche essere satiriche. Joe Dante in Masters of Horror, la serie tv (stagione 1, 2005 – 6 episodi; episodio 6 Homecoming) usa i morti viventi come satira sociale, dove i soldati non morti tornano a combattere una ri-elezione negli Stati Uniti. George Romero ha fatto la sua trilogia degli zombie ma si è rivolto alla satira in La terra dei morti (Romero 2005). Qui i morti camminano sulla terra ma i ricchi sono salvi in città fortificate, la metafora sociale ricchi-poveri, bianchi-neri in questo caso è ovvia. (considerate che la prima versione della sceneggiatura fu scritta prima dell’11
settembre.) Nel suo Diary of the Dead (Romero 2007) utilizza lo stile documentaristico che tanto va di moda in quest’ultimo decennio e racconta la storia di alcuni studenti che girano un film horror al tempo di una prima epidemia di zombificazione. Ci racconta delle responsabilità sociali dei media e della nostra ossessione molto social per documentare quello che accade piuttosto che farci coinvolgere in prima persona. C’è anche un finale misantropico in cui ci chiediamo se la razza umana sia davvero degna di essere salvata da una fine di quel genere.

Nella stessa direzione va anche la famosa canzone thriller di Michael Jackson

Danny Boyle in 28 Days later (Boyle 2002) non ha tecnicamente girato un film che parla di zombie ma c’è il Rage virus che infetta la popolazione e mantiene le sue vittime vive facendole nutrire di carne (come in Romero The Crazies 1973). Ci sono comunque abbastanza paralleli e omaggi al lavoro di Romero per poter leggere questo film come una rilettura di un film sugli zombie. La differenza è che qui le creature riescono persino a correre. Zack Snyder nel suo L’alba dei morti viventi, ovviamente un remake (Snyder 2004), utilizza questo stesso trucco, anche se Romero stesso ha fatto notare che se corrono potrebbero rompersi qualcosa senza avere la possibilità di “aggiustarsi”.

Questo semplice cambio di vedute lento/veloce offre agi scrittori una scelta. Gli zombie possono continuare a camminare traballando come nell’eccellente film del 2004 Shaun of the dead (Wright,
2004) oppure possono sprintare come centometristi come nel film di Boyle 28 Days later o Resident Evil (Anderson 2002)? I non morti sono tra noi per restare, possono rappresentare i terroristi: Ozombie (Lyde 2012) o l’isolamento sociale urbano in Colin (Price 2008). Possono metaforizzare il virus della mucca pazza come in Carne morta (McMahon 2004), o diventare commedia in Night of the living Dorks (Dinter 2004), Dead and Breakfast (Luetwyler 2004), Zombieland (Fleischer 2009) o il sublime ma parecchio malato Zombie Strippers (Lee 2008).

Anche Brad Pitt è in guerra con qualche non morto.

I sottogeneri hanno raggiunto il barocco e ogni volta che esce un nuovo film sembra non essere restato più nulla da dire ma i generi sono ciclici e in pochi anni chi può dire cosa altro succederà e cosa altro può ispirare i registi e gli scrittori?

Gli altri tipi di non morti si presentano nella forma di vampiri con il loro iconico capo il contre Dracula, di cui abbiamo già parlato in diversi articoli in precedenza, sono essi stessi materia di continua reinvenzione. Noi abbiamo Buffy the Vampire Slayer in tv, Intervista col vampiro (Jordan 1994) e, più tardi, la saga di cinque film di Twilight (Hardwicke 2008 – … speriamo sia finita), questi ultimi si possono meglio descrivere come fantasy romantici (orribili) che utilizzano tratti di vampiri e uomini lupo come sfondo per una narrazione da romanzo romance.

Se anche voi siete degli anni 90 non potete averla dimenticata.

Ognuna di queste opere ha riadattato a modo suo vecchie storie ai nuovi tempi, vecchi temi sono stati sviluppati e resi moderni e chi può dire cosa verrà in futuro.

Mentre aspettate che vi parli di altri sottogeneri vi auguro una buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

Ps. Se non vi siete ancora iscritti alla newsletter vi invito a farlo, proprio in questi giorni stanno arrivando molte anticipazione e novità.

Web du Bois, la biografia di una razza: 1868-1919. Un lungo progetto che racconta una vita straordinaria

 Oggi vi porto un’altra biografia tra le più vendute e le più premiate al mondo,
ovviamente parliamo ancora di un personaggio afro-americano molto
famoso in patria la cui vita e i cui studi sono ancora oggi oggetto di dibattito. Proprio
in questi giorni è uscito un articolo che parla del ruolo fondamentale degli studi di Du
Bois per gli afro-americani sul sito Literary Hub ( adoro questo sito.)

Il biografo David Levering Lewis ha impiegato cinque anni per
portare a termine il progetto di questa biografia: W.E.B. Biography of a race 1868- 1919. Il primo volume,
quello che tratteremo qui, è uscito otto anni dopo la fine del progetto. Altri sette anni
trascorsero prima che il pubblico potesse vedere W.E.B. Du Bois: The
Fight for Equality and the American Century, 1919-1963.
Nonostante la
lunga gestazione questa splendida biografia ci permette di conoscere un uomo la cui vita fu lunga (visse 95 anni) e ricca di eventi e di cui in Italia si parla solo nelle università. Ogni volume vinse il premio
Pulitzer per la migliore biografia e oggi potete trovare i due volumi uniti in uno singolo, anche se il prezzo è un po’ alto. Lewis in più ricevette un
MacArthur “Genius” appena dopo la pubblicazione del primo volume.

I sottotitoli dei due volumi suggeriscono la fiducia dell’autore
nel proprio approccio sistematico. Infatti ci permette di guardare a
Du Bois (pronuncia alla francese, please!) come una persona
talentuosa e inusuale e un uomo la cui esistenza influenzò lo status
degli africani d’america in modo determinante. Du Bois, come autore
dell’insostituibile libro The Souls of Black Folk (1903), formulò il
concetto di identità duale – intendendo sia nero sia americano.
Oggi si usa quasi senza pensarci ma Du Bois fu il
pioniere di questo concetto e identificò il fenomeno scrivendoci
sopra due righe (lui per primo usò il termine “the talented
tenth”, per definire qualche anno più tardi, l’uomo eccezionale
che appartiene alla razza che filtra la cultura verso il basso).
Lewis descrisse l’effetto delle quattordici presentazioni del libro
che l’autore fece negli Stati Uniti e che lui paragona a “fuochi
d’artificio che esplodono in un cimitero”. La sua analisi del libro
di Du Bois di una ventina di pagine aiuta ogni lettore ad apprezzare
“la trascendente passione intellettuale e la prosa luminosa”
(anche la prosa di Lewis è aggraziata ma la sua scelta del lessico
aulico e arzigogolato rende la lettura lenta e adatta ad un pubblico
colto).

In questo primo volume, ci viene raccontato della
giovinezza di Du Bois, i primi anni trascorsi a Great Barrington in
Massachusetts, e la sua colta educazione: il Fisk College in
Tenessee, i suoi primi contatti con il sud, il college di Harvard (si
trasferì li come junior) e l’università di Harvard dove fu il primo
afro-americano a laurearsi. I suoi incredibili risultati continuarono
nel mondo del lavoro quando fondò il dipartimento di sociologia
nell’università di Atalanta. Lewis ci da dettagli meticolosi dello
scontro di ideali tra Du Bois e Booker T. Washington e l’impegno per la fondazione del NAACP e per la pubblicazione del suo giornale
The Crisis. Questo è indicativo dell’importanza del personaggio e
del suo lavoro ancora oggi.

Se Lewis dedicò molta più attenzione alla vita pubblica del suo
soggetto rispetto a quella privata lo stesso è vero per Du Bois
stesso, e il suo biografo non ha fatto tentativi di coprire le sue
colpe come marito e come padre.

Sulle spalle della figlia Du Bois fece cadere grandi aspettative dopo che il figlio di due anni perse la vita. Nel 1914 la tredicenne
Yolanda fu imbarcata per Bedales, la prima scuola co-educazionale
fondata in Inghilterra dove sia lei che la madre (che all’epoca
viveva a Londra) restarono per vivere anni di miserie e
solitudine. Lewis senza censure conclude dicendo, “Ci furono solo
parti insignificanti disponibili per Nina e Yolanda nella vita di du
Bois.”

Il primo volume si chiude con la terribile “Estate rossa” del
1919. Dopo 78 linciaggi nel 1918, una ondata di violenza razzista
senza precedenti investe la comunità nera con uomini seviziati e
aggrediti mentre tornavano a casa dal lavoro. Du Bois sapeva di
essere a un punto di non ritorno per la battaglia dell’uguaglianza
sociale. Anche se lui non visse abbastanza per vedere il frutto delle
campagne per i diritti umani degli anni ’60, organizzò una uscita
simbolica teatrale. Lewis apre il suo volume meravigliosamente con le
notizie della fine della vita di Du Bois. Il 28 Agosto 1963 una folla
di 250.000 persone al Reflecting Pool a Washington, appena prima
dello storico discorso di Martin Luther King Jr. assistette
all’annuncio di Roy Wilkins della morte del nostro protagonista di
oggi.

Bene, e anche per oggi è tutto! 

Buona lettura e alla prossima.