Come trovare le idee per scrivere di fantascienza, horror o fantasy in cinque minuti

Scrivere di horror, di fantascienza e
fantasy cosa vuol dire?

Yoda è pronto a elargire importanti perle di saggezza a tutti gli aspiranti scrittori.

Vi piacerebbe provare a scrivere un
racconto o un romanzo che parli di fantascienza, fantasy o horror?

Dedichiamo qualche articolo alla
scrittura, più precisamente alla fantascienza, all’horror e al
fantasy che non sono mai stati tanto popolari come in questi decenni,
trainati da serie televisive e film come Star Trek, Highlander,
X-files, il Signore degli Anelli, Harry Potter
o i racconti di Ian
Banks e Kim Stanley Robinson che sono la dimostrazione che anche con
la fantascienza si possono fare parecchi soldi.

Ma come trovare le idee giuste e come
ragionarle per costruire correttamente un mondo in cui si possano
muovere in modo credibile i nostri personaggi?

Per motivi di lunghezza ho diviso
l’articolo in tre parti, in questa prima parte parlerò in modo più
specifico delle idee per la fantascienza, ma come vedrete, alcuni
principi saranno gli stessi sia per l’horror che per il fantasy che
sono pubblicati come generi letterari separati ma tendono quasi
sempre a rimescolarsi tra loro.

A differenza di altre forme di
narrativa la fantascienza guarda a come il mondo sarebbe se le cose
fossero diverse. Cosa ne sarebbe di noi se qualcosa di fondamentale
cambiasse per sempre. Per esempio cosa accadrebbe se fossimo immortali o se potessimo
viaggiare tra le stelle? Chiedersi questo e cercare di trovare le risposte possibili è compito della fantascienza che ci ricorda in
ogni opera cosa vuol dire essere umani oggi.

Se volete cimentarvi nella scrittura di
un testo fantascientifico dovete considerare che la fantascienza è
speculazione, è immaginazione e inventiva in modo molto maggiore
rispetto ad ogni altro tipo di narrativa. Se volete mantenervi al
passo con la fantascienza e sapere cosa bolle in pentola dovete
leggere molti racconti e romanzi del genere. I film e la televisione
generalmente sono indietro una decina di anni in termini di idee.

L’elemento più importante nella
fantascienza è l’originalità. Lo stile e la tecnica per alcuni
autori sono elementi secondari. L’importante è che seguiate le
vostre idee e non copiate a man bassa opere come il Signore degli
anelli, Hellraiser o Star wars che sono meravigliose ma con una forte
identità riconoscibile a qualunque lettore.

La fantascienza riguarda il cambiamento
e contiene sempre elementi futuristici, che nel presente non
esistono. Tratta argomenti come: le nano tecnologie, i contatti
alieni, i viaggi nel tempo, realtà virtuali, intelligenze
artificiali e altro. Per emozionare un lettore di fantascienza
bisogna sforzarsi di trovare la propria originale versione del futuro
e rielaborare in modo personale argomenti che sicuramente sono già
stati trattati da altri prima di noi. Potete partire da piccole idee
come nuovi tipi di telefoni e attraversare grandi temi come le
implicazioni dei viaggi intrastellari. Potete raccontare di poche ore
di vita o di trillioni di storia futura, magari in un futuro vicino,
un presente alternativo o migliaia di anni avanti su di un’altro
pianeta.

Non dimenticate che i lettori sono
molto interessati alle persone che abitano i vostri racconti, anche
quando scrivete di alieni e computer le emozioni del protagonista
devono essere riconoscibili. Un protagonista troppo “alieno”
rischia di non creare empatia nel lettore che non riuscirebbe a
capire fino in fondo le sue scelte e a tifare per lui.

Film come ET o Incontri ravvicinati del
terzo tipo
non hanno come protagonisti gli alieni ma persone che
hanno bisogno di avere un contatto con loro. Incontri ravvicinati del
terzo tipo
parla della responsabilità e della forza necessaria per
credere, mentre ET riguarda l’adolescenza e ci parla di amicizia e di
come questa possa aiutare la crescita dei ragazzi. Queste storie
funzionano perchè parlano di emozioni che possiamo capire e di cui
abbiamo tutti esperienza al di la degli elementi fantascientifici.

Le migliori storie funzionano quando
illuminano la nostra comprensione della vita presente. Un esempio può
essere Il rosso di marte di Kim Stanley Robinson ambientato nel 2026
tra i primi umani che vogliono terraformare marte. Vedremo questo
gruppo di umani affrontare problemi sociali, etici e ingegneristici
in una riflessione sulla vita presente qui sulla terra, per chiederci
chi siamo e dove stiamo andando.

Ogni volta che scrivete una storia di
fantascienza dovete creare un intero mondo nuovo perchè ogni idea,
ogni elemento ha effetto sull’universo di cui stiamo scrivendo, ad
esempio il teletrasporto che non avrà conseguenze solo sul turismo
futuro. Interi paesi potrebbero scomparire, le guerre si potrebbero
combattere in modi totalmente diversi, le persone potrebbero
relazionarsi tra loro in modi totalmente inaspettati. Valutate ogni
idea e l’impatto della stessa sull’intero universo della vostra
storia.

Una volta trovata l’idea principale
stabilite come influenza il livello generale di tecnologia, il
sistema politico, i modelli di trasporto, l’impiego di risorse e il
lavoro, il cibo, i gruppi sociali e etnici, le relazioni personali,
le religioni, l’ambiente e i paesaggi, le case e l’intrattenimento.

Determinate se la tecnologia è
proprietà di un individuo, di una corporazione, di un governo
mondiale o qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Che effetti ha tutto ciò
sul vostro protagonista?

Avrete bisogno di sapere come le
persone operano nel mondo immaginato per creare realismo. Se ad
esempio state scrivendo di Londra tra due secoli dovete considerare
quali edifici saranno ancora in piedi, dove e perchè. Ci saranno teatri, cinema o caffè? Cosa mangeranno le persone e dove? Di cosa
parleranno?

Tenete alcuni elementi ma altri
andranno cambiati.

Anche la cultura andrà ripensata, se
noi umani saremo rimpiazzati dalle macchine come saremo felici o
annoiati? Quale sarà il nostro stile di vita? Come passeremo il
tempo libero?

Senza queste considerazioni
preliminari potete stare certi che farete errori grossolani nella
costruzione dell’ambientazione e di conseguenza la vostra
storia potrebbe non stare in piedi. Tutta la società dovrà essere
influenzata dagli elementi fantascientifici del vostro progetto.

Quanto tempo ci impiegherete dipende da
voi. Si tratta di un lavoro che potete fare in pochi minuti, con un’idea che si
trascina appresso tutte le altre, o ci possono volere ore di
annotazioni, ricerca e preparazione, tutto dipenderà dalla complessità e dal messaggio che vorrete dare. Ricordiamoci inoltre che stiamo scrivendo
una storia e non facendo giornalismo su un possibile futuro, dobbiamo
cercare di essere logici e consistenti.

Costruire un mondo narrativo è un
processo creativo di risposta a domande e di ragionamento sulle
implicazioni. In questo modo i personaggi e il tema della narrazione sarà molto più facile da gestire.

Spok vi da appuntamento al prossimo post.

Per le fantascienza è tutto, vi
aspetto il prossimo post sulla scrittura per parlare di fantasy e di
come costruire un mondo fantasy solido e credibile.

Buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

Hai il coraggio di fare un viaggio nel tempo alla scoperta di Beowulf?

Classici e opere senza tempo, romanzi, poemi o racconti considerati epici per la lingua e la cultura di appartenenza. Opere antiche avvolte da un’aura di leggenda e mistero che ti sanno trasportare in un altro mondo. 

Inauguriamo la rubrica inviti alla lettura con un viaggio alla scoperta di Beowulf, un poema epico le cui radici ci sono sconosciute.

L’opera di Beowulf arriva
dall’inghilterra, composta in un periodo non ben definito che va dalla metà
del settimo secolo alla fine del decimo, racconta delle gesta
eroiche del protagonista, un fiero e giovane guerriero svedese con
una statura ed un forza sovrumane. Il più grande e valoroso tra i
guerrieri della terra dei geati, una regione situata nell’odierna
svezia.

Attenzione! 

Sappiamo della gloria,

in giorni lontani, del

re della nazione; che

grandi cose fecero

quei principi, nel

passato…

Beowulf è un poema scritto
originariamente in una variante dell’anglosassone (inglese antico) ed
è il più lungo giunto sino a noi, oltre ad essere uno dei più
antichi. Da Oxford a Cambridge ogni studente universitario inglese
deve affrontare la lettura e traduzione di Bewoulf per dimostrare la
propria conoscenza delle radici della propria lingua, un po’ come da
noi con la Commedia di Dante. Nell’originale e nella traduzione
inglese più diffusa, quella di Seamus Heaney, contiamo 3182 versi.
Sono versi magnifici e coinvolgenti anche nella traduzione in
italiano, vi avviso però che non si tratta di una lettura semplice perchè la lingua ai nostri occhi può risultare complessa ed è ricca di ibernicismi (parole tradizionalmente utilizzate in irlanda, una specie di dialetto per intenderci, come thole) di
non facile resa in qualsiasi traduzione. Seamus Heaney ha impiegato 35 anni di
ricerche sulle lingue arcaiche che fondano l’inglese moderno per
poter fare una traduzione efficace del poema.

L’autore di Beowulf, che rimane anonimo, ci parla di un
mondo che ai nostri occhi ha dell’incredibile, del quale non abbiamo immediati riferimenti culturali. A differenza dell’Iliade o dell’Odissea di cui tutti abbiamo sentito
parlare i personaggi che compongono l’universo narrativo di questo libro ci sono sconosciuti. Se vi chiedo chi è Achille o Ulisse tutti sapete
rispondere, ma se vi chiedo chi è Scyld Scefing o la regina
Modthryth cosa mi rispondete?

E’ quest’aria di stranezza, l’illusione
di entrare in un mondo alieno alla nostra cultura mediterranea; storie e miti da una terra fredda dove si usano parole dal suono “diverso” (nelle traduzioni i nomi sono
semplificati ad esempio Scyld è diventato Shield Sheafson che
ricorda un eroe marvel).Una lingua dove i nomi sono composti da parole che indicano i punti di forza del personaggio: ad esempio Hrothgar è la combinazione di “esercito” e “lancia”.

L’ambientazione del poema è dettagliata ed
interessante. Vengono descritti pezzi di gioielleria anglo sassone,
si parla delle cortesie che si usavano presso la corte di re Hrothgar
e della regina Qealhtheow a Heorot, ci narrano delle canzoni che si usavano durante i banchetti reali, ad esempio la
saga di Finn (un poema nel poema) che canta della navigazione
sulla “rotta dei cigni” tra la svezia e la danimarca. Nel poema si parla
anche di una spada leggendaria che può essere brandita solo da un vero eroe perchè “dotata di vittoria, antica di giganti;
segno di prestigio per qualunque guerriero è la perla delle armi..,
era la più grande arma mai vista dall’uomo.” 

Come avete visto sin qui è un poema avvincente e misterioso e solo una singola copia del manoscritto è
sopravvissuta fino ai giorni nostri, inserita all’interno del Cotton
Vitellius.

L’autore (sicuramente un lui) visse,
attorno alla fine del primo millennio (il decimo secolo), ed ha
rielaborato in autonomia del materiale leggendario di origine nordica
creando un’opera originale sulla base di un patrimonio orale
preestistente. L’autore era certamente un cristiano, visti i
riferimenti alle sacre scritture, scriveva del mondo
pre-cristiano: un’inglese, che ci racconta dei suoi antenati e dei tempi in cui essi erano ancora in danimarca e nella svezia del sud, terra dei geati.

Beowulf, un grande guerriero geato, si
confronta con tre minacce del suo mondo: il mostro
Grendel (descritto nell’originale come un cane che respira
nell’oscurità, una specie di troll), la sua madre in lutto (chiamata
anche “la maledizione di Grendel” una specie di orchessa) e in
vecchiaia affronterà il wym o lindworm, parola anglo sassone che
indica il drago, ma anche il fato o la predestinazione. Li sconfigge
tutti ma il drago prima di morire colpisce l’eroe con del veleno che
ne consuma la forza e lo porta alla morte. Il poema termina con gli
eroici funerali di Bewolf, che viene ricordato come il più generoso
e gentile verso la sua gente e il più appassionato guerriero
smanioso di gloria.

La struttura del poema è talmente
semplice da poter risultare banale a noi lettori moderi abituati a plot super-complessi, ma non
bisogna scordare che si tratta del primo del suo genere e dell’unico
esempio di poema epico basato interamente sull’archetipo dello
scontro tra eroe e mostro. Strutturalmente è diviso in tre atti, uno
per ogni creatura che l’eroe affronta.

La contrapposizione mostro-uomo diventa
anche contrapposizione tra mondo umano fatto di ricche feste,
suntuosi banchetti e armoniosi valori feudali al mondo ostile e
mostruoso dell’altro “diverso”. I valori germanici: le
virtù della forza , il valore del guerriero, le gerarchie del
potere, su contrappongono al caos del mostruoso. La società narrata è basata
sull’onore e sul sangue versato in battaglia, non c’è posto, né
traccia, del femminile in quest’opera che parla di guerre e
battaglie. Persino la madre di Grendel non ha alcun’che di femminile
ma è solo un essere malvagio fine a sè stesso. Altro elemento fondamentale onnipresente nell’opera è l’oro che scintilla nei gioielli delle regine, nei tesori saccheggiati ai nemici o nei
premi ricevuti dai sovrani per il proprio valore. L’oro rappresenta il sommo premio a cui ogni guerriero aspira, l’onorificenza più ambita e pervade l’antica cultura guerriera  un po’ come il sesso viene rappresentato nella nostra cultura consumistica.

Indubbia è l’influenza che l’opera ha
avuto sulle generazioni di scrittori fantasy che si sono succedute
nei secoli. Gli autori che si sono ispirati a questo poema sono
decine, tra di loro posso ricordarti Tolkien che nel 1936 ha pubblicato un
suo studio sul poema, Heorot o Niven e Pournelle. Ci sono anche videogiochi, giochi di ruolo, serie tv e film che hanno preso spunto da Beowulf (non ve ne consiglio alcuno però perchè le opere holliwoodiane purtroppo hanno rappresentato l’opera in modo infedele)

Ti piacciono gli adattamenti moderni a
prose antiche, magari ispirati al poema di cui abbiamo parlato? 

Allora posso consigliarti di Michael Crichton Mangiatori di morte, e se sei un incorreggibile tifoso di chi fa
una triste fine allora c’è L’orco di John Gardner che racconta la storia di Grendel…ma alla fine di
tutto si torna a Bewoulf e alle sue eroiche gesta ispiratrici.

Il nostro viaggio nel tempo per oggi termina qui.

Ti auguro buona lettura e alla prossima! 👋

Alice Tonini

Regali vittoriani e un canto di natale

 In vista del natale, mancano una manciata di giorni, oggi parliamo delle curiose usanze del dono nel natale vittoriano. Tradizioni che influenzano ancora oggi le festività in quasi tutto il mondo.

Dal punto di vista sociale il dono e il suo significato simbolico sono da sempre oggetto di studio da parte delle scienze sociali: da Malinowski a Mauss. Il dono vive di una propria economia basata sulla capacità dell’oggetto di soddisfare i bisogni di una persona, ha uno scopo diverso da quello dell’economia basata sul mercato.

A noi interessa la tradizione del dono risalente al 1800, durante il regno della inglesissima regina Vittoria. Quali doni si scambiavano? Come avveniva lo scambio?

La tradizione inglese del natale vittoriano ci ha tramandato una festa di eccessi e fasti che per le grandi famiglie di ceto più elevato significava dare sfoggio delle proprie disponibilità economiche. C’erano gli addobbi creati dalle signore di casa, l’albero, il banchetto per il pranzo della vigilia e del giorno di natale, le cartoline per scambiarsi gli auguri e i libri.

Per quanto riguarda i doni non c’erano regole precise ma ogni famiglia aveva tradizioni diverse: alcuni li scambiavano per capodanno, altri la vigilia o il giorno di natale. Lungo l’epoca vittoriana ai dolcetti, alla frutta, alle noci e ai piccoli pensierini fatti a mano si sostituiscono veri regali da scambiare in famiglia e con gli amici. I più benestanti hanno doni anche per la servitù e giocattoli per i bambini. All’inizio sono le donne di casa a pensare e confezionare i piccoli regali a mano, solo verso la fine del 1800 inizia la corsa agli acquisti così come la conosciamo noi oggi.

I doni nel mondo anglosassone vittoriano sono portati da Santa Claus che nel 1885 nelle cartoline di Louis Prang è già vestito con i suoi tradizionali abiti rossi, parecchio tempo prima della coca cola. Con lui il dono diventa il fulcro della festività. Oggi esiste la tradizione del 25 dicembre ma in quell’epoca Santa Claus arrivava con il suo carico di doni quando gli era più opportuno.

Era il lontano 1843 quando Charles Dickens pubblicò Un canto di Natale, un romanzo breve che molto probabilmente è anche una delle sue opere più conosciute. Scritto in sole sei settimane senza schemi o bozze ma solo con appunti a margine di pagina esprime i suoi pensieri in un racconto parzialmente autobiografico.

L’autore racconta della conversione del vecchio tirchio Ebenezer Scrooge dal cuore di pietra, avaro sia nei propri confronti che nei confronti degli altri, che si rifiuta di festeggiare il natale condividendo le sue ricchezze con i più bisognosi. Il libro descrive tradizioni e usanze dell’epoca con un forte accento sulla condizione dei più poveri che approfittavano della festività per racimolare qualche soldo in più. 

L’autore si ispirò a John Elwes che si vantava di poter vivere con 110 sterline l’anno ma che in realtà possedeva un patrimonio di duecentocinquantamila sterline, una cifra astronomica per l’epoca. Indossava abiti da mendicante, non usava candele o fuoco ma faceva asciugare i suoi vestiti con il calore del proprio corpo indossandoli. Le tenute di sua proprietà finirono tutte in rovina così come i mobili all’interno. Deputato al parlamento inglese dove si recava con un misero cavallo magro, mangiando un solo uovo per pranzo. Viveva accanto ai servi e negli ultimi anni di vita non aveva nemmeno una casa ma vagava tra le sue proprietà sfitte. Nascondeva denaro in luoghi diversi della casa passando le sue giornate a controllare i nascondigli. Un tirchio che causò danno solo a sé stesso.

Dickens dopo avere vissuto una infanzia di stenti e miseria sulle strade di Londra, criticò aspramente la società vittoriana, in particolar modo le classi più agiate che nulla facevano per combattere le condizioni di degrado di gran parte delle città. Il libro ebbe un successo incredibile e fece crescere a dismisura donazioni e beneficienza smuovendo le coscienze collettive. 

Nel 1800 alcuni quartieri di Londra soprattutto l’est end (es. Whitechapel, la zona del “popolo pattumiera”) appartenevano a poveri, derelitti e prostitute che dormivano ammassati in stanze quando erano fortunati, e vivevano per strada. I bambini accompagnati dalle madri mangiavano ciò che trovavano nelle pattumiere, mentre quelli abbandonati a sé stessi erano ospitati in case di lavoro dove li sfruttavano per lavorare come schiavi tutto il giorno in condizioni disumane in cambio di un pasto. Da questa realtà misera, nelle settimane che precedono le feste, provengono i carolers, da cui il libro trae il nome “A christmas carol“. Si tratta di gruppi di cantori, dai quartieri più poveri, che passavano le giornate per strada al freddo a cantare canti natalizi e racimolare qualche moneta e che poco avevano a che fare con lo spirito natalizio. Si aggiravano in gruppi di tre: uno di loro suonava, uno cantava e l’altro mendicava tra la folla con la speranza di essere ospitati a pranzo da qualcuno.

In un quadro sociale del genere il natale e lo spirito natalizio dei doni sono roba da ricchi. La tradizione inglese del 26 dicembre conosciuta come boxing day deriva proprio dall’usanza dei ricchi di scendere per strada con scatole e ceste per condividere con i più poveri il cibo e fare della carità. Famosa è la scena nel libro della Alcott “Piccole donne” dove le sorelle raggiungono una famiglia bisognosa per condividere con loro il cibo.

Volete un elenco di “regali vittoriani” da fare a ciascun parente? Bisogna considerare che all’epoca ogni membro della famiglia ricopriva un ruolo ben preciso, dal severo padre di famiglia alla nonnina amorevole quindi non era troppo difficile indovinare il regalo giusto.

Madre: ventaglio, sciarpa, profumo, cuscino per spilli e aghi, ditali d’argento con forbici per cucire o abbonamenti a riviste.

Al papà e al nonno: bretelle ricamate, pantofole, astucci per tabacco, ombrelli o portasigari.

Nonna: piante, cornici, tovaglie, segnalibri.

Sorelle: Nastri per capelli, manicotti, bambole di cera, ventagli, set da cucito, canarini o guanti.

Fratelli: Slittino, album, animali in legno intagliati, modellini, biglie, mattoni da costruzione, scatole portadenaro, soldatini di stagno.

Ci sono regali vittoriani che mi sono dimenticata?

Fatemi sapere, nel frattempo buona lettura.

Alice Tonini

Chi sono?

𝐂𝐢𝐚𝐨, 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐀𝐥𝐢𝐜𝐞!

𝘚𝘤𝘳𝘪𝘵𝘵𝘳𝘪𝘤𝘦 𝘦 𝘢𝘶𝘵𝘳𝘪𝘤𝘦 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘴𝘪𝘵𝘰.
𝘐𝘭 𝘮𝘪𝘰 𝘴𝘤𝘰𝘱𝘰 è 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘥𝘪 𝘤𝘰𝘪𝘯𝘷𝘰𝘭𝘨𝘦𝘳t𝘪 𝘯𝘦𝘭 𝘮𝘪𝘴𝘵𝘦𝘳𝘪𝘰𝘴𝘰 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘪 𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘵𝘵𝘦𝘳𝘢𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘪𝘯 𝘮𝘰𝘥𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘦 𝘦 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘳𝘵𝘦𝘯𝘵𝘦.

𝘐𝘴𝘤𝘳𝘪𝘷𝘪𝘵𝘪 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘯𝘦𝘸𝘴𝘭𝘦𝘵𝘵𝘦𝘳 𝘴𝘦 𝘷𝘶𝘰𝘪 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘯𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳𝘯𝘢𝘵𝘰 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘦 𝘶𝘭𝘵𝘪𝘮𝘦 𝘯𝘰𝘷𝘪𝘵à (𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘪 𝘢𝘳𝘳𝘪𝘷𝘦𝘳à 𝘯𝘦𝘴𝘴𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘪𝘵à, 𝘷𝘪 𝘥𝘰 𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘰𝘭𝘢) 𝘦 𝘥𝘢𝘵𝘦 𝘶𝘯’𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘢𝘵𝘢 𝘲𝘶𝘪 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘴𝘦 𝘷𝘰𝘭𝘦𝘵𝘦 𝘴𝘢𝘱𝘦𝘳𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘱𝘪ù 𝘴𝘶 𝘥𝘪 𝘮𝘦.

𝘉𝘶𝘰𝘯𝘢 𝘭𝘦𝘵𝘵𝘶𝘳𝘢.

Anno di nascita: 1981
Provenienza: Tra Mantova, Brescia e Verona.
Segno zodiacale: Aquario (ovvio…)
Professione: Pedagogista.
Cose che amo: Leggere, scrivere, viaggiare e i gatti.
Tratto principale del mio carattere: Impulsiva (l’Adhd non è mica per tutti!)
Il mio principale difetto: Non riesco proprio ad aspettare. 
Materie scolastiche preferite: Storia e geografia.
Città preferite: Parigi e Montreal.
Colore preferito: Blu.
Fiore preferito: Orchidea.
Piatto preferito: Tortello amaro.
Libro preferito di sempre: La storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Luis Sepulveda.
Autori preferiti: Stephen King, Zimmer Bradley e Pascoli.
Cantante preferito: Ligabue
Il mio motto: Never give up!
I miei social: Instagram

Reliquie e fantascienza: quando Leibowiz incontrò i viaggi nello spazio.

 Oggi riprendo un tema già trattato in parte lo scorso post: le reliquie in narrativa. 

  L’uso delle reliquie in narrativa è molto diffuso,  esistono interi romanzi vecchi e nuovi costruiti attorno al ritrovamento di reliquie sacre. Senza andare troppo lontano nel tempo un esempio è Il codice da Vinci di Dan Brown del 2003, romanzo molto conosciuto e diventato fenomeno mediatico grazie ai temi trattati e al film.

Tra le opere di fantascienza e fantasy l’opera più conosciuta dedicata al tema è il libro unico di Walter Miller: Un cantico per Leibowitz uscito negli urania per la Mondadori nel 1964. È considerato senza dubbi un classico e nel 1961 ha vinto il premio Hugo come miglior romanzo. 

Pubblicato per la prima volta nel 1959 è basato su tre racconti brevi ambientati in una terra post apocalittica dove ogni conoscenza è andata perduta. I custodi della scienza così come la intendiamo oggi sono i monaci di San Leibowitz e il libro segue passo passo i loro sforzi per salvare l’umanità da sé stessa preservando le sacre reliquie: libri. È un opera complessa con infiniti riferimenti alla filosofia, alla mistica e alla fisica. C’è comunque la possibilità di saltare le parti più complesse per seguire solo la storia dei monaci. 

 Tutta la vicenda del romanzo ruota attorno ai memorabilia di San Leibowitz custoditi in un monastero disperso nel deserto ma cosa sono le reliquie e perché nei secoli sono state così importanti. 

Per reliquia viene inteso la salma, o una parte di essa, di un santo o di un beato o di una persona famosa ( come l’unghia del piede di Elvis Presley). Sono riconosciute da quasi tutte le religioni più importanti: esiste un tempio con un dente del Buddha e una moschea con un pelo della barba del Profeta. Nella basilica di Santa Sofia è in mostra il bastone di Mosè sacro agli ebrei. 

Mutande di Elvis

Nella prima parte del libro le reliquie protagoniste vengono ritrovate accidentalmente ma nella realtà c’era un fiorente mercato dedicato alla compravendita di oggetti forse sacri.  

Nel medioevo era credenza popolare che bastasse toccare i resti di un santo per guarire da qualsiasi malattia, per questo fino al 1215 c’erano centinaia di trafficanti e falsificatori. Fu solo con il IV concilio lateranense che divenne obbligatorio il certificato di autenticità. 

Ancora nel 1543 Calvino nel suo Trattato delle reliquie lamenta del fiorente commercio di reliquie false  come le impronte delle natiche di Gesù -sarebbero a Remis, dietro un altare – e denuncia la presenza di santi con tre o quattro corpi diversi. Ad esempio San Valentino patrono degli innamorati ha ben tre teste.

In Un cantico per Leibowitz l’autore sfrutta l’elemento delle reliquie per la loro capacità di conservare e trasmettere la conoscenza alle generazioni future. Con le conseguenze catastrofiche di cui racconta. Nella realtà le reliquie erano apprezzate anche per il carattere sacro e non solo per le proprietà guaritrici, non erano solo commerciate ma anche rubate. Nota è la vicenda del corpo mummificato di Santa Lucia a Venezia che venne trafugato quattro volte, l’ultima nel 1984. 

Capelli di Maradona

Dal  dicembre 2017 il Vaticano ha stabilito che è proibita la compravendita di reliquie ma è permessa la donazione che deve essere approvata dal vescovo e l’esposizione può avvenire solo in ambienti ecclesiali o con autorizzazione scritta che stabilisce la conformità e la sicurezza dell’ambiente.

Buona lettura a tutti e alla prossima.

Alice Tonini 

Nb. Come già detto questo articolo tratta di curiosità storiche e letterarie. Non mi occupo del significato religioso. La religione è personale e in questo blog non viene trattata.