Dalla sabbia di Arrakis all'elio3 sulla luna: esploriamo le miniere della fantascienza

 Ecco che ritorna la rubrica dello sci-fy Inchiostro verde fluorescente per occuparsi di temi della fantascienza. Stavolta strapazziamo qualche autore che ha deciso di inserire nella sua opera la mineralogia e il lavoro nelle miniere a volte in modo credibile altre molto meno e vediamo come saperne di più divertendoci per valutare la qualità di quello che stiamo leggendo. Perché c’è romanzo e romanzo e noi vogliamo leggere storie sensate.

Quest’anno mi è capitato tra le mani il libro La quinta stagione di N.K Jemisin che tratta di fantascienza-fantasy e ipotizza che in un futuro lontano l’umanità svilupperà la capacità di controllare “la terra” e che andremo verso l’apocalisse, per farvela breve. Il tema trattato nel libro è un mix mineralogico tra gemmologia, geologia, vulcanologia e roba totalmente inventata. Le conoscenze mineralogiche che l’autrice ci mostra non sono nemmeno medie da film. Da semplice appassionata di mineralogia posso sostenere di saperne molto più di lei. Alcuni mi risponderanno che l’autrice voleva parlare di problemi sociali e non di mineralogia, e io rispondo che allora avrebbe fatto bene ad evitare di dare così tanta rilevanza a un tema di cui non aveva conoscenze o forse le aveva ma non ha saputo creare un mondo coerente per la sua storia. E allora mi si risponderà che non si tratta proprio di sci-fy ma è più un fantasy, e io rispondo che non conta il genere ma noi vogliamo leggere opere credibili e il fantasy non fa eccezione. Anche La figlia del drago di ferro parla di minerali e di sostanze alchemiche ed è credibile. Vediamo anche i prossimi esempi. 

Una fotografia fatta da me all’interno del museo della miniera di Pezzase (BS).

Trattiamo di un’opera di cui ho già parlato nel sito: Luna Nuova di Ian McDonald che crea un intero impero economico basato sull’estrazione mineraria sulla luna. Un ambientazione credibile, basata su conoscenze di economia e mineralogia. Un futuro probabilistico ma molto realistico, la storia e i personaggi possono piacervi o meno ma il mondo è costruito con particolare attenzione proprio a partire dall’estrazione mineraria dell’elio3 sulla luna che arricchisce un gruppo ristretto di persone, che non ha intenzione di lasciare ad altri la propria fetta. Vengono mostrati i macchinari utilizzati per l’estrazione, vengono mostrate le problematiche tecniche legate al lavoro in un ambiente con una gravità diversa da quella terrestre e la divisione del lavoro tra tecnici specialisti e miseri operai. L’autore ha ipotizzato un mondo di cui affronta anche i possibili problemi sociali legati ad un modello economico totalmente liberista dove si paga anche l’aria da respirare e chi non ha i soldi può morire intossicato dalla propria anidride carbonica e beve la propria urina riciclata nelle tute spaziali. Potrebbe succedere? Sappiamo benissimo che c’è gente che non aspetta altro che farci fare quella fine. E ora il prossimo.

Altro libro che parla delle conseguenze a lungo termine dell’estrazione mineraria intensiva ed esclusiva, anche se in questo caso non è un vero e proprio minerale ma una droga è Dune di Frank Herbert. Anche qui ci sarebbe moltissimo da dire ma quello che interessa in questo momento è che il sistema economico di un impero è totalmente basato sull’estrazione e sul commercio universale di Melange, ed è realistico. Vengono utilizzate macchine per estrarre la droga dal deserto e risentono delle condizioni ambientali, i lavoratori sono sfruttati e sottopagati. Certo, il Melange non esiste e neppure le BeneGesserit che praticano la selezione genetica ma nulla vieta in futuro che qualcosa del genere non venga scoperto in un qualche lontano pianeta. Molta rilevanza viene data ai problemi sociali del popolo di Arrakis costretto a nascondersi nel deserto fino al momento della ribellione, guidata dal protagonista. 

A questo punto il mio invito a voi come lettori appassionati del genere o scrittori è quello di fare sempre attenzione ai dettagli che trovate nelle storie. Ci vuole poco per capire se il libro che stiamo leggendo è credibile oppure se è i contenuti non stanno in piedi e sono frutto di una fantasia non ragionata.

Se non sapete niente di minerali e miniere basta leggervi dei buoni articoli  o un buon libro a tema per trovare qualche dettaglio utile, ma di questo parleremo nel prossimo articolo sulla scrittura. Se siete appassionati di viaggi, senza andare nel deserto o sulla luna c’è la possibilità di farvi una gita fuori porta di una mezza giornata e visitare una miniera. Si chiama turismo minerario ed è presente in tutta Italia. Io ovviamente per comodità faccio riferimento alla Lombardia anche perché quelle che ho visitato si trovano in questa regione.

L’interno della galleria principale dove non si vede nulla e la luce moderna basta appena.

In Lombardia ci sono diversi siti minerari dismessi che sono stati resi visitabili a fini conoscitivi e turistici. Ci sono percorsi all’interno delle miniere e musei da visitare che permettono di valorizzare il territorio con tutte le sue risorse e salvaguardare un patrimonio e una memoria storica che appartengono a tutti noi. Ad oggi si contano in tutta la regione otto siti aperti.

Io personalmente posso consigliarvi la visita ai siti che si trovano lungo la Via del ferro e delle miniere della Valtrompia. Fate un salto a Pezzase a vedere la miniera Marzioli e a Collio per visitare la miniera di S.Aloisio Tassara, entrambe in provincia di Brescia visitabili a pagamento. 

Le gallerie sono anguste e qui la temperatura è di 10° circa tutto l’anno

Vi parlo di questo per farvi vedere quanto poco ci voglia per raccogliere informazioni e curiosità e può anche essere divertente, mentre gli autori pigri a cui piace stare sul divano a fantasticare sono molto meno divertenti.

La miniera Marzioli di Pezzase fu aperta nel 1886 per estrarre siderite, barite ma anche fluorite, venne chiusa nel 1978 a causa della scarsa produttività e di una frana nella galleria principale. Visitare uno di questi luoghi fa entrare in un mondo diverso, sotterraneo, buio e segreto dove possiamo trovare la vita e gli oggetti di uso quotidiano di chi ci ha trascorso tutta la vita ed è poi stato dimenticato dalla storia ufficiale ma ha ancora tanto da raccontare.

Un giro in questi posti oltre che essere divertente vi darà una idea di come funzionava il sistema legato all’estrazione dei mineraria, gli attrezzi che usavano e com’era la vita dei minatori: uomini “minadur” che lavoravano nelle gallerie strette e umide al buio, ragazzi e bambini “galecc” che a partire dagli 11 anni si dovevano guadagnare da vivere e donne “taissine” che selezionavano a mano il minerale estratto e separavano quello buono dallo scarto, ma poi dovevano occuparsi anche dei lavori domestici e agricoli. 

Per privacy ho coperto il volto della guida per mostrarvi l’abbigliamento moderno di chi lavora in questi luoghi. 

Tutti i lavoratori abitavano nei paesi dei dintorni ed erano particolarmente esposti a disturbi e malattie legati al lavoro che facevano. Nei primi anni di vita della miniera di Pezzase i metodi di gestione del lavoro erano manuali rendendo il tutto pericoloso ed estremamente faticoso, solo negli anni precedenti la chiusura si sono adottate macchine che hanno semplificato l’estrazione, maschere per non respirare polveri, caschi per proteggere la testa e tappi per le orecchie. Nei primi tempi il casco era un cappello imbottito dal lavoratore con stracci e niente filtrava l’aria che veniva respirata nelle gallerie o proteggeva dai rumori.

Ogni oggetto, ogni capo di vestiario e ogni attrezzo aveva un nome specifico in dialetto bresciano locale. Mi scuso se non ho scritto le parole nel modo corretto ma non ho idea di come si scrivano gli accenti in dialetto.

Qui potete vedere il canale che attraversa tutta la miniera, nei livelli più alti l’acqua era pulita e la usavano per bere mentre dove l’acqua non era potabile la usavano per fare i bisogni.

Le squadre di uomini, consapevoli dei rischi che correvano, si inerpicavano tra i vari livelli che costituivano il sistema delle gallerie estrattive con scale traballanti e la sicurezza sul lavoro era l’ultimo dei problemi visto che venivano pagati in base a quanto materiale buono riuscivano ad estrarre. I pericoli principali riguardavano la caduta nel fornello (un camino dove veniva rovesciato il materiale raccolto in livelli superiori per conservarlo nei carrelli fino al momento di portarlo fuori), il crollo delle volte, gli allagamenti, le esplosioni (per creare nuove gallerie) e l’investimento da parte dei vagoni che trasportavano il minerale.

Il rumore assordante dei martelli ad aria compressa usati per scavare nuove gallerie rendeva impossibile parlarsi e con il tempo danneggiava l’udito. L’illuminazione con le lampade ad acetilene o “centelena” era scarsa. Gli ambienti erano bui, stretti, umidi e saturi di polveri per questo gli uomini si ammalavano di silicosi che rendeva i polmoni rigidi e incapaci di funzionare. 

Questi erano gli attrezzi da lavoro, non venivano forniti dal padrone ma ogni lavoratore aveva la sua cassetta personale.

Certo stiamo parlando di un secolo fa ma non dobbiamo dimenticare che in molte parti del mondo, come africa o asia, le condizioni di lavoro non hanno fatto grandi passi avanti. 

Se volete visitare le miniere date un’occhiata al sito internet (non vi riporto il link perché i siti sono più d’uno e cambiano) dove potrete vedere i periodi di apertura e gli orari e prenotare la vostra visita.

Campioni di roccia estratta dalle miniere ed esposti al museo.

Per potervi raccontare queste poche curiosità mi è bastata la gita fuori porta di una mattina. Se uno scrittore è interessato a inserire in un romanzo una ambientazione ispirata alle miniere e alla mineralogia ma non si informa, non visita questi luoghi, è pigro. E il risultato sarà che noi lettori avremo tra le mani un’ opera mediocre. Vi sembra forse che io abbia nominato ampie grotte sotterranee illuminate a giorno da geodi e  gemme alte metri e metri su cui si reggono interi continenti? Filoni di minerale lunghi chilometri e chilometri che collegano intere nazioni? Ok basta, non ce la posso fare.

Il mio invito quindi, che voi siate autori o lettori è quello di non essere pigri e pretendere che le opere che avete tra le mani siano credibili.

Buona lettura e alla prossima!

What if… fantascientifico: sviluppiamo idee per nuovi mondi!!

 

Avete preso nota delle vostre idee e
degli spunti che avete trovato in giro?

Ok, perfetto, oggi vediamo insieme un
esempio di come un’ idea qualsiasi può essere trasformata in una
possibile storia fantascientifica. Ricordatevi però di leggere
spesso le annotazioni che avete preso. Questo vi aiuterà a trovare le parti più interessanti e a utilizzarle come punto di partenza per
le vostre storie.

Il maestro è di nuovo con noi per assicurarsi che mettiate insieme idee che abbiano un senso. 

Per il nostro esempio di annotazione
fingiamo di utilizzarne una presa nel corso di un pomeriggio qualsiasi, durante un viaggio in metropolitana, in autobus o in treno.
Potrebbe essere:

Due donne sul treno indossano lo
stesso profumo. Alcuni odori richiamano alla mente posti e persone.
Immagino qualcuno che non mi piace e indossa il profumo del mio
fidanzato. Come mi farebbe sentire? L’uomo vicino a me ha il
raffreddore. Le sue mani sono coperte di anelli d’oro e continua a
strofinarsi le dita. I suoi anelli sono grandi, forse hanno un
significato per lui? Si morde le unghie, si soffia il naso. Mi da
fastidio perchè non voglio prendermi quello che ha lui.

Una nota del genere sembra non avere
nessun senso ma con i collegamenti giusti può facilmente essere
sviluppata in un pezzo di fantascienza giocando con il famoso What
if…?
.

Leggendo la nota sopra potremmo
chiederci: e se il profumo fosse usato per creare artificialmente
emozioni? E se le emozioni o i ricordi potessero essere tolti dalla
memoria umana e archiviati in oggetti di uso comune?

Lasciatevi guidare dai vostri pensieri
e dalle vostre idee.

Scrivete i punti che secondo voi sono
più importanti, le idee e i collegamenti che più vi entusiasmano ed
espandeteli con maggiori dettagli esplorando tutte le direzioni che
ritenete più originali, in fondo sarete gli unici a leggere queste
note, non devono essere perfette e ordinate. Sperimentate, seguite
anche le direzioni più assurde e vedete dove vi portano. Tenetevi
strette quelle più strane, non importa quanto possano essere
oltraggiose o diverse. Se sentite che una scena si sta sviluppando o
se l’immaginazione va in una specifica direzione seguitela!

Accumulate le idee e le annotazioni e
create un archivio.

Le piccole note, i brevi lampi di un
momento, solitamente portano le idee migliori.

Continuiamo con il nostro esempio. La nota sulla memoria umana archiviata
negli oggetti può essere sviluppata in molti modi. Si può
costruire una storia breve riguardo un nuovo tipo di oggetto/composto
bio-metallico dove si immagazzinano i ricordi delle persone. Con un
metallo del genere potrebbero essere fatte le fedi del matrimonio per
condividere i ricordi, con tutte le conseguenze del caso. Oppure
potremmo mostrare lo sviluppo segreto di questa tecnologia da parte
di uno scienziato pazzo che la utilizzerà per vendetta o per
arricchirsi Forse quest’uomo vendendo gli anelli da lui creati ruba
la memoria delle persone.

Io ho messo anelli d’oro ma possono essere di qualsiasi colore. 

Quest’idea da sola ovviamente non
basta, dobbiamo portarla oltre con altri collegamenti. Ad esempio se
l’oggetto può immagazzinare i ricordi, le persone potrebbero essere
disposte a venderli? Oppure le persone potrebbero diventare
dipendenti dal passato? Ci potrebbe essere un mercato nero per i
gioielli della memoria? Le persone potrebbero confondere il proprio
passato con quello di qualcun altro?

Inoltre non possiamo evitare di
affrontare problemi come da dove viene il bio-metallo e di come
possiamo inserire la memoria dentro, come possiamo controllare il
processo?

Ricordiamoci che stiamo creando una
intera nuova realtà, un mondo immaginario che sarà abitato da
persone, dove ci sarà una economia una religione e uno stile di
vita. Il luogo dovrà essere perfetto per ambientare la nostra
storia.

Osservate il mondo e immaginate quanto
poco possa bastare per renderlo diverso, in questo modo creerete e
svilupperete idee valide non solo per la fantascienza ma anche per il
fantasy.

Che il vostro sia un mondo futuro, un
pianeta alieno o una realtà alternativa con draghi e nani, scoverete
più dettagli di quanti possiate usare in una storia sola. Questo è
bene perché le vostre annotazioni non andranno buttate via ma
potranno essere archiviate per uno sviluppo futuro in altre storie.

Se siete consapevoli di tutti i
dettagli dell’ambientazione e ne avete il controllo la sensazione che
ne trarranno i lettori sarà quella di una maggiore realismo.

E ora via libera alla vostra
immaginazione e a tutti i collegamenti che possono venirvi in mente.

Buona lettura e alla prossima.

La morte e gli Indiani d'America: tra leggende, tradizioni e sepolture

Rieccoci con il nostro appuntamento dell’horror e dei temi legate alla letteratura horror con la rubrica Inchiostro Nerofumo. La volta scorsa abbiamo parlato della morte vista dal punto di vista di noi uomini moderni, oggi ci interessano gli uomini primitivi agli albori della nostra civiltà.

L’uomo preistorico faticò non poco a
comprendere la morte; la storia dell’antichità è costellata di ritrovamenti che testimoniano come i tentativi di avvicinarsi al momento
finale della vita umana abbiano dato vita a miti, leggende e
tradizioni diversi e a volte di difficile comprensione, o almeno così ci
dimostrano gli scavi archeologici che hanno riportato alla luce le antiche sepolture.

Uno dei più antichi popoli di cui
abbiamo ancora tracce recenti sono gli Indiani d’America. Per loro la
religione era talmente integrata nell’aspetto socio-culturale della
vita quotidiana che si possono tranquillamente paragonare agli Amish
odierni anche se in chiave meno opprimente. 

Morte e onore vengono considerate alla stessa stregua, ma oggi ho imparato che non sempre è così. Cit. da L’ultimo dei Mohicani.

Ricordiamo che il
più antico scheletro di un nativo americano mai trovato risale a
9.000 anni fa, si tratta dell’uomo di Kennewick ritrovato nel letto
del fiume Columbia nello stato di Washington. Parliamo quindi di tradizioni,
usi, miti e leggende con radici antichissime, la cui origine si perde nei
secoli prima di Cristo. Lo studio della preistoria degli indiani d’America è
difficile e complesso a causa della molteplicità delle tribù che si
divisero il territorio ma rende bene l’idea dei tanti modi diversi in
cui i nostri antenati potevano interpretare la morte prima
dell’avvento delle grandi religioni.

Le popolazioni presenti in nord America
nell’epoca precolombiana vivevano in perfetta armonia con la natura e
praticavano una religione complessa con saltuari aspetti sciamanici. Bisogna
tenere a mente il legame particolare esistente tra individuo e
collettività e tra individuo e natura, entrambi caratterizzanti la
cultura degli indiani d’America e il contrasto con il nostro stile di
vita occidentale per cui tali legami sono superficiali.

Il dipinto (come tutto quello che riguarda i nativi americani) è coperto dal copyright, ringrazio di cuore la fonte 

Il nord America è sconfinato, il
numero delle tribù indiane è grande e la storia di queste tribù
potrebbe davvero riempire libri su libri. Porto quindi solo un paio
di buoni esempi che ovviamente non possono essere esaustivi di tutto l’argomento vista la vastità.

Il primo esempio tratta delle credenze della tribù dei Lakota
o chiamati in modo spregiativo dai bianchi Sioux che occuparono i
territori del nord e sud Dakota, parte del Montana, Nebraska, Wyoming
e Colorado. Tra le altre tribù avevano grande fama di guerrieri
invincibili.

La religione Lakota nel tempo ha
assorbito idee e tradizioni di altre tribù confinanti e popoli
conquistatori mantenendo nel tempo intatta la propria identità, persino le
sofferenze inflitte al popolo dal governo americano sono diventate
oggi un’importante riferimento culturale. Qui non possiamo trattare
in lungo e in largo della religione Lakota ma vediamo quali elementi sono caratteristici del
rapporto di questa tribù con l’aldilà.

Qui ci basti sapere che una
divinità chiamata nella nostra lingua Piccolo Bisonte Bianco apparve ai cacciatori Lakota e insegnò loro le sette cerimonie
sacre alla base della loro religione. Per i Lakota ogni uomo nasce
con quattro aspetti dell’anima: il sicun, la forza immortale che
permette al corpo di formarsi e che alla morte ritorna al nord per
attendere un nuovo concepimento; il tun, il potere di trasformare
l’energia da visibile in invisibile; il ni, il respiro che abbandona
il corpo con la morte; il nagi, l’ombra che alla morte percorre la
via degli spettri per unirsi agli antenati e riprendere la vita
tradizionale.

I rituali e i miti si sviluppano in
serie di sette e quattro, sono ciclici come secondo loro era la vita.
Le Sette cerimonie sacre sono sopravvissute fino ai giorni nostri
nonostante i tentativi di repressione ad opera del governo degli
stati uniti nel XIX secolo. 

La cerimonia che riguarda il passaggio
all’aldilà è la cerimonia del trattenimento del fantasma (Wanagi
Wicagluhapi) e viene eseguita per i defunti. La credenza presso i
Lakota è che lo spirito di un defunto rimanga per un anno nel luogo
della sua morte e il parente deve eseguire la prova del lutto
(wasigla) e deve conservare una ciocca dei suoi capelli avvolta in
pelle di daino. Lui/lei deve esporre l’involucro al sole durante le
belle giornate, ripararlo dal vento e donargli ogni giorno cibo.
Colui che trattiene lo spirito deve dedicare tutto il suo tempo a
questo scopo. Dopodiché trascorso un anno dal decesso lo spirito
viene lasciato libero di viaggiare verso l’aldilà. In questa
occasione la famiglia indice una grande festa invitando i parenti e
distribuendo regali a chi durante l’anno ha sostenuto il custode
dello spirito. Oggi questa complessa cerimonia è sostituita dalla
Festa del Ricordo (Wokiksuye Wohanpi) rito simile anche se meno
impegnativo. Dopo la veglia e la sepoltura si celebra un ulteriore
rito: parenti e amici portano cibo sul luogo della veglia dove
resteranno tutta la notte per aiutare e
consolare la famiglia. Ai giorni nostri comunemente il defunto viene
sepolto nei cimiteri cristiani, per cui alla cerimonia tradizionale
si aggiunge quella cristiana.

La foto della sepoltura ( come tutto quello che riguarda i nativi americani) è coperta da copyright, ringrazio di cuore la fonte.

Per rendervi conto delle differenze
religiose tra una tribù e l’altra accenno anche alle usanze Navajo,
un popolo che vive oggi nell’area degli stati uniti sud occidentali
chiamata Four Corners e sono la popolazione nativa più consistente
sia per numero che per territorio. A differenza di altre tribù come
i Lakota la loro visione individualistica li ho portati a celebrare
festività che hanno l’obiettivo di ristabilire l’ordine dinamico e
l’equilibrio delle cose. Secondo loro ogni cosa è abitata dal Vento
Sacro (energia vitale) e ogni essere vi partecipa in comunanza. Da
qui la loro credenza che nessuno stato dell’essere è fisso. Il
rapporto tra esistenza terrena e ultraterrena è fluido e in costante
mutamento, i loro miti e le loro leggende parlano di un futuro nel
quale i defunti torneranno per popolare con i vivi le terre che un
tempo erano delle tribù prima dell’arrivo dei bianchi.

Queste sono solo due delle complesse
tradizioni degli indiani d’America ma comune ad ogni tribù era la
concezione della morte come un viaggio che veniva accompagnato da usi
e riti dalle radici che si perdono nei secoli. I Lakota
ritenevano che una persona in punto di morte vedesse il futuro, gli
Arapaho invece prevedevano il momento della propria morte in anticipo
di giorni. I Comanche consideravano le donne che morivano di parto
alla stregua dei migliori guerrieri. Presso tutte le tribù infatti
morire in battaglia era molto onorevole e prima di scendere in guerra
era fondamentale essere ben preparati al viaggio che sarebbe seguito:
capelli intrecciati, volto dipinto, abiti in ordine, armi affilate.

Non è come nasci, ma come muori, che
rivela a quale popolo appartieni. Alce nero, Lakota 1890

Le tecniche di sepoltura erano diverse
non solo tra tribù ma anche a seconda delle stagioni le usanze
differivano, ad esempio in inverno non si seppellivano i morti in
terra perché il terreno era congelato. Nelle pianure il corpo era
esposto nella prateria su una alta piattaforma ricoperta da pelli, per
evitare che venisse assalito dagli animali. I pali che sostenevano la
piattaforma erano dipinti con simboli che ricordavano il defunto e
decorati con crini di cavallo. L’impalcatura veniva eretta tradizionalmente a ovest
per facilitare il viaggio verso l’aldilà. In alternativa il corpo si
issava sugli alberi avvolto nelle pelli e legato sulla biforcazione
dei rami più grossi.

Si potevano utilizzare anche gli anfratti
naturali come le crepe o le spaccature tra le rocce. In zone
difficilmente accessibili come il gran canyon e in queste zone si
portavano anche le ossa raccolte dopo che le intemperie avevano
consumato il corpo esposto nelle pianure o sugli alberi. La
cremazione era poco diffusa e riservata solo ai guerrieri caduti in
combattimento. In pochi casi accertati sappiamo di guerrieri Comanche
seppelliti sul campo di combattimento con tombe contrassegnate da
ossa e teschi di bisonte o in fosse sott’acqua dove erano contrassegnate da pietre. Tra i Pueblo i corpi erano deposti a terra e ricoperti di
sassi fino a formare un tumulo che veniva circondato da paletti.

Stavo pensando che di tutte le piste di questa vita la più importante è quella che conduce all’essere umano. Penso che tu sei su questa pista e questo è bene. Cit. da Balla coi lupi.

Il significato di quanto vi ho
raccontato fino ad ora rimane incerto. Alcuni scienziati immaginano
gli uomini preistorici che credevano in una sorta di resurrezione o
in un viaggio ultraterreno perché seppellivano cibo, oggetti e
ornamenti. Altri suggeriscono il significato dei colori che
utilizzavano per dipingere il corpo del defunto quando lo preparavano. Altri fanno ipotesi
riguardo il significato delle posizioni in cui vengono ritrovati i
corpi.

Non conosciamo esattamente il
significato di tutto quello che gli archeologi hanno trovato, però
quello che ci interessa qui sono le testimonianze che raccontano come gli uomini primitivi all’inizio dell’esistenza umana
svilupparono idee, miti e tradizioni per riconciliarsi con la morte.

Un buon romanzo che parla degli indiani può essere considerato il classico del 1826 L’ultimo dei Mohicani di James Fenimore Cooper. Oppure Balla coi lupi di Michael Blake, edito in Italia dal 1991 è interessante anche se è più difficile da trovare. Magari se siete fortunati su una bancarella dell’usato lo potete adocchiare. Da entrambi sono stati tratti dei bellissimi film ma evito di parlarne, magari un’altra volta.

Grazie mille e buona lettura a tutti!!

E se vi parlassi di un pappagallo e di Flaubert?

 Terminata la
selezione di classici, per quanto riguarda gli inviti alla
lettura ho deciso di dedicarli ad un genere particolarmente
controverso: la biografa, le impronte lasciate nella sabbia del tempo
da chi ci ha preceduto.

Le
biografie/autobiografie raccontano la storia di un personaggio
realmente esistito, più o meno famoso. Quelle che ho scelto di
presentarvi sono tra le più conosciute e apprezzate, in alcuni casi si tratta di
libri da cui sono stati tratti anche dei film. Sono consapevole che
non a tutti piace leggerle, ma personalmente credo che approfondire
la vita di un personaggio famoso possa essere fonte di ispirazione e
di motivazione per molti.

Partiamo con un
opera di Julian Barnes intitolata
Il pappagallo di Flaubert, uscita
nel 1984, fu considerata nella selezione finale per il Booker Prize
dello stesso anno.

Questo romanzo si
inserisce nelle fila delle biografie non letterarie perché fa luce
non solo su come debba essere scritta una biografia ma anche sul
soggetto di cui ci racconta, il romanziere francese del
diciannovesimo secolo Gustave Flaubert.

Barnes stesso
descrive il suo lavoro fine con polisillabi faceti, sostiene che si tratta di “una infrastruttura immaginaria che sostiene una
sovrastruttura frattale.” Tralasciando i complicati polisillabi
dell’autore noi lo possiamo descrivere come un romanzo brillante. Da
qualsiasi parte lo si guardi, questo pappagallo spicca il volo!

Il protagonista del
romanzo è un tale Geoffrey Braithwaite, un dottore in pensione di
una sessantina d’anni, un veterano della seconda guerra mondiale e
vedovo. Sta facendo un tour per la Francia alla ricerca di vecchi
ricordi e nuove esperienze. Ritrova le spiagge della Normandia dove i
suoi compagni erano morti e Rouen, il paese di Flaubert.

Braithwaite ci
racconta diversi eventi della vita di Flaubert, un bestiario di tutti
gli animali menzionati nei suoi romanzi o nelle sue lettere,
frammenti di informazioni che riguardano le sue conoscenze, un
capitolo brillante racconta gli eventi della vita di Flaubert dal
punto di vista di Louise Colet la sua tormentata amante, c’è un
esame finale e molto altro incluso una toccante disquisizione sulla
natura della verità, sull’inevitabile inganno causato
dall’impossibilità di conoscere veramente la vita di un altra
persona, incluso sé stessi (o soprattutto sé stessi?).

Leggendo il libro
ci divertiamo a vedere Flaubert deliziato dalla pelliccia di orso
bianco presente nella sua stanza, lo seguiamo quando si arrampica sulle piramidi,
e ci viene raccontato il suo strambo piano per far cadere da lassù il biglietto da
visita di un uomo d’affari, poi troviamo il francobollo postale che porta
la sua immagine, ci avviciniamo al suo profondo senso di amore
filiale e al suo macabro senso dell’umorismo quando parla della sua
tomba scavata male.

E l’omonimo
pappagallo? Quello riguarda l’inizio del libro. Flaubert nella sua
storia “
Un cuore semplice” ha creato un servo maleducato che
fantastica sulla colomba, simbolo dello spirito santo, che secondo la
sua logica deve essere sostituita da un pappagallo. Quest’uomo è
convinto che un uccello parlante potrebbe suggerire meglio lo spirito
santo visto che si tratta di una entità che dona all’uomo la
conoscenza delle lingue.

Il protagonista del
romanzo racconta che Flaubert mise sulla sua scrivania un pappagallo
impagliato, Loulou, preso da un museo locale per dare un tocco di
autenticità al suo lavoro. Braithwaite nel mentre che si trova in
una stanza dedicata all’autore nell’Hotel-Dieu in Rouen, macchia il
pappagallo causandosi un brivido di piacere dato dall’idea
dell’autentica connessione con il passato. Successivamente visita i
resti della residenza di Flaubert, una casa estiva dove vede esposto
un secondo Loulou e i suoi brividi scompaiono. Il nostro pellegrino è
disturbato da questa abbondanza di reliquie e parte il caso del
pappagallo impagliato originale scomparso.

Nel frattempo
gradualmente, lentamente e tardi in questo romanzo sotto sopra, come
lo descrive Barnes, o presto secondo l’opinione di Kingsley Amis, impariamo qualcosa
sul narratore e su sua moglie, veniamo a conoscenza dei modi in cui
lei somiglia al personaggio più noto di Flaubert, quella moglie
infelice di un dottore. “I libri sono dove le cose ti sono
spiegate; la vita è dove le cose non lo sono.”, prendete nota di
questa citazione di Braithwaite e andate avanti con un finale
esplosivo su quei pappagalli multipli.

L’autore si confida
con un giornale sostenendo che temeva che il libro potesse
interessare solo ad una manciata di Flaubertiani e ad un ristretto
numero di ornitologi. Non è stato così!

Per una fine
biografia convenzionale di Flaubert provate la superba pubblicazione
del 2006 di Frederick Brown intitolata
Flaubert (ovviamente la
priorità è leggere Madame Bovary) Se volete leggere altro di
Barnes, iniziate con England, england del 1996 e proseguite con le
altre opere. Volete saperne di più sui pappagalli? Arrangiatevi, qui
si parla di romanzi!

Buona lettura a tutti e alla prossima!

Alice Tonini

Libri sotto ai portici novembre 2022: una edizione autunnale da ricordare

 Anche questo nvembre 2022 ero in piazza a Castel Goffredo in provincia di Mantova per vendere libri e presentare il mio lavoro: La Falena. 

Complice la splendida giornata, probabilmente una estate di San Martino anticipata di qualche giorno, in piazza c’era pieno, soprattutto durante la mattinata. 

Verso le dieci ci sono state anche le celebrazioni delle forze armate, la giornata loro dedicata è tradizionalmente il quattro novembre. Si è tenuta la consueta sfilata con la banda cittadina e le bandiere rappresentative dei corpi dell’arma.

Il cibo di strada a disposizione oggi era il castagnaccio. Per chi non sapesse di cosa sto parlando si tratta di un dolce che si dice sia nato in toscana ma ormai fa parte della tradizione culinaria di tutta Italia. In provincia di Brescia è conosciuto con il nome di patùna, ma in toscana diventa la torta di neccio o toppone. È una torta fatta con farina di castagne, acqua, olio, pinoli e uvetta. Poi le varianti locali aggiungono arance, frutta secca e erbe aromatiche. Si tratta di un cibo povero per eccellenza, diffuso soprattutto nelle zone dove la castagna era parte fondamentale dell’alimentazione contadina. 

Presso il museo del mast era possibile visitare la mostra su don Aldo Moratti, figura storica, religiosa e educativa che ha esercitato il proprio ministero presso Castel Goffredo per quarant’anni. Se foste ancora interessati la mostra ad ingresso gratuito sarà ancora visitabile fino al 4 dicembre.

Così si è conclusa anche questa giornata di mercato di novembre, una edizione decisamente da ricordare. Vi aspetto alla prossima e nel frattempo buona lettura a tutti. 

Alice Tonini