Demoni e possessioni: dalle messe nere agli esorcismi nel cinema horror.

 

    Se esiste Dio allora esiste anche il Demonio. Se esiste il
    concetto di Saggezza Infinita e di Bene che va oltre la comprensione umana
    allora per il principio “come sopra così sotto” ci deve essere un peccato
    originale che accompagna le fiamme dell’inferno dove troviamo la sofferenza senza fine. Se non
    fosse così i film horror con una etica religiosa (di solito ispirati alle credenze giudeo-cristiane)
    non ci farebbero alcun effetto. L’esorcista (Friedkin, 1973) è oggi considerato un classico e rimane uno dei film più visti del genere.
    Questo e The Omen-Il presagio (Donner, 1976) produsse molti sequels di qualità
    variabile e ispirò anche opere come L’esorcimo di Emily Rose (Derrickson, 2005)
    e L’ultimo esorcismo (Stamm, 2010) e anche un film sottostimato ma interessante come
    Stigmate (Wainwright, 1999).

    Come sapete negli Stati Uniti la stragrande maggioranza della popolazione si considera cristiana, mentre noi in europa siamo più pragmatici per quanto riguarda le questioni religiose, è comunque fuori dubbio che le origini del cattolicesimo e i concetti stessi di
    demone, rito e possessione sono ancora radicati in credenze popolari molto profonde.
    La chiesa cattolica romana ha recentemente rivalutato l’utilizzo degli esorcismi dopo un periodo breve in cui la pratica è stata messa in discussione. L’idea
    della messa nera (vedi il film The Devil Rides Out (Fisher, 1968) è un inversione
    dell’idea della tradizionale messa cristiana in quanto nei film viene rappresentata con rituali, cerimonie, incantamenti, croci invertite e la transustanziazione al contrario che sostituisce il sangue simbolico e il vino con una versione più realistica e evocazioni al signore oscuro
    che deve ascoltare le preghiere dei fedeli; una rappresentazione del genere è una trasgressione pura e
    semplice delle tradizioni e delle usanze religiose.

    Quando si incontrano demoni, diavoli o possessioni nei film ci
    sono di solito tre passaggi distinti, una sorta di incontri
    ravvicinati del terzo tipo ma con il demonio al posto degli alieni. 

    Prima cosa c’è
    il contatto che può avvenire con una tavola Oujia, con il trasferimento in una casa nuova, una passeggiata in un cimitero, un gioco proibito o una seduta spiritica. Qui l’idea è
    quella di contattare gli spiriti per avere delle informazioni come
    prova della loro esistenza o per chiedere loro qualche dritta per risolvere qualche problema. Il fatto che si rivolgono agli spiriti, fantasmi in generale, non preclude l’idea del demonio
    ma è una manifestazione in formato ridotto. 

    Poi c’è il secondo passo che consiste nell’evocazione
    di un demone che nei film è una cosa seria. Qui vengono introdotti dei simboli pagani o dal significato oscuro come un
    pentacolo, il cerchio magico che non si può oltrepassare; un libro
    dei morti o una bibbia nera di un qualche tipo – un incantesimo,
    una pergamena (di solito in Aramaico antico) per contenere
    l’incantesimo che risveglierà le forze del male. 

    Ora arriva l’ultima parte dove invocano il
    potere del demonio che deve obbedire agli ordini: apparirà sotto forma di un golem, di uno
    spirito malvagio, o possiederà il corpo di un accolito. E finalmente arriva anche il sacrificio di
    sangue, che deve evocare Satana; Bapomet, Mephistophieles, il
    principe dell’oscurità, il vecchio Nick, Belial; Shaitan,
    Leviathan, il cornuto, Belzebù o l’anticristo. Se avete presente Hellraiser
    (Barker, 1987), li le cose ad una certa sono davvero scappate un po’ di mano.

    Torniamo a essere realisti, solo qualcuno di mentalmente disturbato crederebbe di poter fare un
    patto con il demonio. Ci sono film dove i personaggi che credono di avere potere su queste creature o di poter
    evocare la grande bestia come se niente fosse finiscono sempre male, e lo squilibrato devoto dell’oscurità fa una pessima fine. Comunque sia queste storie
    attirano grandi star del cinema e lo zolfo infernale è finito ache su Robert de Niro
    (Angel Heart, Alan Parker 1987), Al Pacino (L’avvocato del diavolo, Taylor Hackford 1997) e Jack Nicholson (Le streghe di Eastwick, Miller 1987) e hanno calcato la scena come dei pazzi furiosi.

    Ora focalizziamoci sulle possessioni. Idealmente quelle di un
    bambno perpetuate da uno spirito demoniaco malvagio possono essere davvero spaventose. La paura qui
    deriva dall’idea disturbante di trasgressione dell’infanzia.
    Il fatto che tuo figlio o il tuo fratellino possa non essere realmente tale ma una
    creatura distruttiva e malvagia è una paura che ogni familiare ha, e l’idea che
    la propria prole possa avere natura demoniaca può togliere il sonno la
    notte. Ci volgliono quattro anni per socializzare un bambino e per
    inculcare in questo una comprensione del giusto e sbagliato. E buona parte dell’infanzia è una battaglia per tenere sotto
    controllo la loro natura selvaggia. Il concetto di prima infanzia è
    una invenzione recente e l’orrore del demonio-bambino è quello che
    ricorre più spesso.

    I bambini posseduti nei film iniziano a comparire presto con Il
    villaggio dei dannati
    (Rilla, 1960) un adattamento della novella del
    1957 di John Wyndham The Midwich Cukoos, nel quale tutti gli
    abitanti del villaggio inglese di Midwich e tutti quelli che abitano
    entro cinque miglia dal villaggio, cadono a terra privi di sensi.
    Non viene spiegato il motivo (gli alieni sono indiziati) ma due mesi dopo le
    donne sono incinte, e danno alla luce bambini pallidi e con i capelli
    biondi. Sembra che una cosa simile sia accaduta anche in altri
    paesi in torno al mondo (Russia, Canada e Australia) ma i bambini sono morti o sono
    stati assassinati dai genitori. I giovani pargoli crescono ad un ritmo allarmante e
    all’età di sette anni sono educati e scolarizzati ma senza l’ombra di una coscienza e senza conoscere il concetto di amore. Loro
    sviluppano una mente di gruppo e poteri psichici che scatenano per fare del male a
    chi cerca di fermarli. Questo film è stato seguito dal superbo I
    bambini dei dannati
    (Leader, 1963) e un remake meno incisivo di Wes
    Craven nel 1995 ( Il villaggio dei dannati, Craven 1995). La storia di
    Stephen King del 1977 Children of the Corn (pubblicata in Night
    Shift magazine nel 1977) divenne anche un film (Kiersh, 1984) un
    omaggio all’idea.

    Un altro esempio superbo che rappresenta i bambini demoniaci è The Bad Seed
    (LeRoy, 1956) basato sul racconto di William March e su una
    sceneggiatura scritta da Maxwell Anderson e performato nel 1955 nel
    quale abbiamo una piccola ragazza Rhoda Penmark che è sospettata di
    aver annegato il suo compagno di classe Claude per una medaglia. Lei
    ammetterà questo alla madre Christine e anche l’assassinio di un
    vicino di casa. Viene rivelato che Christine è la figlia del serial
    killer Bessie Denker e fu adottata all’età di due anni. Gli omicidi
    di Rhoda continuano e la madre cerca continuamente di coprire le
    attività illegali della figlia finchè alla fine cercherà di
    ucciderla per poi suicidarsi.

    La più grande storia di possessione di bambini è ovviamente L’esorcista (Friedkin, 1973). il film venne adattato dal racconto del
    1971 di William Peter Blatty, una storia mitica di un uomo che cerca
    di recuperare la fede in Dio con conseguenze terribili che coinvolgeranno la
    possessione di Regan McNeil. Il racconto era basato su una storia vera.
    L’esorcismo del 1949 di Mt Rainer, un ragazzo di 14
    anni che sperimentò una tavola Oujia e divenne posseduto dal
    demonio, venne esorcizzato da un prete cattolico con successo dopo
    diversi tentativi falliti. Blatty approcciò uno degli esorcisti
    Padre John Bowdern che acconsentì ad aiutarlo per fare ricerche per il racconto basato sugli eventi e cambiò il sesso del
    posseduto per proteggere lui e la famiglia. L’idea venne proposta a Shirley Maclane che apparì in un altro film sulla
    possessione The possession of Joel Delaney (Hussein, 1972), Maclane
    lo passò a Lew Grade ma l’idea non fu
    accettata. La Warner Bros invece la raccolse al volo e furono selezionati molti
    registi prima di scegliere Friedkin.

    La sceneggiatura dell’Esorcista è stata riscritta in modo
    pesante con Blatty come produttore e l’anno in cui fu girato si presentarono molti problemi, si diffuse persino la diceria che un prete si fosse
    presentato sul set per benedire i partecipanti, una sorta di assicurazione sacra. La Warner Bros decise di non fare preview del film temendo che potesse offendere il pubblico e  partì direttamente con le proiezioni nei cinema che lo
    trasmisero per sei mesi ininterrotti. Divenne un film da incassi record per il
    tempo, con reazioni isteriche da parte del pubblico che ebbe aborti,
    attacchi di cuore e il personale dei cinema che doveva usare la lettiera per i
    gatti per pulire il vomito. La chiesa cattolica venne subissata di
    richieste per esorcismi e invece di dichiarare il film blasfemo il Times Chatolic lo ritenne spiritualmente profondo. L’esorcista venne proiettato in alcuni cinema per due anni a fila e venne rilasciato in Gran Bretagna solo nel suo 25° anniversario.

    Ci sarebbe ancora moltissimo di cui parlare riguardo
    l’immaginario subliminale del film. Friedkin stesso ha dichiarato
    che “non è subliminale perchè tu puoi vederlo” ma è proprio cosi?

     Il volto del
    demone è visibile in due frammenti singoli: uno durante la visita di
    Regan e uno quando la madre è in cucina (non posso dirvi altro perchè sennò faccio spoiler). L’immagine è
    apparentemente parte del test fatti sulla pellicola e che dovevano essere usati nella scena della testa che gira. E’ un incredibile effetto spaventoso per l’epoca, dove non esistevano computergrafica e costumi all’avanguardia e questo vuol
    dire molto per un film pieno di immagini e scene scioccanti senza
    sosta. Il volto del demone ti parla al subcoscio dopo che la tua visione periferica l’ha
    vista… Usare frammenti singoli di immagine come questi è stato
    fatto anche oggi un paio di volte. Una nel film L’anticristo di
    Lars Von Trier (Von Trier, 2009) e ancora in Devil (Dowdle, 2010) una
    storia divertente del demonio che intrappola cinque persone in un
    ascensore e viene mostrata l’immagine di Satana sulle telecamere di sicurezza di
    una guardia.

    L’Esorcista causa disgusto, piuttosto che scioccare, specialmente riguardo il corpo (“Help me” scritto sul torso di Regan) facendolo un
    precursore di Body Horror e del lavoro di David Cronenberg. Il film
    ha lasciato lunghi strascichi e molti si sono ispirati a varie parti. The Orphan
    (Collet-Serra, 2009) è un tentativo notevole (c’è qualcosa di
    sbagliato in Esther) ma ha un colpo di scena che nega la possessione
    demoniaca. Insidious (Wan, 2011) scritto dal creatore di Saw Leigh
    Wannel e James Wan riguarda una coppia il cui figlio diventa un
    mezzo per i fantasmi, ha lo stile dell’esorcista e un nuovo colpo di scena interessante. C’è anche The Last Exorcism-L’ultimo Esorcismo (Stamm, 2010) che esplora in modo
    brillante l’idea di un uomo che perde la religione, in questo Cotton
    Marcus, un disilluso ministro evangelico espone esorcismi
    fraudolenti ma ottiene più di quanto credeva di potersi aspettare.

    Ci sono molte interpretazioni dell’Esorcista inclusa una che
    sostiene che è misogino, con fantasie omosessuali sulla repressione
    di una giovane donna tenuta in uno stato di innocenza verginale. Senza approfondire troppo l’aspetto interpretativo possimo dire che la pellicola parla
    molto della pubertà e Regan è circondata da uomini che la
    torturano. Il demonio è esplicitamente una creatura che rappresenta la sessualità (v.di la scena con la masturbazione), la blasfemia e la profanazione etc.- ma tutto è in potere al demonio. Per molti il film non è nulla più
    che una vecchia interpretazione di Saw rimescolato a temi legati alla sessualità femminile.

    “L’esorcista dispensa con nessuna ambiguità, il ritorno a una
    visione della donna ebraico-cristiana e nel processo
    inavvertitamente esplora l’idea il controllo del corpo della donna che è
    una delle preoccupazioni centrali delle religioni organizzate.”
    James Marriot

    E anche per oggi è tutto. Spero che questa nostra digressione nel mondo dell’horror vi sia piaciuta e magari vi ha anche fatto venire voglia di guardarvi proprio uno dei film di cui stiamo parlando, in fondo tra qualche giorno è Halloween, giusto?

    Buona lettura a tutti e alla prossima.

    Alice Tonini

Letteratura fantascientifica: dalla nascita della fantascienza fino ai viaggi di Gulliver

 Prima dei film di fantascienza è nata la letteratura fantascientifica, un genere da cui i produttori hanno tratto e traggono ispirazione a mani piene. E non è un genere nuovo perchè i temi fantascientifici sono oggetto di speculazioni da sempre. E poi si tratta di un genere che spesso e volentieri va a braccetto con l’horror, lo testimoniano alcune produzioni davvero notevoli…di cui parleremo presto.

Prima di partire però ritengo giusto darvi una definizione di fantascienza come la intenderemo qui così non avete dubbi visto che ci sono dozzine di definizioni diverse. 

Per i nostri propositi da blog per definire un libro fantascientifico esso deve seguire una di queste regole:

La storia si svolge nel futuro. O in quello che era il futuro al tempo in cui è stato scritto. Oppure la storia si svolge in una linea temporale alternativa nella quale gli eventi storici hanno preso una piega differente. (es. una seconda guerra mondiale con un finale diverso)

Usano tecnologie che non esistono o non esistevano quando il libro è stato scritto. (es.viaggi nel tempo o velocità supersoniche)

Gli eventi sono basati su logica e razionalità. Anche se i personaggi e gli eventi sono fantastici, le spiegazioni sono sempre logiche e razionali, basate sul funzionamento di questo universo. L’opposto del fantasy o dell’horror, dove le idee possono anche svilupparsi tramite la magia o l’intervento divino anche se, come già abbiamo detto all’inizio, l’horrr e la fantascienza vanno spesso iniseme dando vita a produzioni di livello notevole come Alien (Scott, 1979). 

La fantascienza nell’antica grecia?

Quale sia il nome o la definizione che volete dargli quando è nata la scienza li è nata la fantascienza, un esempio lo abbiamo nelle speculazioni dei filosofi e con i filosofi naturali le cui riflessioni hanno indagato e studiato i misteri della natura fin dalla antichità. 

Platone fu forse il primo scrittore fantascientifico?

Uno dei primi esempi di letteratura speculativa se non direttamente fantascienza per come la definiamo qui può essere trovato tra le opere dell’antica grecia, Platone produsse La Repubblica: un trattato sulla natura della società. In esso l’autore immaginò una società dove i governanti (l’aristocrazia) vivenano in modo comune e in povertà (diciamo  qualcosa di simile) e pianificavano le unioni tra famiglie per migliorare la qualità della loro classe portando uguaglianza tra i sessi (almeno per chi governava) e proponeva l’educazione universale. Ovviamente queste sono solo le linee principali, è più complesso di così ma vi rende l’idea della visione futuristica proposta dal filosofo.

Il volto di Platone in un recente ritrovamento 

Avanti qualche centinaio di anni rispetto al II secolo a.C incontriamo il greco satirista Luciano di Samosata che scrisse due racconti sui viaggi spaziali. Nel primo il classico eroe Ulisse e la sua barca sono sparati sulla luna da una tromba marina, qui trova una guerra in corso tra il re della luna e quello del sole per i diritti sul pianeta giove (abbastanza attuale come tema). Il secondo racconto Icaromenippus, vede l’eroe Menippo viaggiare fino alla luna con le ali fatte di uccelli. Questi racconti sono rimasti popolari nel tempo, soprattutto nel 17° secolo quando fu Keplero a tradurli in latino. 

Un ritratto del nostro matematico 

Keplero e la fantascienza? Si, ma non solo…

Keplero non si limitò a tradurre dei racconti fantascientifici ma ne produsse esso stesso. Somnium, originariamente scritto nel 1609, nel quale un uomo si lancia sulla luna assistito da sua madre, una strega (fa eco ad un elemento presente nella vita di Keplero sua madre venne accusata di stregoneria ma mai condannata). Keplero usò la ragione scientifica dell’epoca per immaginare elementi della storia come la spinta gravitazionale durante il lancio e la perdita di peso seguente durate il tragitto terra luna. Un peccato che il racconto di Keplero non venne mai scoperto fino alla sua morte e venne pubblicato solo nel 1634, quando l’autore era ormai scomparso.

Keplero non fu l’unico pensatore rinascimentale attratto dalla narrativa speculativa. Il più famoso fu sicuramente Sir Thomas More (Tommaso Moro in italiano), il cui trattato sulla società ideale pubblicato nel 1516  e intitolato Utopia diede a quel tipo di società il nome (la parola in modo letterale significa “in nessun posto”). L’utopia di More include la tolleranza religiosa – ironico visto che lui perderà la testa proprio rifiutandosi di riconoscere Enrico VIII come capo della chiesa di inghilterra. 

Ma non abbiamo ancora finito. Un centinaio di anni più tardi, nel 1638, due scrittori inglesi fantasticarono della vita sulla luna e su come una persona potesse farsi un giro in quei luoghi. Il primo fu Francis Godwin, vescovo di Hereford, il cui racconto pubblicato postumo L’ uomo sulla luna vede l’eroe visitare la luna in modo inintenzionale su un carro trainato da anatre solo per scoprire che è disabitata. Quest’opera è ritenuta la prima opera fantascientifica in inglese. Il secondo scrittore fu John Wilkins, fratellastro di Oliver Cromwell, che scrisse (da notare il titolo esaustivo) La scoperta di un mondo sulla luna, un discorso che vuole provare che è probabile che ci sia un altro mondo abitabile su quel pianeta. La terza edizione di questo libro conteneva anche il pensiero di Wilkins sui viaggi nello spazio, ispirati dalle sue letture di Godwin. Ovviamente il titolo venne accorciato per motivi di stampa.

Ecco il nostro John Wilkins, prelato anglicano

Nel 1668 le donne raggiunsero il rango di scrittrici speculative quando Margharet Cavendish duchessa di newcastle, pubblicò The Blazing World, un lavoro utopico che include l’idea di un viaggio extracorporeo e nel quale la duchessa stessa fa una apparizione viaggiando dalla terra alla luna e ritorno. In aggiunta a essere la prima scrittrice di fantascienza la Cavendish puo essere definita la prima “Mary Sue” – untermine utilizzato per indicare quegli scrittori che idealizzano versioni di sé nelle loro storie. 

Da qalche parte nel 17° secolo altri scrittori e pensatori hanno messo in piedi storie di società future e viaggi interstellari, incluso il frate domenicano Tommaso Campanella che nel 1602 scrisse l’utopico La città del sole che descrive dettagliatamente una società comunista teocratica e il leggendario Cyrano de Bergetac con l’opera Una storia comica degli stati e degli imperi del sole e della luna. Fu influenzato da Godwin e pubblicato postmortem nel 1656. Quest’ultima opera non solo influenzò Jonathan Swift e Voltaire che provarono di loro mano la fiction speculativa ma diede anche credito a Arthur C.Clarke come primo ad avere l’idea dei razzi (l’eroe usava fuochi d’artificio per volare) e anche del ramjet, un tipo di jet che lavora in una atmosfera sottile. 

Nel 18° secolo due satiristi europei tra i più importanti e famosi hanno affrontato i temi della fantascienza: Jonathan Swift con I viaggi di Gulliver  del 1726 e Voltaire con Micromegas pubblicato nel 1756. I viaggi di Gulliver è fantascienza nel modo in cui specula ed ha influenzato la letteratura fantastica fino a oggi. È anche ricordato per la descrizione delle due lune di marte in modo più o meno preciso. Micromegas è meno conosciuto ma mescola satira e scienza nella storia di due enormi creature provenienti da Saturno e dalla stella di Sirio che si intrattengono in una conversazione colta e se la ridono trovando gli umani divertenti. Ma in fondo come dargli torto?

E con questa introduzione alla letteratura fantascientifica oggi vi lascio. Tornerò presto con un articolo sulla letteratura fantascientifica vittoriana e delle novità imperdibili, restate connessi e per chi di voi ancora non l’avesse fatto iscrivetevi alla newsletter.

Buona lettura a tutti!

Alice Tonini

E voi conoscete le sorelle Peabody?

La biografia di cui parliamo oggi ha come autrice Megan Marshall vincitrice del premio Pulitzer e il titolo è The Peabody Sisters, Tree women who Ignited American Romanticism; per chi di voi non mastica l’inglese oggi parliamo della biografia delle sorelle Peabody, tre donne che hanno acceso il romanticismo in america. Un’altro libro sconosciuto qui da noi ma che in america ha spopolato tanto da arrivare tra i finalisti del premio Pulitzer stesso.

La prefazione di Megan Marshall descrive il suo libro come “la storia di tre vite intrecciate, le protagoniste abbracciarono la loro identità di gruppo e si impegnarono per raggiungere una piena indipendenza”. Le vite delle sorelle Peabody Elizabeth (1804-1894), Mary (1806-1887) e Sophia (1809-1871) coinvolgono virtualmente l’intero diciannovesimo secolo, eccezion fatta per il breve epilogo: la Marshall troncò la storia nel 1843.

Perchè mai dovremmo leggere di queste tre sorelle che vissero a Boston e a Salem? Posso rispondervi che ci interessano genericamente perchè contemporanee delle sorelle Bronte e anche delle cinque sorelle Bennet, personaggi di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.

Sono tre figure semi-sconosciute ma molto curiose: quelle sorelle così talentuose si ispirarono a vicenda o invece furono d’intralcio l’una all’altra? Importò l’ordine di nascita? Quanto contò l’esempio dei genitori?

Ma Elizabeth, Sophia e Mary ci interessano anche per la loro storia personale, per le loro particolarità. Chi erano queste donne? La risposta più semplice è che Mary sposò Horace Mann, un riformatore educazionale. Sophya fu moglie di Nathaniel Hawthorne, lo scrittore famoso. Elizabeth rimase single e fondò gli asili nido negli Stati Uniti. Ma come ogni risposta semplice quello che vi ho detto non vi dice nulla perchè furono anche donne colte e raffinate che frequentarono i migliori salotti dell’epoca.

Elizabeth Peabody, fondatrice degli asili nido

Questa biografia si preoccupa di mostrarci le sorelle negli anni prima di questi matrimoni, gli anni in cui Elizabeth e Mary passarono da una scuola all’altra. Aiutavano la famiglia ad arrivare a fine mese ma allo stesso tempo erano profondamente interessate alla pedagogia e agli studi individuali. Questi furono gli anni in cui Sophia, artista talentuosa, era costantemente a letto, esentata dalle responsabilità della famiglia per colpa di misteriosi dolori (pensate ad Alice James) che svanirono dopo il matrimonio (pensate ad Elizabeth Barret).

Sophia, la pittrice 

La biografia inizia con la vita di Elizabeth Palmer (più tardi Peabody) che divenne la madre del talentuoso trio di sorelle e (questa è un’altra storia) di altri tre fratelli fannulloni e perdigiorno. Verrete immersi nell’atmosfera di Boston e farete la conoscenza delle donne di quella città che amavano definire sé stesse come idealiste pratiche, un tema che tornerà anche nella generazione successiva.

Mary donna colta e scrittrice 

È una biografia che ben traccia la ricchezza della storia sociale dell’epoca. Gli avvelenamenti da mercurio causati ai bambini lattanti, le tecniche educative innovative adottate nelle scuole per ragazze, la vita in una piantagione di caffè cubana. E ci delizia la storia intellettuale delle sorelle che interagiscono con William Ellery Channing, Ralph Waldo Emmerson, Margareth Fuller, Washington Allston, e Bronson Alcott. E personalmente trovo divertente la relazione non ortodossa con il vedovo Horace Mann e il breve fidanzamento con Nathaniel Hawthorne, che Shopia dichiarò “carino come Lord Byron”, prima che ogni sorella prendesse marito. 

L’epilogo ci racconta che Mary divenne una scrittrice pubblicata dopo il matrimonio e i figli, Sophia dopo la maternità non dipinse più, il fratello sopravvissuto Nat si rifiutò sempre di impartire alle proprie figlie qualcosa di più di una semplice educazione da elementari. A noi resta da riflettere su questo intreccio di vita, arte, e ruoli di genere e ci sentiamo trasportati lontano dopo le 452 pagine di testo frutto di quasi vent’anni di lavoro autoriale di ricerca.

Per altre interessanti biografie familiari di scrittori americani del diciannovesimo secolo date un occhiata alla biografia epistolare The Emerson Brothers: a fraternal Biogaphy in Letters edito da Ronald A. Bosco e Joel Myerson, e The Jameses: a Family Narrative scritto dal professor R.W.B.Lewis, noto americanista. Per informazioni sulle sorelle Bronte invece date una occhiata al libro di Lucasta Miller The Bronte Myth.

Buona lettura a tutti e alla prossima.

Alice Tonini

Viaggiate con me nelle terre dei mostri che si trovano dentro e fuori di noi.

 Ripartiamo con il nostro viaggio nei sottogeneri dell’horror.

Oggi faremo una breve tappa tra i mostri che sono diventati immancabili sul grande schermo grazie alla tecnologia e ci incamminiamo nell’intricata foresta dell’horror psicologico.

Come dicevo prima grazie alle tecnologie a disposizione oggi, ad esempio il green screen o  sfondo verde usato nelle fasi di produzione, la Cgi o computer generated imagery utilizzata insieme alla motion capture e altre tecniche simili, è diventato possibile creare quasi ogni tipo di essere
dentato e multi tentacolato a patto che il budget sia abbastanza sostanzioso da consentirlo. 

Un buon budget può permettere di animare creature
con un aspetto eccellente come Monster Man (Davis, 2003), la
trilogia di The Feast (Gulager, 2005- 2008; Adam, 2009) e Cloverfield
(Matt Reeves, 2008) che hanno richiesto parecchi fondi e molto
lavoro in studio di produzione. Gli sforzi solitari di Gareth Edwards con Monsters
(Edwards, 2010) hanno richiesto parecchio tempo e gli effetti Cgi hanno voluto mesi di intenso e duro lavoro. Da citare anche Un posto tranquillo (Krasinski, 2018) che aggiunge ai mostri un concepti originale. Una volta che avete uno
studio adeguato potete anche permettervi di girare King-Kong (Jackson, 2005) o
Prometheus (Scott, 2012) ma se vi mancano i fondi economici è meglio se concepite
qualcosa che possa essere immaginato per la gran parte del film senza mai essere mostrato. O
meglio ancora se il mostro è dentro il protagonista come negli horror psicologici, qui si che si
risparmia.

L’horror psicologico è la porta che cigola, la bambola posseduta,
la casa maledetta con graffi lungo i muri, le immagini
evanescenti che si dissolvono nell’aria. E’ l’improvviso suono di un telefono – un bello
spavento. E’ una faccenda tutta interna, che non lascia spazio al grottesco;
invece c’è la nebbia, ci sono le ombre e c’è l’orrore che creiamo
nella nostra immaginazione.

Qui abbiamo a che fare con il mistero, quelle zone
d’ombra che risiedono dentro l’anima umana stessa e con le nostre
fatiche per determinare la nostra natura. L’idea è quella di
accedere alla nostra psiche, quella parte di noi stessi che troviamo
nei sogni, negli incubi, nella pazzia, nelle visioni o nelle
allucinazioni. Quasi tutti i thriller psicologici parlano della
pazzia o dell’assenza di una coscienza umana. Questo richiede personaggi
complessi, come il killer Robert Rusk in Frenzy (Hitchcock, 1972) o
Carol Ledoux in Repulsione (Polanski, 1965). Questo genere di personaggi può creare molte
difficoltà ai produttori. Come mostri quello che è sconosciuto?
Dal cinema espressionista tedesco degli anni venti, agli horror
asiatici degli anni duemila, la sfida è stata quella di trovare il modo
di mostrare le parti piò contorte delle menti malate.

La domanda che si pone al pubblico di questo tipo di horror è cosa realmente si cela
nella mente della persona per riuscire a risolvere il mistero e ristabilire
l’equilibrio? 

Spesso la storia è frammentata di modo che il
personaggio risulti paranoico e nessuno possa credere alla sua
versione della storia, lo si mette nella situazione di dovere difendere la
propria sanità mentale e dimostrare che non stà vedendo cose ma
che c’è qualcosa all’esterno che maneggia la realtà. Non è in
gioco la morte del protagonista ma la pazzia e la sanità mentale. Molte storie
terminano con una camicia di forza e con il protagonista riportato a
forza nella sua cella con gli altri ospiti del manicomio che lo
salutano. Carrie (De Palma, 1976) fu un eccellente esempio di finale
scioccante e pazzo e The Shining (Kubrick, 1980) rappresenta in modo eccellente la disintegrazione della sanità mentale. La morte di
Jack è il risultato della sua incapacità ad adattarsi alle nuove
condizioni esistenziali in cui si trova a vivere. Durante tutto il
film cercherà di riportare l’ordine e l’equilibrio con ogni mezzo a sua
disposizione, anche a costo di uccidere chi gli è caro.

Il conflitto principale in questi film è tra il conscio e l’inconscio, tra il
controllo e il caos. Il pericolo è nascosto nelle profondità della
mente umana dove ci sono paure, fobie e pulsioni nascoste. Il film Peeping
Tom – L’occhio che uccide
(Michael Powell, 1960) ne è un buon esempio. Questo tipo di film discute la natura
stessa dell’uomo. Cosa diventiamo se veniamo privati della nostra
comunità e obbligati a fare affidamento solo su noi stessi? La
chiave per sopravvivere diventa la conoscenza di sé, è un viaggio alla
scoperta della vera natura umana, nel bene e nel male. L’essenza del film è
freudiana ma fa emergere figure genitoriali o parentali ovunque.

In molte storie di natura psicologica la paura peggiore è già avvenuta e il
protagonista non ne è consapevole. Il mistero che si svela deve raggiungere un punto di
catarsi e di massima tensione per raggiungere la risoluzione e la conoscenza di sé finale – ma allo stesso tempo questa conoscenza avviene sempre troppo tardi per i nostri personaggi. Alcuni esempi di film che hanno inscenato queste dinamiche in
modo esperto sono (spoiler ovviamente) Carnival of Souls (Harvey,
1962), Il sesto senso (Shyamalan, 1999) Dead of Night – Incubi notturni (Cavalcanti,  1945) La casa degli orrori del dottor terrore (Francis, 1965) e il
tardo film di John Carpenter The Ward – Il reparto (Carpenter, 2010). Queste
storie hanno richiesto tutte di essere accuratamente preparate prima di essere messe in lavorazione per evitare che il pubblico anticipi il finale. Un’altro film che lo fa molto
bene è Haute tension – Alta tensione (Aja, 2003), nonostante qualcuno lo trovi
estremamente illogico in alcune scene “spinte”.

L’eroe in una storia psicologica deve avere un forte obiettivo
logico. Questo significa che alle spalle ci deve essere una forte sceneggiatura, spesso con idee
estremamente interessanti e personaggi ben pensati. Una fotografia
oscura con Roger Moore è quella di The Man who Haunted Himself – L’uomo che uccise sè stesso,
(Dearden, 1970) è un meraviglioso esempio di un uomo in una
situazione per lui incomprensibile, ed è uno dei ruoli meglio
riusciti dell’attore di James Bond. Seguiamo un incidente d’auto, un
uomo d’affari Harold Pelham è operato e muore sul tavolo
operatorio. Quando è riportato in vita sullo schermo appaiono due
battiti del cuore, e mentre torna alla sua vita di tutti i giorni
capisce di avere un doppelganger. Di nuovo si ripete la storia di
Jekyll e Hyde, l’uomo e il mostro, la natura duale della psiche.

L’horror psicologico esplora questo campo mentale, spesso dividendo a
metà letterarmente quello che noi riteniamo buono e cattivo, le
parti vengono fatte coesistere fuori dalla natura. Mostrate, a volte, come parti di
uno stesso sè come nella storia di R.L.Stevenson che più volte è
stata presentata sul grande schermo Fight Club (Fincher, 1999) dove
due uomini combattono. Le donne possono trovare un alter ego in
Haute Tension (Aja, 2003) e una molteplicità in Identity – Identità (Cooney,  2003).

Il vocabolario che usiamo quando parliamo di questi aspetti complessi e divergenti della
nostra umanità ha le sue radici nella psicanalisi. Termini come
repressione, bipolarismo, OCD, ADD, ossessione e disordine da
personalità multipla ci sono diventati familiari
ma sono anche termini di psicologia clinica. Noi abbiamo lentamente
assimilato questo linguaggio dai giorni di Psycho (Hitchcock 1960).

Il termine serial killer è stato coniato dal profiler
dell’FBI Robert Ressier durante una lettura pubblica del 1974,
ma si dice che lui facesse riferimento agli omicidi seriali e non a chi li commette, senza
riguardo alle azioni di John Wayne Gacy, Ted Bundy e Alleen Wuronos.  È stato il grande successo de Il silenzio degli innocenti (Demme, 1991) che ha popolarizzato il termine nostante in precedenza il film Henry:
Portrait of a Serial Killer
 – Henry: pioggia di sangue (Mc Naughton, 1986) fosse più realistico e presentasse un esame della mente di un killer più efficace.

Psycho inizia come un thriller qualsiasi, con un furto di denaro e ci poniamo la
domanda “riuscirà Marion a farla franca?” ma la questione centrale
più tardi diventa “Come può Norman riuscire a tenere segreto il suo
omicidio?” Abbiamo un effettto di cambio di generi m/f e protagonista.
Hitchcock ripete il trucco in Frenzy (Hitchcock, 1972) dove Rusk,
l’assassino, deve rompere le dita al corpo di una donna morta, in un
camion pieno di patate, per recuperare la spilla con le sue iniziali che le è rimasta in mano. Hitchcock lavorò duro per rendere
questa lunga scena drammatica e comica efficace, introduce il concetto di commedia nera per aiutarci
a simpatizzare con il male perchè noi dobbiamo empatizzare con l’assassino. Oggi il concetto di
antieroe è diventato comune e nelle commedie drammatiche noi siamo
pronti ad accettare la convenzione del viaggi di redenzione di un
personaggio negativo interpretato da Keitel, Travolta o Eastwood.

Prima che Psycho ci introducesse agli aspetti psicologici, i film
erano thriller, polizieschi o storie di detectives. L’omicidio era
motivato dal lusso, dalla vendetta o dall’invidia e il concetto dell’assassino
che “uccide come parte di quello che lui è” semplicemente era
sconosciuto.

Una possibile eccezione, anche se considerata principalmente un noir è l’opera
di Fritz Lang M (Lang, 1931) dove il bambino omicida interpretato da
Peter Lorre presenta il caso di questa compulsione a una corte locale. E’ interessante notare che è centrale il
concetto di coinvolgere un ladro per catturare un ladro come accade
in Il silenzio degli innocenti che è un mix tra il thriller e
l’horror.

Per oggi vi lascio, spero che il viaggio vi sia piaciuto anche se non finisce qui, abbiamo ancora qualche sottogenere da esplorare. 

Buona lettura e alla prossima. 

Alice Tonini 

Settembre 2023 a Libri sotto I portici

 Come ogni settembre, ormai lo sapete che partecipo al mercato dei libri che si tiene a Castel Goffredo, in provincia di Mantova.  

L’edizione di quest’anno ha visto la presenza du un grande numero di espositori e una buona affluenza di persone soprattutto in mattinata. Credo che la buona affluenza sia stata favorita dal bel tempo.

Nel pomeriggio invece la presenza di pubblico è stata inferiore ma la vicinanza di Castel Goffredo alle zone turistiche del lago di Garda permette ai visitatori di fare gite fuori porta.

Il cibo proposto oggi è stato il tradizionale tortello amaro fatto al momento e servito con burro fuso aromatizzato alla salvia e formaggio. Una vera delizia.

Per questa edizione è tutto, vi aspetto al prossimo appuntamento di ottobre  con parecchie novità. 

Alla prossima e buona lettura. 

Ps. Se volete qualche anteprima iscrivetevi alla newsletter