La nascita della fantascienza: Gernsback e _Amazing Stories_

Benvenuto lettore dell’ignoto, uno dei tuoi generi preferiti è la fantascienza e oggi ho deciso di parlarti ancora delle prime riviste che agli inizi del secolo scorso si sono occupate di sci-fi e di come sono nate le prime fandom. Lo scorso articolo abbiamo visto Campbell e i suoi sforzi, stavolta parliamo di Gernsback e dei primi autori che sono diventati famosi anche grazie a lui.

 

Scientificazione? Fantascienza!

 

Prima del 1920 la fantascienza era senza una casa; alcune riviste e case editrici accoglievano solo occasionalmente racconti o romanzi del genere, e soprattutto era preferibile che la versione fosse il più economica possibile, meglio se la fiction era orientata all’avventura per riviste pulp come The Argosy che debuttò nel 1890. Ma il genere mancava di giornali specificatamente devoti al lato fantastico della scienza e degli alieni. Il cambiamento arrivò nel 1926 con la rivista made in US Amazing Stories, edita da Hugo Gernsback.

Un uomo con una considerevole capacità tecnica, fu notevole inventore (prese all’incirca 80 brevetti) ma con più modeste abilità di scrittore, Gernsback fu autore superficiale e di scarso valore che scrisse racconti, anche seriali, tra cui ricordiamo la storia Ralph 124c 41+ del 1911. Aveva una spiccata creatività e immaginazione, pensate che nei suoi libri troviamo dai fax ai fogli di alluminio, ma era chiamato anche Hugo the Rat per la sua cattiva propensione alla gestione del denaro al limite dell’onestà (o disonestà). 

 

Indovinate di che storia si tratta? 

Gernsback è conosciuto per essere un editore attento: le storie che pubblica in Amazing Stories le battezza Scientificazioni, ma possiamo considerarle in tutto e per tutto Science Fiction moderne, e si focalizzano in modo principale sui gadget e la tecnologia piuttosto che su propositi stilistici. Adatta le sue pubblicazioni ai suoi gusti personali ma inavvertitamente appende una croce attorno al collo del genere, croce che è presente ancora oggi. Le critiche che puntano ai bassi standard qualitativi della prosa letteraria della fantascienza rispetto ad altri generi di narrativa purtroppo hanno avuto vita facile.

Su Amazing Stories vengono riproposte storie di Verne, Wells e Poe, ma anche alcuni lavori che era meglio dimenticare. Ha proposto opere della prima età dello Sci-Fi, di maestri come Jack Williamson, Edmund Hamilton e E.E. “Doc” Smith, che è considerato il padre del sotto genere dello Sci-Fi conosciuto come Opere spaziali, ambientate nello spazio.

 

Chi di voi riesce a indovinare questa storia? 

 

Gernsback ha inluenzato la creazione delle fandom della fantascienza: una comunità di entusiasti che diffondono l’influenza del genere su tutti i media. Pubblicò lettere appassionate di fan sul suo giornale e incluse l’indirizzo degli stessi consentendo loro di contattarsi l’un l’altro individualmente e creare una community. Per questa iniziativa ricevette un premio Hugo dedicato ai suoi contributi alla creazione delle comunità di fan del genere.

Ora vediamo alcuni nomi di scrittori legati al mondo delle prime riviste e alle edizioni di Campbell e Hugo. A questi autori dobbiamo la promozione e la diffusione di alcuni dei più famosi sottogeneri fantascientifici tra cui:

Robert Heinlein che vendette la sua prima storia breve Life-Line a Campbell nel 1939 e che divenne in breve tempo il più rispettato e influente scrittore del genere con delle novelle che si aggiudicarono il premio Hugo tra cui citiamo Double Star, Starship Troopers, La luna è una severa maestra e del 1962 ricordiamo Straniero in terra Straniera.

 

E questa che storia è? È facile!

Isaac Asimov scrittore immensamente prolifico (scrisse o editò più di cinquecento libri di fiction e non fiction) e autore di Foundation serie di novelle del 1951 (ritenute tra le migliori mai scritte in fantascienza), pubblicate in Italia con il nome di Cronache della Galassia e Prima Fondazione. Mise mano anche alle novelle sui robot e alle storie brevi incluso Io, Robot. Nel 1941 Campbell incoraggiò Asimov a scrivere la sua storia breve più famosa Nightfall nella quale una civilta che vive in un sistema stellare con sei soli affronta la sua prima notte in 2000 anni (e lo fa poveramente). Il suo nome appare sulla copertina di molte riviste, la più famosa è forse Asimov’s Science Fiction.

A.E.van Voght, scrittore canadese che fece carriera con i Pulp Magazines scrivendo opere fuori dalla fantascienza prima di cambiare genere. Campbell acquistà la sua prima opera di fantascienza nel 1939 intitolata Black Destroyer, che racconta di una minaccia aliena che uccide i membri di una nave spaziale, suona familiare? Astrounding Stories serializza il lavoro più famoso di Vogt dal titolo di Slan che parla di una forma mutante superiore di umanità.

Altri autori che Campbell portò alla stampa furono Theodore Sturgeon, L. Sprague de Camp e L.Ron Hubbard (Campbell pubblicò i suoi primi articoli sulla dianetica, il regime di auto-aiuto che verrà utilizzato per fondare la chiesa di Scientology). Molti degli autori sopra citati trovarono spazio anche in Astrounding Stories che venne pubblicata, tra alti e bassi, per 98 anni. Poi scomparve dalla scena

Un’ultima curiosità. Durante la seconda guerra mondiale Astrounding Stories e il suo editore Campbell saranno indagati dall’FBI quando verrà pubblicato un racconto ovviamente di fantasia di Cleve Cartmill intitolato Deadline che parlava di una bomba nucleare. A volte la realtà supera la fantasia. Il racconto apparve per la prima volta nel 1944 mentre gli Stati Uniti stavano segretamente preparando la loro bomba con il progetto Manhattan. La storia racconta che Campbell ricevette la richiesta di smettere di stampare storie che parlavano di bombe atomiche. Lui rispose che se tali storie fossero scomparse dal suo giornale allora centinaia di fan della fantascienza avrebbero capito che la ricerca era avvenuta e che la bomba era stata creata e non era più fantascienza. Fu stabilito poi che l’autore non aveva ricevuto alcuna informazione interna e che non c’era alcun pericolo reale.

E con quest’ultima chicca anche per oggi vi devo salutare. Caro lettore dell’ignoto ti auguro buone vacanze e come sempre ti invito a leggere un buon libro. Alla prossima. 

Alice Tonini 

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Charles Dickens: l'inghilterra del 1800 con le sue grandi speranze e disperate illusioni

Benvenuto lettore dell’ignoto, come avrai notato anche tu sono un paio di mesi che non ti posto un buon invito alla lettura. Oggi torno di nuovo a parlarti di un autore di cui mi sono già occupata in passato: Charles Dickens.

Lo scorso articolo avevamo parlato del natale e del suo racconto Canto di Natale, stavolta sotto la nostra lente d’ingrandimento è finito il romanzo Grandi speranze o in inglese Great Expectations. Personalmente ritengo che Dickens fu uno dei migliori scrittori della sua epoca con una sensibilità verso i problemi sociali che pochi altri fino a quel momento hanno saputo riportare su carta. E non solo. Grandi speranze è considerato uno dei più grandi e sofisticati romanzi dell’autore e un classico della letteratura vittoriana con centinaia di adattamenti teatrali.

 

 

Nel capitolo otto di questa novella il giovane narratore in prima persona annota con il suo spirito fanciullesco quanto dovesse essere felice lo Zio Pumblechook, proprietario di un negozio di semi, di avere “così tanti piccoli cassetti nel suo negozio”. Il Pip bambino sbircia dentro i cassetti e vede semi di fiori e bulbi “impacchettati in carta marrone“ e si chiede se quei bulbi e semi non abbiano voglia di “uscire dalle loro prigioni e fiorire“. Che espressione meravigliosa, inconscia del suo stato! Un bambino intelligente, ricettivo e sensibile, l’orfano Pip viene allevato da una vecchia e malinconica sorella e dal mite zio Joe, un fabbro illetterato. I tre vivono nel mondo classista dell’inghilterra del primo 19° secolo. Il Pip bambino vive come rinchiuso in una borsa serrata all’interno di una scrivania. Pip avrà bisogno delle abilità di Houdini per bruciare i limiti della sua prigione e prendere il volo.

Le osservazioni di Pip ci accompagnano alla scoperta delle disuguaglianze di cui farà esperienza; soprendentemente il suo primo scontro con il mondo dei ricchi arriverà presto. Pumblechook lo porta nella casa dell’eccentrica Miss Havisham che vive con la sua figlia adottiva Estrella, una ragazza altezzosa con circa la stessa età di Pip. Qui impara a conoscere le fitte del risentimento, l’umiliazione degli sguardi di disprezzo per i suoi stivali logori e le esclamazioni di disgusto al suo dialetto da classe operaia. (“ Questo ragazzo è Jack dei furfanti! “ disse Estrella durante un gioco di carte).

 

 

La sceneggiatura è complessa con personaggi che attraversano e ri-attraversano le strade che li portano a incrociare la vita del protagonista nel suo paesino natale, a Londra e perfino in egitto. Non farò nulla per spoilerarvi le sorprese riservate a chi legge per la prima volta l’opera. Per chi di voi ne avesse la possibilità consiglio anche la lettura in lingua originale per apprezzare meglio la musicalità del linguaggio dell’autore: “violent blasts of ran” ,”rages of wind”, e “gloomy aloomy accounts…from the coast of shipwreck and death”.

I lettori del romanzo si innamoreranno della ricca galleria di personaggi proposti. Il prigioniero fuggito Magwitch che chiede aiuto a un terrificato Pip il quale raggiunge i ranghi del crimine rubando cibo e bevande dalla casa della sorella che lo ospita. La rancorosa Miss Havisham che vive nel suo abito da sposa con una torta nuziale coperta dalle ragnatele dimenticata su di un tavolo. Il potente avvocato Mr.Jaggers con la testa piena degli oscuri segreti dei suoi clienti e con le mani che devono essere lavate col sapone profumato dopo ogni appuntamento. L’assistente di Jaggers, il signor Wemmick: guardiano di una proprietà immobiliare, impeccabile sul lavoro e amorevole assistente del vecchio padre a casa.

Anche in questa opera Dickens si rivela il genio dei dettagli. Il suo talento è così prodigo che a volte un personaggio presente in una frazione di pagina può rimanere impresso nella memoria del lettore per sempre: un esempio è il ragazzo di Trabb (se leggerete il libro lo troverete di sicuro) che è in grado di smontare la falsa arroganza di Pip con tre parole e un sogghigno: “Don’t know ya!”.

 

 

 

Il libro è un Bildungsroman, un racconto di crescita, come gli altri che vi presento in questi mesi, ma si distingue per il messaggio. Noi seguiamo Pip dall’età di sette anni fino a quando raggiunge i ventirè; il capitolo finale vede Pip nei suoi trenta. Il nostro protagonista passa da un promettente inizio con grandi aspettative (come dice il titolo), a una vita da gentleman, la vita di un giovane uomo che ha bisogno non di sporcarsi le mani con il lavoro ma piuttosto di vivere sulle spalle di un benefattore anonimo. Il suo seme germoglia ma l’atmosfera calda di una vita agiata non guadagnata con le proprie forze e attraverso i propri meriti lo fa diventare cieco. Il romanzo ha una morale profonda e ancora attuale che cattura il lettore moderno durante le quasi cinquecento pagine.

La storia si presenta con due finali alternativi. Il primo scritto da Dickens stesso, il secondo venne composto su consiglio del popolare scrittore Sir Edward Bulwer-Lytton, che ispezionò le bozze e propose a Dickens di rendere il finale più solare. Oggi le ristampe presentano entrambi i finali e ognuno di noi può decidere quale è il suo preferito… un consiglio secondo la mia opinione: chi oggi ancora legge Bulwer-Lytton?

E anche per questo consiglio di lettura è tutto. Spero tanto di averti invogliato a prendere in mano un buon romanzo per rilassarti un po’. Un caro saluto e alla nostra prossima avventura nel mistero.

Alice Tonini

La caduta di Efeso tra magia, misteri e tradizioni: simbologia e misticismo alla fine dell'impero romano. #3

Benvenuto lettore dell’ignoto, accompagnati nella nostra ultima passeggiata tra le rovine di Efeso. È estate e fa caldo, tra le rovine si aggirano stormi di zanzare quindi ci sposteremo a visitare luoghi più ospitali.

 

Le scorse volte durante le nostre passeggiate abbiamo parlato di come è nata Efeso, quali sono le leggende alla base dello sviluppo di quella che era considerata una città importante sia dal punto di vista commerciale che dal punto di vista culturale e religioso. Abbiamo poi visitato le rovine del tempio, una delle meraviglie dell’antichità e abbiamo parlato della sua storia e della mistica legata alla simbologia sacra. Abbiamo visto dove si trovava il teatro di Efeso e abbiamo percorso le enormi strade lastricate di marmo che ancora oggi attraversano le rovine. 

Prima di andarcene facciamo un ultimo giro tra i resti della città e lasciate che vi racconti di qualche altra leggenda che riguarda Efeso. 

 

 

Avete notato quelle statue della dea Artemide che gli archeologi hanno trovato tra le rovine? 

Si dice che sia l’immagine della dea che ha ispirato il grandioso tempio.

La simbologia è legata a quella della dea delle Amazzoni e secondo i miti è da far risalire a tempi più antichi rispetto alla fondazione della città. L’immagine della divinità è ispirata a quella della palma da dattero che era simbolo di prosperità, fertilità e della ricchezza femminile. Bisogna considerare che in tempi antichi il dattero era una risorsa alimentare fondamentale per le popolazioni della zona.

Dice una leggenda che una notte in città cadde dal cielo una piccola pietra, probabilmente un meteorite, e attorno a quella venne eretto il primo altare dedicato alla dea. Per secoli la pietra ( Diopet) che si diceva fosse stata invitata da Giove, fu incastonata nel murale accanto all’altare o nella corona turrita della statua della dea che fu realizzata dai greci in sostituzione della palma. Questa pietra era considerata l’oggetto più sacro di tutto il tempio e secondo gli archeologi potrebbe essere sopravvissuta alla distruzione dell’altare. Secondo una fonte la pietra originale si troverebbe ora nel museo della città di Liverpool; il museo avrebbe ottenuto la pietra da un antiquario di nome Charles Seltman, che l’aveva comprata a Efeso negli anni Quaranta.

 

Questo sarebbe il famoso Diopet di Efeso che si dice fosse incastonato nella statua del tempio ma le discussioni sono ancora molte. 

 

Il sovrintendente di Liverpool il dottor Dorothy Downes, dice che il fatto che sia stata acquistata a Efeso non ne prova l’origine, ma che “potrebbe provenire da uno dei templi di Efeso”. Secondo gli studi la pietra era originariamente un pestello risalente al neolitico, realizzato in giada vulcanica, e il sovrintendente aggiunge che secondo loro “diventò oggetto di culto attorno al 700 a.C. quando gli fu data un’altra forma e vennero aggiunte delle striscie in ferro”. Moltissimi all’epoca pensavano che queste pietre fossero meteoriti piovute dal cielo a opera degli dei e per questo le consideravano sacre.

 

 

L’immagine che avete visto sopra viene denominata “Diana di Efeso” ed è arrivata sino a noi attraverso le statuette che riproducevano in piccolo l’originale e che erano vendute in città alle migliaia di pellegrini che ogni anno venivano a visitare il tempio da tutto il Mediterraneo. Per capirci erano un po’ come dei moderni souvenir portafortuna. Le statuette sono anche menzonate nella Bibbia e lo stesso Demetrio, tra tanti, ne fece diverse copie. Quel Demetrio cesellatore d’argenti che dopo aver sentito parlare Paolo di Tarso radunò i suoi colleghi e così parlò loro:

Non è solo la nostra professione a essere in pericolo, ma lo stesso tempio della dea Diana, che così finirà per essere abbandonato da tutti. E la sua maestà che l’Asia e l’intero mindo rispetta e adora sarà negletta e abbandonata!”

La leggenda narra che queste parole eccitarono i colleghi di Demetrio a tal punto che al grido di “grande è Diana di Efeso!” presero a tumultuare. E la ribellione presto si estese a tutta la città, costringendo Paolo a fuggire.

Comunque sia andata oggi sappiamo che le statuine potevano variare nei dettagli e ci sono diverse interpretazioni e letture dei significati simbolici mistici. La più comune vuole che la dea della fertilità, con origini orientali e che veniva rappresentata con una magnificenza di vesti tipica dell’Oriente, si fondesse con l’immagine di Artemide-Diana, dea della natura.

I testi degli studiosi descrivono tutti l’immagine che ne deriva come mostruosa, una donna con molti seni. La figura rappresentata, adornata di vesti e monili preziosi ha una collana di seni, che si può spiegare con la leggenda della palma da dattero che già vi ho citato prima: l’albero era sempre pieno di frutti ai tempi delle feste artemisie che si tenevano in città. E’ più che probabile quindi che una collana di datteri maturi adornasse le statue in città durante la celebrazione. Le statuine finirono per riprodurre queste decorazioni tradizionali e la collana di frutti divenne una collana di seni.

 

Amazzone

 

Questa è la versione più accreditata tra gli studiosi perchè non contrasta con la tradizione che ci rimanda all’Amazzone, legata al mito classico dove la dea è “regina e cacciatrice, casta e pura” allo stesso tempo. In quella prima rappresentazione antica la sua immagine è snella e dai seni eretti di giovinetta, simile ad altre immagine dello stesso tipo risalenti ai primi anni della fondazione della città. La dea in quel caso aveva entrambe le braccia tese in avanti con i palmi delle mani aperti e dei minuscoli leoni sulle spalle. La parte bassa del corpo è coperta da tre fasce o fregi con teste di cervi, buoi e leoni.

Molte statuette hanno anche un ciondolo: a forma di scorpione, con una mezzaluna, dai corni che puntano al basso. Tutte hanno in comune la curiosa corona dove è incastonata la sacra pietra. I visi sono solitamente in stile ellenistico, con tratti puri e regolari.

Della statua originale non è mai stata trovata traccia. Dalle descrizioni che ci sono giunte doveva essere spettacolare: nel tempio interno stava su un altare largo oltre venti metri, circondata da un doppio ordine di colonne. Fu distrutta nel 400 d.C. Da un cristiano fanatico che si vantò poi di aver abbattuto l’immagine del demonio Artemide. 

Nei secoli il tempio venne lentamente a perdere d’importanza. Solo il culto di Diana sopravvisse alla distruzione definitiva da parte dei goti. I temi mistici e le antiche credenze divennero a pannaggio di gruppi segreti e clandestini quando l’imperatore Costantino, che precedette Giuliano l’apostata, proclamò il cristianesimo religione ufficiale dell’impero romano. L’azione dell’imperatore Giuliano che cercò invano di fare rivivere il culto non servì a nulla, la fase di declino era ormai nel pieno.

Ma avviamoci verso l’antico porto di Efeso e parliamo della fine della città e quindi della storia di Giuliano l’apostata, l’ultimo difensore del paganesimo.

 

Statua di Giuliano l’apostata 

 

Si dice che l’uomo più famoso di Efeso, al tempo di Costantino, fosse il filosofo-mago di nome Massimo. Fu lui a iniziare l’imperatore Giuliano ai misteri Eleusini, fu lui ad avviarlo alle pratiche mistiche e anche, si dice, ai riti notturni alla dea Ecate.

Per chi di voi non si intendesse troppo di mistica Ecate è una dea oscura legata al ciclo lunare, diciamo che è il volto buio di Artemide-Diana. Le leggende e le testimonianze dell’epoca ci raccontano che durante le notti di luna nera il tempio apparteneva a lei ed era allora che si svolgevano i riti a lei dedicati.

Come già vi ho mostrato prima tutte le divinità femminili antiche ebbero la tendenza a fondersi in una sola figura. La madre terra personificata da Cibele, Demetra e Iside, e la Vergine conosciuta come Artemide, Persefone ed Ecate sono tutti aspetti comuni della figura sacra femminile, tessitrice di mistero e dotata di intuizione magica. Lo stesso meccanismo si è perpetrato nel tempo fino ai giorni nostri secondo l’opinione di Robert Graves, studioso dei miti della grecia antica. Egli ipotizza che quando il mondo occidentale adottò il dio maschile e la figura di Gesù, incominciò il declino del significato profondo e psichico della vita per come molte persone dell’epoca la concepivano. I cattolici fecero quindi un tentativo per tornare alla venerazione femminile con l’inserimento della figura di Maria Vergine e madre (tentativo che venne frustrato dalle forze della Riforma, ma quelli furono altri tempi).

Ecate 

 

Torniamo ora alla nostra storia e alla fine di Efeso. Massimo il mago convinse l’imperatore Giuliano, che credeva nel principio della metempsicosi (cioè nella reincarnazione) di avere in sé l’anima di Alessandro il Grande e di essere per questo destinato a conquistare il mondo.

Giuseppe Ricciotti nel suo libro Giuliano l’apostata racconta in modo molto pittoresco di come Massimo e Giuliano s’incontrarono la prima volta. Allora Giuliano, ufficialmente ancora un cristiano per evitare la collera di suo zio, l’imperatore Costantino, studiava con Eusebio, a Pergamo. Il suo maestro non era del tutto in sintonia con le idee di Massimo che all’epoca si era già fatto una solida fama come sacerdote del paganesimo ellenico. Eusebio raccontò a Giuliano di quando una volta il mago l’aveva invitato con alcuni amici al tempio durante i rituali di Ecate dove aveva bruciato incensi e recitato inni. Ad un certo punto la statua della dea iniziò a sorridere e poi a ridere a piena gola. Massimo li calmò e disse loro di guardare con attenzione e più da vicino perchè le torce che la dea teneva in mano stavano per accendersi. E infatti così fù.

Eusebio probabilmente pensava che l’episodio narrato sarebbe bastato al giovane Giuliano per perdere interesse in Massimo, invece accadde proprio il contrario.

Disse Giuliano: “Addio. Tieniti i tuoi libri, mi hai fatto trovare l’uomo che fa per me.” E lasciato il maestro se ne partì per Efeso, dove studiò seriamente le arti occulte, partecipando a un vero e proprio corso a esse dedcato. Fu iniziato ufficialmente ai misteri, con i riti del caso: cerimonie sotterranee accompagnate da suoni misteriosi, esalazioni ributtanti, truci apparizioni.

Da quel momento, racconta il prete cristiano Gregorio, che scrisse una delle biografie di Giuliano più famose (ovviamente in negativo), Giuliano fu posseduto dal demonio.

 

Costantino osserva il nipote con sguardo severo…

 

Durante la fanciullezza Giuliano s’era tenuto i propri pensieri per sé, sapendo bene che se avesse rivelato le sue credenze avrebbe rischiato la vita. Lo zio Costantino non era uomo tollerante e dopo avere ammazzato i suoi tre figli, aveva adottato il cristianesimo come religione semiufficiale di stato rendendosi conto che gli sarebbe potuta servire come potente strumento dell’autorità imperiale per il controllo del popolo.

Giuliano che era nato con il nome di Flavio Claudio Giuliano il 6 novembre 331 d.C. a Costantinopoli fu un adoratore del sole, anche se in gioventù aveva superficialmente accettato il cristianesimo, una religione che lo lasciava scettico e che derideva. Come la maggior parte dei suoi contemporanei, usava il termine “magico” in senso spregiativo e una volta si lasciò scappare che: “Paolo di Tarso era il più grande dei maghi e degli impostori mai venuti al mondo“.

Re Salomone 

 

Giuliano era pieno di sarcasmo verso gli incantesimi cristiani che, secondo lui, erano capaci di ridare purezza con l’acqua battesimale ai fornicatori, agli idolatri, agli adulteri, ai ladri, ai ricattatori e ad ogni sorta di malfattore, ma non erano in grado di curare nessun malanno fisico. Lui invece, credeva in tutte le forme di divinazione pagane compreso l’esame delle viscere e l’interpretazione dei sogni e dei segni.

Giuliano aveva vent’anni quando andò la prima volta a Efeso all’inizio di una carriera breve e intensa che lo portò a studiare magia ad Atene, a essere ammesso ai misteri Eleusini, a divenire comandante militare del fronte occidentale nel 355 d.C. e infine imperatore alla morte di Costantino nel 362. Il primo atto del nuovo imperatore fu quello di riaprire tutti i templi pagani e di cercare di fermare l’onda montante del cristianesimo. Ma l’onda era troppo forte anche per lui, e soltanto un anno dopo, mentre conduceva con successo una campagna militare contro i persiani fu assassinato. Aveva 32 anni e con la sua morte l’ultima opposizione al cristianesimo venne a mancare.

I suoi nemici cristiani, detto per inciso, rimarcarono con sarcasmo come il giavellotto che lo uccise gi avesse trapassato il fegato. Anche loro, dopotutto, esattamente come i pagani, pensavano che il fegato fosse un organo importante per la divinazione.

Gli storici hanno fatto innumerevoli speculazioni sull’ascendente che Massimo, il grande sacerdote del paganesimo ellenistico, il conoscitore delle arti solitamente concesse dagli dei, aveva sul giovane che sarebbe diventato imperatore. La magia che Massimo aveva insegnato a Giuliano era teurgica.

Per intenderci si tratta di evocare il divino per mezzo di rituali che portano l’entità a possedere un essere inanimato o potevano essere tecniche estatiche. Gli spiriti erano appositamente evocati con lo scopo di discendere sulla terra. Si tratta quindi di una unione mistica tra dio e l’uomo.

Gli ecclesiastici medievali, seguendo in blocco la condanna di sant’Agostino si rifiutarono di fare differenza alcuna fra la teurgica, che noi chiameremo volgarmente anche magia bianca e la magia popolare termine spregiativo con il qualce spesso si intende soltanto la magia nera. Il risultato nei secoli successivi fu la condanna di entrambe le pratiche.

In Giuliano l’apostata il Ricciotti commenta che sarebbe un errore considerare le magie di Massimo come pure e semplici frodi. “Se per il Teurgo il divino è diffuso ovunque nel cosmo…tutto quel che induce il divino a rivelarsi è attività teurgica legittima. E per ottenere una simile manifestazione del divino si può ricorrere alle leggi fisiche, chimiche e ottiche conosciute. Ed è anche possibile rafforzare e arricchire l’effetto con messinscena, scenografie e tutto ciò che può aiutare a raggiungere l’effetto teurgico desiderato”. Un esempio? Salnitro mescolato a carbonella può simulare gli effetti di un tuono.

Libanio, filosofo e amico di Giuliano, descrive Massimo come “il buon “medico che cambia le concezioni del futuro imperatore e conferma a Giuliano quel che i sogni gli avevano lasciato intravedere: proprio lui sarebbe stato il restauratore degli antichi dei dopo aver debellato il cristianesimo.

Altri commentatori dell’epoca non sono così teneri con Massimo. Lo storico-soldato Ammiano, scrisse che nemmeno un ateo avrebbe potuto partire per un viaggio senza consultare l’oroscopo, eppure egli considerava indecorosa l’entusiastica accoglienza che Giuliano fa al suo vecchio amico-mago quando diventa imperatore. E comunque sembra che Massimo davvero abbia esercitato un influenza straordinaria sull’uomo le cui azioni governavano il fato di milioni di individui.

“Probabilmente un ciarlatano, certamente un mestatore…considerato un conoscitore di curiose arti che solitamente vengono attribuite agli dei.” Questo è il commento di W. Douglas Simpson, autore di un altro libro intolato anch’esso, Giuliano l’apostata. È probabilmente un commento abbastanza tipico.

Dopo che Giuliano fu ucciso, anche Massimo fece una brutta fine. Le autorità cristiane lo mandarono a Efeso dove fu decapitato nel 376 d.C.

Massimo fu l’ultimo di una serie di Efesini che avevano dedicato la vita alle arti occulte sotto l’egida della dea lunare. Eraclito (535-475 a.C. ) il più celebre di tutti, il “filosofo oscuro” era nato e aveva vissuto tutta la sua vita a Efeso. E in un certo senso è lui il fondatore della metafisica.  “Tutte le cose sono una sola cosa”, scriveva, “e questa è fatta di molte opposte tensioni, come caldo e freddo, buono e cattivo, giorno e notte…metà inseparabili della stessa, unica cosa. E la vita è, nella sua essenza un cambiamento e il suo elemento base è il fuoco.” Precetti fondamentali tra filosofia e occultismo.

 

Eraclito l’oscuro 

 

Altro esempio di mago famoso? Falkner scrive che gli ebrei in Efeso erano in preda “a una grande superstizione” e credevano che Salomone avesse scoperto il potere di esorcizzare gli spirirti malvagi “con l’aiuto di alcune erbe meravigliose a lui note”. Salomone figlio di Davide e Betsabea, fu re d’israele nel X secolo a.C. Famoso per la sua saggezza e ricchezza, fu anche un leggendario e grande mago. A lui è attribuito il testo medievale di magia L’anello di re Salomone. Chiamato anche “il mago dei maghi” e  “il signore dell’occulto e dei suoi regni”, la sua fama lo rende famoso ancora oggi.

Il nostro viaggio a Efeso si conclude qui, con un breve accenno a una pratica magica poco nota: i segni magici conosciuti come “lettere di Efeso”. Secondo Eustazio, si trattava di incatesimi incisi sui piedi, sulla cintura e sulla corona di una statuetta della dea che a quel tempo si erano conquistati la fama di rendere invincibili. E ci sono molti riferimenti a quegli incantesimi usati segretamente dagli atleti o da chi affrontava competizioni. Si dice che un lottatore avesse sconfitto 300 avversari prima che il suo incantesimo fosse scoperto e gli venisse tolto. Anaxilao scrisse in proposito. “Gli atleti e i concorrenti dei giochi olimpici si rivolgono alle arti magiche per desiderio di vittoria”. Oggigiorno il giudice sportivo cerca tracce dell’uso di droghe che possono avvantaggiare l’atleta. Ma ai tempi di Roma, secondo Marcellino, un fantino di nome Illario fu condannato a morte perchè “aveva mandato suo figlio da un mago ad apprendere incantesimi e magie con le quali all’insaputa di tutti lui riusciva a ottenere quello che voleva nella sua professione.”

Secondo Falkener, forse questa superstizione, che regge sino al medioevo, è la ragione per la quale si chiedeva ai combattenti prima del duello risolutore un giuramento solenne che affermasse che essi avevano un cuore puro, cioè rifiutavano le pratiche magiche.

 Il leggendario re Creso, si dice, evitò di essere bruciato vivo grazie alle “lettere di Efeso” pronunciate sulla pira. E molti maghi come Salomone sembra abbiano esorcizzato gli spiriti maligni costringendoli a recitare le famose lettere.

Ma in cosa consistevano le lettere? Per quel che ci è dato di sapere, erano un certo numero di parole scritte in greco. Parole che indicavano il buio, la luce, la terra, un anno, il sole e la verità. Probabilmente erano scritte su pergamena o incise su statuette e amuleti e di certo portate addosso, in sacchetti di cuoio cuciti agli abiti.

Così suggerisce un passo dei Proverbi di Atene, in rima:

La pelle unta di unguento dorato effiminatamente vestito di soffici panni e delicate babbucce – 

masticando cipolle; sgranocchiando formaggio;

mangiando uova crude; succhiando crostacei;

sorseggiando calici di ricco Chian ( mistura di aglio, porri, formaggio, olio, aceto e erbe essicate)

e portando in un borsello di cuoio 

le lettere d’Efeso come talismano

 

E così nonostante abbiamo trovato solo frammenti di quel mondo a illuminare la magia che era in Efeso e di Efeso, simbolica casa di Diana, il fascino che circonda la città rimane immutato fino ai giorni nostri.

 

Pianta di amaranto 

 

L’erba associata a Diana di Efeso è l’amaranto, che in greco significa che non appassisce. E la scelta fu profetica, perchè Diana resta un concetto pieno di fascino, un concetto che non tramonta e curiosamente di nuovo in auge nel mondo odierno dove la donna cerca una nuova definizione del suo ruolo, in una società che da troppo tempo ha perso l’armonia della natura e la sintonia con essa.

Le rovine di Efeso sono un luogo che attrae principalmente per i suoi resti risalenti all’epoca cristiana ma come abbiamo visto ci sono molte altre storie da raccontare ancora più antiche, leggende nate dai primi uomini che abitarono la zona e che si perdono nella memoria.

Purtroppo caro lettore dell’ignoto ci apprestiamo a lasciare queste rovine così ricche di magia e mistero per raggiungere un’altra destinazione. Spero abbiate gradito la nostra passeggiata e come al solito vi auguro una buona lettura o la buona visione di un film del nostro genere preferito.

Alla prossima.

 

Alice Tonini

In collaborazione con Carla Broglia autrice del blog “Più sai-più sei”

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Scrivere una ambientazione horror: tra vecchi clichè e nuove mode che piacciono al pubblico

 Benvenuto lettore dell’ignoto, oggi per te c’è una sorpresa imperdibile: un articolo che parla del nostro genere preferito e delle ambientazioni che registi e scrittori prediligono quando devono costruire le loro storie.

Impostare l’ambientazione per l’horror è deliziosamente divertente ed evocativo, se ami il genere questo articolo ti darà soddisfazione.

 Oscurità e ambienti notturni sono locations ovvie usate fin dalle prime opere della tradizione gotica, in quei primi libri come Dracula (Bram Stocker, 1897) o film come Nosferatu (Murnau, 1922) o Il castello maledetto (Whale, 1932) è l’oscurità che rende la sensazione di mistero. Quello che il pubblico vuole conoscere è li, ma non lo vede, e questa ancora oggi rimane una delle tecniche più efficaci per creare spavento. Una stanza stretta e non illuminata causa le palpitazioni, così come gli spazi talmente affollati da impedire qualsiasi movimento, gli armadi dove trovare rifugio o tirarsi le coperte sopra la testa. Non faticherete a richiamare alla mente scene di libri o film con vecchie stanze buie con angoli pieni di ragnatele e castelli dagli alti soffitti, sono location tipiche per gli horror girati tra il 1930 e il 1940.

 

 

L’oscurità è un clichè ampiamente utilizzato ancora oggi ma non è l’unico elemento ambientale che può seminare incertezza, possiamo utilizzare anche grandi palazzi abbandonati, vuoti e deserti. Nessuno è mai riuscito a replicare con la stessa efficacia i  corridoi deserti e infiniti dell’Overlook Hotel che troviamo in The Shining (Stephen King, 1977 – Kubrick, 1980), e quei grandi, vecchi appartamenti dalle stanze vuote di cui fa grande utilizzo Polanski in Repulsion (Polanski, 1965) e Rosemary’s Baby (Polanski, 1968).

 E che dire delle strade nebbiose della vecchia città di Londra che sono il marchio di fabbrica di Werewolf of London (Walker, 1935). Le troviamo anche in Jack lo squartatore (Franco, 1976) e Sweeney Todd (Tim Burton, 2007), così come le colline nebbiose del nord dell’inghilterra fanno la loro spaventosa apparizione in An American Werewolf in London (John Landis, 1981). La nebbia è stata usata in ogni film del nostro Mario Bava: è facilmente identificabile come un altro dei clichè dell’horror ma non va mai sottovalutato il suo effetto sul pubblico, che siano lettori o spettatori. Tutti riusciamo ad immaginare il nostro punto di vista (ad esempio possiamo utilizzare Antonio) che cammina, in un cimitero avvolto dalla nebbia, facendo attenzione a dove mette i piedi, la forma degli oggetti attorno a lui è indefinita e può rimanere oscurata nella percezione dell’ambiente. Nei film è molto utilizzata la fotografia in bianco e nero perchè il regista può nascondere ogni cosa tra le sfumature dei grigi e le ombre nere e tenerla pronta per uscire in ogni momento ad aggredirci come in La notte del Demonio (Tourneur, 1957). Nebbia e vapore sono elementi così onnipresenti nelle opere che hanno libri e film a loro dedicati come The Fog (Carpenter, 1980) e The Mist (Stephen King, 1980 adattato a opera cinematografica da Darabont, 2007).

 

 

Un’altra ambientazione classica che adoro è quella della casa infestata, anche questa è adattabile all’infinito. Non c’è bisogno di essere ad Amitiville o in Elm Street per suscitare il terrore in un ambiente chiuso circondati da rumori sinistri. Io con il mio romanzo Il richiamo ho utilizzato una vecchia casa ma Ridley Scott la piazza nello spazio nel suo film Alien (Scott, 1979) creando un ambiente incredibile con l’aggiunta di tubi industriali, catene vibranti, e condotte con acqua gocciolante. Questa idea fu replicata in Event Horizon (Anderson, 1997), ma puo essere una postazione scientifica isolata tra i ghiacci dell’artico come in La cosa (Carpenter, 1982) o un piccolo rifugio tra le montagne come Quella casa nel bosco (Goddard, 2012), La casa (Raimi, 1981), Timber Falls (Giglio, 2007- inedito in italia) o Wrong Turn – Il bosco ha fame (Schmidt, 2003).

L’oscurità rappresenta l’infinito così come le foreste che si perdono a vista d’occhio. Libri o film ambientati in lussureggianti foreste tropicali o in oscuri boschi dove i personaggi sono isolati dal resto del mondo. Foglie verdi, rami secchi, terra e fango a prima vista sembrano sempre gli stessi elementi universali che richiamano la forza terribile della natura, ma forse è proprio per questa sensazione di innocente devastazione che ci sono così tante opere dove ragazze infilate in t-shirt aderenti fuggono dal cattivo correndo attraverso un bosco. The Blair Witch Project (Myrick e Sanchez, 1999) fa un uso superbo di questo senso di foresta infinita nel nulla, di disperazione e solitudine.

 

 

La stessa cosa possiamo dire per la gelida neve che trasmette la sensazione di desolazione. E’ incontaminata e pulita ma può anche accecare durante una tempesta. Nei film è poco utilizzata per via dei costi, ma può essere un buon elemento da inserire per separare i protagonisti tra loro o dalla società civilizzata. Un esempio può essere Misery (Stephen King, 1987 – Reiner, 1990), The Shining (Stephen King, 1977 – Kubrick, 1980) e il più recente Dead Snow (Wirkola, 2009), La cosa (Van Hejiningen Jr., 2011) e Let the ring one in (Alfredson, 2008), riproposto negli US come Let me in (Reeves, 2010).

Il deserto selvaggio e spietato funziona altrettanto bene, abbiamo Wolf Creek (McLean, 2005) e Le colline hanno gli occhi (Aja, 2006). Possiamo anche abbandonare la terra con i suoi climi estremi e ambientare le vostre opere negli oceani infiniti. L’effetto sarà lo stesso. Chi di voi non ha mai visto Lo squalo (Spielberg, 1976) le cui riprese presero un sacco di tempo perchè l’acqua modificava di continuo il colore della pellicola, ma possiamo citare un sacco di film (più o meno riusciti) girati interamente al mare dalla metà degli anni duemila, incluso Open Water (Kentis, 2003), e Triangle (Smith, 2009). 

Il mare nei libri è spesso elemento destabilizzante o portatore di caos, vedi Hodgson apprezzato autore horror con addirittura tre raccolte di racconti ambientati al mare: Terrore dagli abissi/ Acque profonde/ I demoni del mare (W.H.Hodgson, 2015 2018 2022).

 

 

Non abbiamo ancora finito. Fino a ora non abbiamo menzionato le grandi città, le metropoli. L’infinita giungla umana che viene compressa e relegata nelle più abbiette zone industriali abbandonate. L’urban horror le sfrutta da tempo immemorabile, e allora supntano i luoghi alienanti e i quartieri pericolosi dove fare incontri inaspettati. Distretto 13 – Le brigate della morte (Carpenter, 1976) ridefinisce gli spazi comuni urbani abbandonati e li rende un ottimo materiale per un urban horror. Un altro film interessante è Candyman (Bernard Rose, 1992) che mescola centro e periferia di una grande città; la sfida dell’urban è stata raccolta dall’horror europeo con La Horde (Dahan e Rocher, 2009), Outcast (Mc Carthy, 2010) e Attack the Block (Cornish, 2011). Nei romanzi le grandi città sono presenti in ogni opera ma vi cito L’ombra dello scorpione (Stephen King, 1994) perchè la visione post-apocalittica del maestro delle città grandi e piccole è davvero interessante. Poi può capitare che il nostro protagonista lasci la grande città per raggiungere la casa in campagna, e allora c’è Black Sheep (Stephen King, 2006), Isolation (O’Brien, 2006) e Calvaire (Du Weiz, 2004), tutte opere che si nutrono o nascono dalla solitudine, dall’isolamento e dal sesso.

Di sicuro sarete d’accordo con me quando dico o che lo stato nel genere horror ruota attorno all’immorale, alla sporcizia e all’incapacità dell’uomo di vedere cosa si nasconde davanti a lui. A volte sembra che registi e scrittori diventino saggi in ritardo, le nuove tecnologie digitali arrivano tardi a illuminare le opere, spesso viene sottovalutata la loro capacità di rendere il grottesco e il sanguinolento il più sporco possibile, e non parlo solo di film come Hostel (Roth, 2005) e Saw (Wan, 2004)  ma anche anche nelle trame dei libri. Comunque se vogliamo approfondire l’aspetto legato agli effetti speciali nei film si è diffuso l’utilizzo dei fogli di plastica dalle qualità opacizzanti per coprire i peccati dei personaggi, un buon esempio può essere H6: Diario di un assassino (Barón, 2005) o La casa della peste (Radclyffe, 2008). Entrambe le pellicole utilizzano fogli di plastica appesi nelle stanze per creare ombre indefinite e l’effetto di straniamento. Allo stesso modo le tende di palstica che circondano i letti d’ospedale possono nascondere molti peccati come nella già citata saga di Saw o Planet Terror (Rodriguez, 2007) e naturalmente non posso non citare le tende della doccia del progenitore del nostro genere preferito Psycho (Hitchcock, 1960).

 

Noi scrittori possiamo fare molto, dobbiamo aiutare il pubblico a immergersi nelle storie. Quando abbiamo l’opportunità di descrivere un luogo o di creare una ambientazione, una carneficina o di descrivere i sussurri pericolosi del soprannaturale, l’effetto che dobbiamo usare, i dettagli che dobbiamo inserire devono essere i migliori. Essere in grado di preparare una scena e renderla istantaneamente fonte di disagio è vitale sin dalle prime pagine.

Una volta impostato l’ambiente l’arco di trasformazione del personaggio procede più o meno cosi:

Qualcuno è messo in difficoltà da qualcosa di sconosciuto. Ovviamente prima di poterlo affrontare direttamente deve capire che si tratta di “qualcosa di sconosciuto”. Poi deve capire come la cosa sconosciuta opera e fare dei tentativi per sconfiggerla. Prima tenterà di sconfiggere il “qualcosa di sconosciuto” con i mezzi a disposizione, ma questo non sarà abbastanza perchè in questo modo non si potrà affrontare. Per scoprire cosa può sconfiggere il “qualcosa che non è più sconosciuto” il nostro protagonista deve avventurarsi nei territori dove l’inconoscibile è di casa. Se riuscirà ad apprendere e ad agire come agisce lo sconosciuto allora avrà una possibilità di vittoria, altrimenti verrà sconfitto. Il “qualcosa” poi cercherà un altra vittime.

Ok, si tratta di una semplificazione estrema ma serve per farvi capire il ruolo dell’inconoscibile nell’horror. Lo sconosciuto è il cuore dell’horror e questo è quello che  guida i personaggi nella molteplicità e nella pazzia, nella psicopatologia di un serial killer o nella forza mostruosa di un demone, nella follia di un tormento paranormale e tra gli artigli dell’oscurità. L’horror è un genere che per essere apprezzato (se è la parola giusta) vuole un pubblico aperto all’improbabile, all’impossibile e al fantastico. È un genere popolare tra i giovani assieme al fantasy e alla fantascienza ma non è solo per loro.

 

 

Questo perchè l’adolescenza è particolarmente influenzabile, non è ancora pienamente matura, non ha stabilito una routine di lavoro e vive in un movimento costante tra il restare a casa e andarsene per la propria strada. I giovani hanno ancora a disposizione la fantasia dei bambini, dove ogni storia può essere vera, ma lo stato gioioso ora si scontra con i limiti morali e tangibili della vita. Cercano di capire loro stessi come entità separata dalla famiglia e di stabilire un ruolo tra il gruppo dei pari. Ai giovani non importa nulla dei mostri spaventosi che possono prenderli.

Hanno anche una relazione diversa con la morte. C’è la possibilità che non abbiano mai perso una persona cara, un amico o un partner, oppure che non abbiano mai assistito ad una vera scena scioccante come un incidente d’auto o un incendio. In questa fase sono protetti dal mondo del dolore e del terrore, dalla paura e dalla rabbia. Per quelli che hanno avuto questo genere di esperienze sono cose di cui sperano di liberarsi presto. L’agonia di una malattia che si protrae nel tempo o la frustrazione fisica e mentale del declino che l’età richiede a tutti noi sono davvero molto dolorose, troppo reali per un horror, e rimangono materiale per i film mainstream o satirici della settimana e per le sere davanti alla tv. 

 

 

 

I giovani sono invincibili. Forse è per questo motivo che nei film e nei libri li vediamo provare a bere, fumare spinelli e correre rischi non necessari. Lo sanno meglio di tutti. La morte per loro non arriverà presto, e se dovesse presentarsi alla porta ci sarà uno scontro interessante. I corpi giovani sono forti e sopportano le privazioni, le intossicazioni e le punizioni fisiche. Non è per loro la vergogna del recupero, il desiderio bruciante di riprendersi e riempirsi lo stomaco di brodo caldo, vitamine, vino e cioccolata. Possono anche guardare la morte in faccia e riderci su, questo forse è il motivo per cui Final Destination (Wong, 2000 ) è una serie di film di successo, divertenti e deliziosi. I ragazzi guardano Victor Crowley tagliare un uomo a metà o Leatherface smembrare la sua ultima vittima e non provano nulla. Non è sociopatia (non tutti i giovani sono sociopatici) ma la loro parziale esperienza della vita li rende meno influenzabili dagli elementi horror. Le reazioni ad una scena di evisceramento possono essere molto diverse dall’horror rispetto a quando si guarda una operazione chirurgica in una soap opera in tv. L’horror mette in gioco l’empatia e la repulsione, ogni elemento concorre a quello scopo in opere come Cannibal Holocaust ( Deodato, 1980), Martyrs (Laugier, 2008) oppure alla riduzione di ogni cosa all’assurdo come in The Human Centipede (Six, 2009).

La credenza che ogni azione di un teenager resti impunita è il cuore di molti scherzi e goliardate ed è un buon elemento degli Slasher. Non solo è emozionante vedere il serial killer in azione ma ci divertiamo a seguire il gruppetto di teenager che si comporta in modo irresponsabile e li condanniamo: “Io non farei mai uno scherzo del genere nella vasca della doccia.” pensa lo spettatore a mente fredda nei cinema. Si tratta di un modo facile per arrivare al cuore della vicenda, la nostra brava ragazza che fugge dall’assassino e gli stupidi del gruppo che vengono decimati. Tutto molto prevedibile, no? Gioiamo quando questi personaggi inetti sono decapitati, mutilati, castrati o feriti e distrutti, condannati come maschi alpha a regredire come uomini di Neanderthal e ci sentiamo appagati dal nostro senso di conoscenza superiore e di proprietà. Questa è la catarsi negli horror. Vediamo lo scherzo e ci preoccupiamo per l’agnello sacrificale. Se la scena è fatta bene il pubblico sente un antagonismo tangibile verso il bullo fastidioso e la sua dipartita sarà accompagnata da un sospiro di sollievo.

 

 

 

Però abbiamo detto anche che l’horror non è interamente nelle mani dei giovani. Molti film hanno sbancato il botteghino come Paranormal Activity (Peli, 2007) The Blair Witch Project (Sanchez, 1999) Il sesto senso (Shyamalan, 1999 ) The Omen (Donner, 1976) e L’esorcista (Friedkin, 1973). Questi horror sono psicologicamete e intellettualmente profondi, ci pongono domande sulla nostra esistenza, sulla realtà e sul subconscio delle cose. Dipingono gli adulti in ruoli di leadership piuttosto che i teenagers, un modo per incoraggiare anche chi ha qualche anno in più a guardarli. 

L’horror piace al pubblico e piace agli attori e alle case de produzione. A volte il film è pubblicizzato come l’opera di Jodie Foster o con la partecipazione di Julianne Moore per attirare l’attenzione. Evan Mac Gregor può essere citato con Adrian Brody, Melissa George e Sarah Michelle Gellar e hanno ricoperto molti ruoli importanti. Bruce Willis dopo un solido inizio negli action movie in Tv, è apparso in modo costante in progetti interessanti incluso il Sesto Senso ( Shyamalan, 1999 ) e Twelve Monkeys (Gilliam, 1995). Comunque gli attori molto famosi (vedi Jack Nicholson in Wolf (Nichols, 1994)) o Sir Anthony Hopkins in The Rite (Hafstrom, 2011)  tendono a sbilanciare la storia e possono arrivare a togliere ogni credibilità (vedi Nicholas Cage con il suo film apocalittico, o con qualsiasi altro film…). Come una sitcom, l’horror deve creare le proprie stelle. 

 

 

Ci sono legioni di attori che iniziano la carriera nell’horror. Nessuna vergogna per mr Clooney a recitare in pellicole come Attack of the killer Tomatoes (De Bello, 1978), o nell’essere il primo ragazzo che muore in Nightmare on Elm Street (Craven, 1984) per il nostro Johnny Depp. Alcuni restano fedeli al genere per gran parte della loro carriera (Robert Englund, Christopher Lee) altri continuano ad accettare parti negli horror quando trovano opere che gradiscono (Donald and Keifer Sutherland). Purtroppo non stà agli sceneggiatori dettare le regole del gioco quando arrivano personaggi famosi nel casting. Se hai venduto il tuo manoscritto ed è stato coinvolto un grande nome uno sceneggiatore può festeggiare ed essere triste allo stesso modo perchè è sicuro che dovrà riscrivere buona parte della sua opera per adattarla alle richieste del grande attore. Ma questa è un altra storia.

E anche per oggi abbiamo terminato. Caro lettore dell’ignoto spero di non averti annoiato a morte con il mio fiume di parole ma l’horror per me è estremamente evocativo. Ti auguro una buona lettura e alla prossima!

Alice Tonini 

 

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Libri sotto i portici giugno 2024: buona Festa della Repubblica a tutti!

Benvenuto lettore dell’ignoto e buon due giugno a te.

 

 

Anche oggi come ogni prima domenica del mese si è tenuto il mercatino di Libri sotto i portici a Castel Goffredo (Mn) e noi eravamo presenti.

Nella mattinata il tempo è stato ottimo e una discreta quantità di gente si è aggirata tra i banchi. Nel pomeriggio purtroppo a causa del meteo avverso c’è stata meno gente e i banchi hanno dovuto andarsene presto. Un vero peccato.

 

 

Fino a metà mattina ci hanno fatto compagnia anche gli scacchisti. Un gioco di strategia antico e diffuso in tutto il mondo, peccato che per me sia troppo difficoltoso da gestire e quindi impossibile da imparare.

Oggi il cibo di strada disponibile era la focaccia farcita, un cibo conosciuto in tutta Italia e non solo in  provincia di Mantova. Ogni regione italiana ha la sua versione più o meno conosciuta della focaccia e ogni regione la farcisce con i propri condimenti preferiti. La focaccia ligure, la focaccia di Recco ripiena di formaggio e la focaccia toscana con salumi e formaggi. La focaccia mantovana è il tirotto o tirot, tipica del basso mantovano, zona di Sermide e Felonica per intenderci. E’ a base di strutto e cipolle e a quanto pare il nome deriverebbe dal fatto che l’impasto va tirato per essere steso nella teglia. Oggi non si tira più l’impasto a mano ma è ancora ottima accompagnata con salumi e formaggi locali.

 

 

 

E anche per questo mercatino è tutto, come sempre vi auguro buona lettura a tutti, di uno dei vostri romanzi preferiti, e se volete rimanere aggiornati sulle ultime novità iscrivetevi alla newsletter.

Alice Tonini