Il mistero scomparso: Cold Case storici da riaprire nel gelo (il silenzio omicida del passo Dyatlov) 🏔

Lettori del mistero, gennaio è il mese in cui il gelo non è solo fisico, ma avvolge anche gli angoli più remoti della nostra Terra, sigillando enigmi irrisolti. Oggi ci concentriamo su uno dei cold cases più agghiaccianti del novecento, un evento che ancora oggi sfida la logica, la scienza e il comune buonsenso: l’incidente del Passo Dyatlov. Uno dei misteri che più mi affascina in assoluto, se avete letto il mio nuovo romanzo La Specie Perduta saprete che è ambientato in una futuristica Siberia ambientata da Yeti selvaggi, ma torniamo a noi.

Il 2 febbraio 1959, nove escursionisti sovietici esperti, guidati da Igor Dyatlov, morirono in circostanze impossibili sui Monti Urali, in Russia. Non fu una valanga, né si trattò di morte naturale. È stato un confronto con una forza ignota e incomprensibile.

I resoconti ufficiali impossibili e le prove ritrovate sul Kholat Syakhl (“Montagna della Morte”) creano un puzzle dove ogni pezzo non si incastra con gli altri. La tenda fu tagliata dall’interno, i nove esploraori fuggirono in preda al panico nella notte, a temperature di oltre –30 gradi, con abiti leggeri, inutili contro il gelo di quella notte. Le impronte indicavano che gli escursionisti avevano camminato lentamente, alcuni scalzi o in calzini, diretti verso il bosco, ma nessuno riuscì a fuggire di corsa.

Alcuni corpi presentavano fratture al cranio e costole schiacciate con una forza paragonabile a quella di un incidente d’auto. A Lyudmila Dubinina mancavano la lingua e gli occhi e presentava ferite che non evidenziavano danni ai tessuti molli esterni. L’inchiesta concluse che la morte fu causata da una “compelling unknown force” (una forza ignota e irresistibile).

Questo evento non può essere definito solo un fatto storico; ma va considerato tra gli archetipi della paura; eventi che mi mettono di fronte all’idea che esistano forze, o esseri, che sfidano la nostra comprensione. È un mistero che si lega indissolubilmente ai temi centrali della letteratura fantastica, come quelli che esploro nel mio lavoro. Pensate al titolo del mio libro, L’eco della specie perduta: il Passo Dyatlov è esattamente il luogo dove si può immaginare che possa risuonare quell’eco.

La natura delle ferite, la pressione, la mutilazione chirurgica, l’assenza di segni di lotta esterna, suggerisce che i nove escursionisti si siano imbattuti in qualcosa che non rientra nella nostra tassonomia: un esperimento militare segreto, un fenomeno infrasonico che li ha spinti a una follia collettiva, o forse una specie antica, rimasta nascosta nel gelo e disturbata dall’invasione umana. La loro fuga in uno stato di semi-nudità è una regressione dalla civiltà al primitivo, un’uscita di scena che nega la logica moderna e ci riporta al puro terrore atavico.

La montagna, in questo caso, è la custode di un segreto biologico o metafisico che l’uomo non è ancora pronto a decifrare. Il potere narrativo di questo mistero ha ovviamente contaminato la cultura popolare. Non sono l’unica ad avere tratto ispirazione da questo fatto misteroso, molti film e romanzi usano l’isolamento del gelo per amplificare l’orrore, pellicole come The Ritual (che trae spunto dalla mitologia del Nord) usano il trauma e il paesaggio boschivo per evocare la paura di un’entità ultraterrena o di un culto tribale. Serie TV come The Terror (basata sull’esplorazione artica) mostrano come la combinazione di freddo, isolamento e fame possa far crollare la mente umana, rendendola vulnerabile a ciò che è oltre il limite.

Il Passo Dyatlov è l’incubo di chiunque abbia mai cercato di indagare i segreti nascosti nel gelo: la possibilità è quella che il velo si squarci non per rivelare la verità, ma per mostrare una realtà troppo orribile per essere compresa. Dopo aver ripercorso questa storia, quale credi che sia stata la “specie perduta”, umana, militare o arcana, che ha reclamato le anime sul Kholat Syakhl? Io ho ipotizzato fossero yeti ma tu prova a condividere con me le tue ipotesi e alla prossima esplorazione misteriosa.

Alice Tonini

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  1. Avatar Gaia Zol
    Gaia Zol

    Fa accapponare la pelle.

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Passeggiate Autunnali tra Storia e Natura

Cari lettori del mistero, la vera magia non si nasconde solo nei grimori antichi o nelle rovine lontane. Spesso, essa pulsa nel cuore delle nostre città, camuffata da architettura banale o da un semplice parco. Per me, trovare la bellezza risiede nel cercare questi angoli dove la storia si intreccia con la scienza naturalistica.

Uno dei miei passatempi preferiti è camminare, non vagare, ma cercare. Cercare le tracce di ciò che c’era prima.

Perché questa ricerca è così profonda per me? Ci sono molti motivi, ma in questo momento adoro passeggiare e andarmene a zonzo senza meta perché camminare ha il colore della mia stagione preferita: l’Autunno. È in questo periodo che la natura celebra la sua trasformazione più spettacolare. Gli alberi non muoiono, ma si vestono d’oro, di rame e di scarlatto, in un ultimo, glorioso rituale cromatico. La luce si abbassa, le nebbie si alzano dai laghi e le giovani ombre della sera si allungano. È la stagione che ci ricorda che l’oscurità è necessaria per la rinascita, un tema che risuona con ogni mito di morte e resurrezione, da Demetra a Persefone. Non vi siete dimenticati dei misteri eleusini, vero? Scopri i Misteri di Eleusi: Magia e Sacralità #1

È in questa luce che trovo il mio luogo preferito in città a Brescia. Non è un monumento celebre, ma un punto dove la città sfuma nel selvaggio. Un angolo dove storia e leggenda si incontrano per dare vita al mistero che tanto mi affascina. Si può trattare di un’ala poco frequentata di un museo come quello di Santa Giulia, dei portici di piazza Vittoria o di un bar in piazzale Arnaldo.

Un’altro dei miei luoghi preferiti è sempre lungo le sponde del lago di Garda. Non parlo delle passerelle turistiche di Desenzano o Sirmione, ma di quegli angoli più tranquilli, dove il sentiero si fa fangoso e la vegetazione reclama il suo spazio, e credetemi qui sul garda ce ne sono a decine di posti così.

Qui, la passeggiata si trasforma in una meditazione in movimento, in una ricerca sul campo: osservo le forme di vita, le specie che prosperano nell’umidità, le sfumature di verde che resistono. Ogni tronco d’albero è un testo di botanica, ogni scia nell’acqua una lezione di zoologia silenziosa. Cerco i segni lasciati dalla storia. Magari un vecchio pontile eroso, i resti di una fondazione medievale che affiora con il basso livello dell’acqua, o l’eco di una leggenda lacustre. Gli spazi archeologici delle palafitte preistoriche, le ville dell’antica roma come quella di Desenzano o le strade panoramiche come quella della Forra.

Nelle nebbie autunnali che si alzano dal lago, è facile immaginare le antiche storie di Draghi (come il Tarantasio o il Lariosauro nel folklore lombardo) o di rituali sacri eseguiti dai popoli che per primi abitarono queste rive. Il paesaggio diventa un palinsesto, e io ne leggo gli strati nascosti. Magari non tutti sapete della leggenda delle sirene che secondo il folklore popolano i canneti lungo le rive, o la diceria che vuole il Santo Graal sepolto in una chiesa dimenticata. Oppure la storia della collina delle streghe.

Ecco, questo angolo meraviglie e misteri è il mio santuario personale. È il luogo dove la mia mente, nutrita dalla lettura e dall’esoterismo, può finalmente applicare la sua lente a ciò che è reale. È la prova che non dobbiamo cercare lontano per trovare il mistero; basta armarsi di occhi curiosi e attendere che l’autunno, la stagione dei segreti svelati e degli spiriti risvegliati, ci mostri l’ingresso.

E tu? Qual è l’angolo nascosto della tua città – naturale o costruito – che ti parla delle sue storie segrete?

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    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bello! Molto bello! Anche io amo passeggiare, sopratutto in solitudine. Non conosco storie e leggende dei posti che “passeggio” ma la mia testa ne costruisce a decine mentre vado, quando si rilassa dai problemi del vivere quotidiano. CIAO ALICE.

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Scopri i Misteri di Eleusi: Magia e Sacralità #1

Lettori del mistero il nostro viaggio alle radici della magia ci ha portato in una piccola città della Grecia semi sconosciuta ma molto misteriosa e affascinante, seguitemi.

Eleusi (in greco antico Elefsis), oggi, è poco più di un nome sbiadito su una mappa. Una piccola città che si affaccia sulla strada principale che collega Atene a Corinto, e viene rapidamente sorpassata. Gli autobus che sfrecciano dal Peloponneso e dal nord della Grecia non si fermano, e i passeggeri, distratti per un istante, notano solo le colonne infuocate di gas naturale, i fumi minacciosi delle grandi raffinerie che ne segnano il profilo. Chi arriva ad Atene in aereo non riesce a distinguerla nella cappa di smog che l’avvolge, giorno e notte.

Sono pochi i turisti che si avventurano in questa desolazione moderna, eppure, noi lettori del mistero, saremo tra quei pochi. Perché dietro la cortina di fumo e l’indifferenza, si nasconde un passato di inestimabile valore, e noi non vogliamo perdercelo.

Quando il mondo guardava alla Grecia per trovare cultura, saggezza e ispirazione, questo piccolo luogo, oggi senza rilievo, fu il simbolo più alto di civiltà. Il suo segreto era custodito gelosamente: un pozzo di conoscenza a cui tutti potevano accedere, ma a cui erano ammessi solo pochi, veri eletti. Non certo i ricchi o i potenti, ma solo i saggi erano iniziati ai famigerati Misteri Eleusini. E quella saggezza, allora come oggi, trascendeva la classe sociale e la nazionalità, promettendo ai suoi devoti una comprensione della vita e della morte che faceva impallidire ogni altra filosofia.

Felice il mortale che ha visto nell’oscuro regno delle ombre, perché il fato degli iniziati e quello dei profani non è lo stesso. Quei misteri dei quali nessuna lingua può dire; beato è solo colui che ha visto con i suoi occhi, perché dopo la vita il suo destino è diverso da quello degli altri. Omero

Quali che fossero i segreti impartiti a Eleusi, una cosa è certa: erano potenti, e chiunque osasse rivelarli era punito con la morte. Questo terrore sacro non faceva che accrescere il loro fascino e la loro autorità nel mondo antico, plasmando l’etica e la visione della vita di intere generazioni di Greci e Romani. Ventisei secoli dopo il tempo di Omero, persino il padre della psicologia analitica, Carl Gustav Jung, si chinò su questi misteri, arrivando a una conclusione illuminante: «L’uomo normale in qualche modo viene liberato dai suoi personali limiti e temporaneamente fornito di qualità soprannaturali. Tutto ciò può essere retto per un periodo di tempo abbastanza lungo e dare uno stile particolare alla vita intera; e un certo tono a tutta la società.»

È questa la chiave di lettura che interessa, a noi amanti della magia e del mistero. Eleusi non offriva solo un rito, ma un’esperienza trasformativa che andava oltre la semplice filosofia. Era una vera e propria iniziazione che prometteva di sbloccare il potenziale nascosto dell’individuo, elevandolo al di sopra della sua ordinaria esistenza. Un’energia, una “qualità soprannaturale,” che non solo influenzava la vita dell’iniziato, ma che si irradiava, dando un tono etico e spirituale a tutta la civiltà circostante.

I Misteri Eleusini fiorirono con maestosa potenza a partire dal VI secolo a.C., resistendo attraverso i secoli fino alla brutale distruzione del santuario, avvenuta per mano di invasori nel 395 d.C. e completata nel VII secolo dell’era cristiana. Come ogni grande culto che si rispetti, la sua origine affonda le radici in una leggenda primordiale, un racconto che l’oscurità della preistoria ha reso quasi indecifrabile.

Eleusi era onorata perché era il luogo dell’incontro, il punto di svolta, la terra in cui Demetra, la potente Dea dell’agricoltura, della fertilità e del matrimonio, simbolo della Terra stessa, si ricongiunse con la sua figlia perduta, Persefone (chiamata affettuosamente Kore, “la vergine,” dai Greci). Questa storia, narrata in uno dei più antichi Canti Omerici, è il cuore pulsante di Eleusi. Persefone, figlia di Demetra e del potente Zeus, attrasse lo sguardo bramoso dell’oscuro dio degli inferi, Ade, che la rapì, trascinandola nel suo gelido regno sotterraneo. Nessuno, nemmeno gli dei, osarono rivelare a Demetra l’orribile destino toccato alla sua unica figlia. Schiacciata dal dolore e dalla disperazione, Demetra non diede più alla terra i frutti che erano sua prerogativa: i campi divennero sterili, il mondo cadde in una carestia inarrestabile. Lasciò l’Olimpo, assumendo le umili sembianze di una vecchia, ed errò senza sosta, digiuna, per nove giorni e nove notti, cercando la sua Kore. Fu proprio presso Eleusi che l’oscura verità venne a galla. Elio, il dio del Sole che tutto vede, la informò del fato di Persefone.

Distrutta dalla notizia, Demetra si fermò a riposare, stanca e afflitta, presso un pozzo sacro. Lì, le figlie di una nobile famiglia di Eleusi la trovarono e, mosse a pietà, tentarono di consolarla, invitandola nella loro casa. La Dea acconsentì, e fu in quell’ospitalità umana che il suo dolore, benché immenso, fu mitigato. Furono l’ospitalità e le allegre facezie dei servi della famiglia a spezzare momentaneamente l’incantesimo del lutto della Dea. Questo luogo, questo pozzo, questo momento di tregua, divenne il seme da cui sarebbe fiorito il più grande dei misteri.

Il dolore di Demetra non le permise di accettare il vino offertole. Ruppe il suo sacro digiuno solo bevendo un’umile e potente pozione: l’acqua d’orzo aromatizzata con menta romana, la bevanda dei mietitori, nota come Ciceone. Questa bevanda, semplice ma rituale, sarebbe diventata il cuore dei Misteri Eleusini. Accettata nella casa, la Dea prese il ruolo di nutrice per il figlio maschio della famiglia. Notti intere, l’anziana Demetra compiva un rito oscuro e meraviglioso: ungeva il bambino con la divina ambrosia e, celandolo nel buio, lo poneva al centro del focolare ardente per tentare di renderlo immortale. Alla scoperta di questo rituale notturno, la madre del piccolo rimase orripilata. Non comprendendo il dono che le veniva offerto, rimproverò la vecchia. Demetra, furiosa per l’interruzione della sua magia e per l’affronto, rivelò la sua vera, maestosa identità. Per riconquistare il suo favore, ordinò alla famiglia di costruire immediatamente un grande tempio.

Intanto, a causa del suo lutto e della negligenza divina, le messi erano misere e la carestia mortale imperversava sul mondo. La disperazione sulla Terra costrinse Zeus a intervenire. Il re degli dei fu costretto a cedere all’ira di Demetra e persuase Ade a restituire la giovane che aveva rapito. Persefone fu finalmente libera di risalire nel mondo della luce, ma il suo destino era ormai segnato. In un momento di distrazione o forse per un involontario sortilegio, mangiò i semi del melograno, il frutto tradizionalmente associato al cibo dei morti e al patto con il regno sotterraneo. Fu così che, per l’eternità, Persefone fu obbligata a fare ritorno nel regno delle tenebre per un terzo di ogni anno. Demetra e Persefone, sebbene felicemente riunite, si rassegnarono all’inevitabile distacco annuale. In segno di perdono e gratitudine, e per dare conforto all’umanità di fronte alla caducità della vita, insegnarono i loro Misteri alla gente di Eleusi.

Il mito, nella sua essenza più pura, è una chiara allegoria delle stagioni e del ciclo di rinascita primaverile che segue i tre mesi invernali. Demetra è la terra fertile in lutto, Persefone il seme che scompare sotto terra per poi risorgere. Ma per gli iniziati, l’insegnamento di Eleusi andava oltre la semplice agronomia. Rivelava la promessa che, come il seme scende nell’oscurità per risorgere a nuova vita, così l’anima dell’uomo, dopo la morte, era destinata a una felice esistenza ultraterrena. Era la chiave per guardare il buio senza paura, sapendo che l’ultima parola non era la fine, ma la rinascita.

Come accade per i miti più antichi e potenti, la storia di Demetra e Persefone non è una storia unica, ma un caleidoscopio di significati, interpretata in modi sorprendenti, a volte inquietanti. Questa è la vera ricchezza dei Misteri: la loro capacità di parlare a diverse epoche. Alcuni studiosi riportano la storia alle sue radici più antiche. Patrick Anderson, nel suo Sorriso di Apollo, cita l’ipotesi di Robert Graves, che vede Demetra nascere direttamente dal rito della fertilità stessa, un’incarnazione primordiale della potenza generatrice della Terra. Questa relazione unica tra Madre Terra e Figlia Vergine non poteva non affascinare chi scandaglia l’animo umano. Lo psichiatra Carl Jung si interessò profondamente a questa dinamica, vedendo nel legame e nel distacco tra le due Dee un archetipo potente, forse la chiave per comprendere la psiche femminile e il ciclo di perdita e rigenerazione interiore. Ma vi sono interpretazioni che conducono il mito in territori molto più oscuro e inquietante.

Eric Whelpton, in Grecia e le Isole, avanza una suggestiva e controversa ipotesi: i Misteri Eleusini sarebbero stati l’origine dei culti satanici. La ragione? Gli dèi venerati non erano solo Demetra e Persefone, ma anche Ade (Plutone per i Romani), il dio del mondo sotterraneo. Per Whelpton, il culto segreto onorava in realtà le divinità ctonie, le forze oscure e abissali che governavano la morte. Infine, c’è chi eleva il mito a una complessa allegoria spirituale. Philip Sherrard, ne La ricerca della Grecia, offre una lettura profonda: Demetra non è solo la terra, ma l’Intelletto puro; Persefone è l’Anima; e Plutone (Ade) rappresenta la Materialità, il corpo e il mondo fisico con il quale l’Anima deve inevitabilmente fondersi, scendendo nell’oscurità prima di poter risalire. Queste interpretazioni ci dicono che, qualunque fosse il segreto sussurrato a Eleusi, non riguardava solo i raccolti. Riguardava la vita, la morte e la resurrezione dell’anima umana, il viaggio che tutti noi intraprendiamo quando ci avventuriamo nel nostro “mondo sotterraneo” personale.

Qualunque sia la verità esoterica celata, Demetra – il cui nome deriva dai termini antichi De (terra) e Meter (madre) – rimaneva la dea più “simpatica” e popolare dell’Olimpo, capace di conquistare i cuori delle persone comuni. Il suo culto non era elitario in senso stretto, ma essenziale per la società. Nel II secolo d.C., lo scrittore e geografo Pausania riassumeva l’importanza del culto in modo inequivocabile: esistevano solo due cose in tutta la Grecia «Che facevano classe a sé: i giochi di Olimpia e i Misteri Eleusini.»

Questo culto aveva un impatto che trascendeva la religione. Il grande oratore romano Cicerone (106-43 a.C.) commentò: «Niente è più alto di questi misteri. Loro hanno addolcito i nostri caratteri e addomesticato i nostri costumi, portandoci dalla condizione selvaggia a una situazione di vera umanità. Insegnandoci non solo a vivere gioiosamente ma anche a morire con speranza.»

La morte è il tema che ha preoccupato ogni individuo e ogni società nel corso della storia. Gli antichi Greci credevano che fosse essenziale venire a patti con essa, trovando il modo di non averne paura. Non temere la morte era uno stato di grazia, una garanzia da raggiungere. Chi ci arrivava faceva parte di una vera e propria élite: era sicuro di sé, non assorbito da preoccupazioni banali e, di conseguenza, veramente libero. Il compito principale dei Misteri Eleusini era proprio quello di far raggiungere questo felice stato. Aristotele capì il meccanismo profondo del culto: disse che non si andava ad Eleusi per imparare (dottrine) ma per sperimentare alcune emozioni e per trovare una forma mentale aperta. Aristofane aggiungeva, con un tocco di orgoglio per gli iniziati: «È solo a noi uomini iniziati, che ci comportiamo correttamente con l’amico e con lo straniero, che il sole continua a brillare anche dopo la morte.»

All’inizio, i Misteri erano un culto puramente locale, ma con il crescente potere di Atene (che si trovava a soli 25 km a sud), Eleusi si fuse con la potenza della città stato, evolvendo in un culto panellenico.Il percorso di iniziazione era diviso in due fasi distinte: I piccoli misteri: Avevano luogo in primavera, nel santuario secondario di Agra, lungo il fiume Ilisso. Simbolicamente, rappresentavano la purificazione e la preparazione. Degli oggetti sacri venivano portati in questo paese annualmente, per poi essere ricondotti a Eleusi con una processione solenne. I grandi misteri: La fase culminante, tenuta in autunno.

Nonostante l’enorme influenza ateniese, gli incarichi più importanti e più vicini al segreto, come quello di Sommo Sacerdote, portatore di torcia e messaggero, erano sempre svolti dagli Eleusini stessi, a garanzia che il potere mistico e la conoscenza restassero ancorati alla loro terra sacra.

L’influenza dei Misteri Eleusini era così vasta che, nel II secolo a.C., in un atto di straordinaria deferenza, per la prima volta furono ammessi i Romani. Fu un riconoscimento non di forza, ma di civiltà: dopo che Roma ebbe sconfitto i pirati, gli Elleni, in segno di gratitudine, si offrirono di iniziare chiunque lo desiderasse.

Col tempo, anche il culto estatico e orgiastico di Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza, si fuse con l’austera Demetra, celebrando i suoi riti nel tempio della Dea. Si mescolarono temi orfici e pitagorici, ma il cuore dei Misteri mantenne le sue caratteristiche essenziali: un rituale simbolico destinato ad aprire l’occhio interiore dell’uomo, esaltando le sue doti percettive per fargli conquistare un livello più alto e più profondo di realtà.

Gli studiosi concordano: sul nucleo dei misteri si sa ben poco. Gli iniziati giuravano di non rivelare i segreti e si dice che le loro labbra fossero sigillate da una chiave d’oro in segno della promessa infrangibile. Persino Socrate si dice abbia rifiutato l’iniziazione perché non avrebbe potuto parlarne, sottraendosi al peso del segreto.Tuttavia, brandelli di verità possono essere ricostruiti come tessere di un mosaico mistico: dalla poesia, dai frammenti di canti, dai bassorilievi e dalle pitture su vasi (molti dei quali si credeva fossero la riproduzione di scene viste all’interno del tempio), in un’epoca in cui Eleusi era celebrata come il santuario del mondo intero.

I grandi misteri si celebravano tra la metà di settembre e la fine di ottobre, il momento sacro che precede la semina, approssimativamente nel segno zodiacale della Vergine, di cui Persefone (la vergine che porta il grano) è la personificazione divina. Le guide, gli spondofori, offrivano un salvacondotto a chiunque volesse partecipare, ignorando le guerre in corso. Ma non tutti potevano entrare: Barbari, assassini e donne immorali erano banditi. Tuttavia, come nota Francois Lenormant in Magia Caldea (senza citare le fonti) bastava la compiacenza di un mistagogo non troppo scrupoloso per introdurli, una falla che rivela quanto il desiderio di iniziazione fosse forte. Anche i maghi erano esclusi, così come molti aspiranti nobili, come l’imperatore Nerone, che pure aveva acquisito fama in altri campi. La ragione di queste esclusioni la troviamo in una frase di Platone, che ci riporta al vero cuore del mistero: “Colui che non è ispirato, e che non ha un tocco di follia nella sua anima, arriva alla porta e pensa che sarà ammesso al tempio per merito della sua arte, ebbene, lui e la sua arte, non saranno accettati.”

L’accesso non era per i calcolatori, ma per coloro che erano toccati da un soffio di follia divina. Prima di accedere al sacro, era necessaria una purificazione profonda. I candidati dovevano rinunciare al pesce (simbolo di fecondità) ed evitare anche galline, fagioli, melograni e mele. I sacerdoti, custodi del segreto, avevano l’obbligo di castità e dovevano evitare il contatto con i morti e con animali impuri come le donnole. Il sacerdote, scelto a sorte, indossava un manto viola di dignità regale. Se sposato, doveva rimanere casto, una condizione facilitata dall’assunzione di una piccola dose di cicuta, nota per inibire il desiderio. Al momento dell’investitura, il sacerdote assumeva un nuovo nome e scriveva il vecchio su una tavoletta di piombo che veniva gettata nella baia vicina: un atto simbolico di rinuncia al proprio sé mondano.

A emulazione del girovagare senza meta di Demetra, le cerimonie preliminari duravano nove giorni e iniziavano ad Atene, fuori dalla casa della dea: l’Eleusinium. I partecipanti si riunivano e venivano letti i nomi degli iniziati. Il giorno seguente, ogni iniziato prendeva in custodia un piccolo maiale. Al grido “Al mare, oh mistici!” partivano per un viaggio verso la spiaggia, dove lavavano ritualmente sé stessi e l’animale. W. A. Wigram, in Viaggi Ellenici, racconta che non si trattava di una processione ordinata, teorizzando che questo viaggio fosse un momento piacevole e di evasione prima delle esperienze più forti. I maiali venivano poi sacrificati e i loro guardiani cosparsi del sangue purificatore.

Il mattino seguente, all’alba, iniziava la marcia di dodici chilometri verso Eleusi: la processione era detta Iacco, dal grido che i partecipanti facevano ripetutamente. Nonostante la fatica, la marcia era un’esplosione di gioia e libertà. C’erano soste nei templi lungo la Via Sacra dove si cantava, si ballava e si consacravano oggetti di culto. I pellegrini si lanciavano in scherzi grevi e motteggi grossolani, in una sorta di liberazione catartica, sulla falsa riga delle facezie della servitù che avevano alleviato il dolore della Dea. A Rethoi si fermavano a casa della famiglia Krokonidai, che aveva il privilegio sacro di mettere fasce color zafferano contro il malocchio al polso e alla caviglia destra di tutti i pellegrini. Infine, sul ponte del fiume Kepisso, bizzarri giochi e motteggi eseguiti da una donna e un uomo travestito da donna fornivano un ultimo, divertente diversivo. Il sipario era pronto per alzarsi. I pellegrini erano giunti a Eleusi, purificati e aperti alla Follia Ispirata. Tutto era pronto per l’esperienza che avrebbe infranto la paura della morte.

Quando i pellegrini giungevano finalmente a Eleusi, le tenebre erano già calate, avvolgendo il santuario in un manto di mistero. Qui iniziava la Notte delle Torce, un rito che trasformava la spiaggia in uno scenario arcano. Sotto la luna, gli iniziandi si impegnavano in danze frenetiche e turbinose attorno al pozzo sacro, accompagnati dal suono penetrante dell’aulos (un oboe primitivo) e dal tintinnio dei cembali. Emulando nuovamente il girovagare disperato di Demetra alla ricerca di sua figlia, gli iniziandi vagavano incessantemente lungo la spiaggia. Le loro torce illuminavano l’oscurità come mille lucciole impazzite, un’allucinazione luminosa che durava l’intera notte.

Il digiuno, simbolo del lutto della Dea, si chiudeva in modo rituale. Lo storico romano Clemente di Alessandria ci dice che il momento era segnato dalla bevanda di Demetra, il Ciceone (acqua d’orzo), e da un sontuoso pasto di focacce, pasticci e torte bitorzolute con sale, melograni, germogli di fico, grandi finocchi, torte di formaggio e mele cotogne. Era un banchetto che celebrava la fertilità, la fine del dolore e la promessa di abbondanza.

Dopo una notte tanto carica di baldoria, misticismo e digiuno, la folla si radunava con una tensione palpabile davanti all’immensa sala interna, l’unica struttura che poteva ospitare migliaia di persone. A questo punto, il destino si manifestava: la folla si divideva in due gruppi. C’era chi doveva attendere un altro anno per l’iniziazione e chi riceveva la parola d’ordine per l’ammissione immediata. I criteri di questa scelta non sono chiari: chi erano gli eletti e chi i rimandati? Gli studiosi concordano sull’importanza cruciale della parola d’ordine. In almeno un caso documentato, chi tentò di entrare senza di essa fu messo a morte, il segreto era un affare di vita o di morte.

E delle cerimonie che seguivano, cosa sappiamo? Quasi nulla. Clemente di Alessandria, tendendo a vedere i misteri come una forma di ateismo pagano, non offre dettagli. In questo risiede la vera magia: il cuore dell’iniziazione era un segreto custodito gelosamente. Molti studiosi concordano che l’esperienza non fosse basata sull’insegnamento di dottrine rigide, bensì su un’intensa esperienza soggettiva e sensoriale, probabilmente unica per ciascun individuo. Un momento di illuminazione, una visione che si apriva nell’oscurità interiore, promettendo di dissolvere per sempre la paura della morte.

Il mistero di Eleusi non è in ciò che è stato scritto, ma in ciò che è stato visto e sentito, un segreto che ancora oggi pulsa, in attesa di essere riscoperto nel silenzio delle rovine.

Qui cessa l’insegnamento, e viene il momento delle cose, della natura. Clemente di Alessandria

Alice Tonini

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Incantesimi e Testi: La Magia nell’Antichità

Lettori dell’ignoto, la nostra barca è appena approdata al porto del Pireo. Ci riposeremo un paio di giorni prima di riprendere il viaggio verso la nostra prossima tappa. Andiamo a sederci su di una panchina e ricapitoliamo alcune tappe del viaggio che ci ha portato fino a qui.

C’è un momento, prima che le divinità avessero nomi definitivi e prima che i filosofi stabilissero le loro leggi, in cui il confine tra la parola e l’azione, tra il mondo fisico e l’invisibile, era sottile come la polvere.Vogliamo iniziare un viaggio a ritroso. Non attraverso continenti o epoche, ma attraverso la memoria scritta dell’umanità. Con il nostro viaggio vogliamo trovare il punto esatto in cui l’uomo ha provato a forzare la realtà usando solo le parole. In altre parole: dove inizia la Magia nei testi che ci sono giunti?

Se pensate alla magia, quella vera, come a globi di luce e bacchette, vi sbagliate. Harry Potter ci ha portato parecchio fuori strada. Le prime manifestazioni scritte della magia sono molto più inquietanti e pratiche. Dobbiamo scendere nelle terre fangose e polverose della Mesopotamia, circa quattromila anni fa.

Qui, sulle tavolette d’argilla cuneiforme, troviamo la prima forma di quello che potremmo definire “un incantesimo”. I testi sumeri e accadici, spesso catalogati come esortazioni medico-magiche, erano tentativi di invocare l’aiuto delle divinità o, più spesso, di allontanare le forze negative. Ve lo ricordate l’articolo? La medicina nell’antica mesopotamia: tra unguenti, magia, streghe e stregoni., Carpire i segreti del futuro: l’antica Mesopotamia e la divinazione..

Non erano fantasie. Erano istruzioni. Immaginate: la notte cala sulla città, qualcuno è malato, e l’unica difesa è un testo recitato, un rituale preciso. La malattia non era un virus, ma un demone o uno spirito ostile da scacciare. L’incantesimo era un processo legale e cosmico: stabilire chi ha la colpa, invocare l’autorità superiore e costringere la forza maligna ad andarsene. La formula scritta diventava un’arma legale contro il caos. Il potere del testo era assoluto. Se vi siete persi qualcosa vi lascio il link. Scopriamo insieme le prime storie di fantasmi: torniamo nell’antica mesopotamia, Facciamo la conoscenza dei primi maghi della storia tra esorcismi, magie curative e stregoneria.

Il nostro viaggio ci ha portato poi lungo il Nilo, in Egitto. Se la magia mesopotamica era di protezione e guarigione, quella egizia era di trasformazione e viaggio. Il Libro dei Morti (in realtà, il Libro per uscire al giorno) non è un’unica opera, ma una raccolta di formule e incantesimi che venivano posti nelle tombe. Il loro scopo era dare al defunto le “chiavi” per navigare i pericoli dell’Aldilà.Questi rotoli sono l’apice della letteratura magica antica.

Contengono istruzioni precise su come: • Pronunciare il nome segreto di una divinità (e così ottenere potere su di essa). • Trasformarsi in animali sacri (un falco, un serpente). • Superare il Giudizio di Osiride negando di aver commesso peccati specifici (la “Confessione Negativa”).

Il fascino inquietante sta nel fatto che la parola scritta non era solo un ricordo, ma una funzione. Il rotolo, una volta posizionato, funzionava. Era una polizza assicurativa magica per l’eternità. Qui vi lascio i link agli articoli. Sfogliamo i segreti del Libro dei morti degli antichi Egizi, La magia nell’antico Egitto: tra incantesimi di magia nera, legamenti d’amore e religione.

Con la civiltà greco-romana, il concetto di magia inizia a dividersi in modo più netto. Nasce la distinzione tra: • Magia Alta (Theurgia): l’interazione con gli spiriti superiori per raggiungere la conoscenza divina (pensate a Platone, che accenna a pratiche rituali). • Magia Bassa (Goetia): l’uso di incantesimi per scopi materiali, spesso per amore, vendetta o guadagno.

Per trovare le prove di questa “magia bassa” dobbiamo cercare documenti proibiti: i Papiri Magici Greci (PGM). Scoperti in Egitto (che è stato un crocevia culturale perenne), questi papiri sono ricettari veri e propri, pieni di istruzioni dettagliate per: • Creare filtri d’amore (spesso macabri). • Invocare demoni per consultare gli oracoli. • Lanciare maledizioni (i defixiones). La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀

Questi testi, a differenza delle solenni formule egizie, sono sporchi, frettolosi e pieni di un potere immediato e pericoloso. Sono la prima vera documentazione del mistero del male minore che l’uomo desidera compiere.

E il nostro viaggio continua…Queste prime tappe – la Mesopotamia della protezione, l’Egitto della trasformazione e la Grecia/Roma della coercizione – ci mostrano che la magia, prima di essere un genere letterario, era la letteratura stessa: il tentativo più audace e primordiale di usare il linguaggio per manipolare la realtà. Gli scritti non erano storie sulla magia, ma erano oggetti magici essi stessi.

Mentre chiudiamo gli occhi su queste antiche tavolette e papiri, una domanda inquietante permane: quanto del nostro moderno linguaggio — le nostre preghiere, i nostri giuramenti, i nostri meme di auto-aiuto — conserva ancora quel potere magico primordiale?

Una risposta a “Incantesimi e Testi: La Magia nell’Antichità”

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    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Come sempre brava. Questo mi è piaciuto particolarmente perché riassuntivo. Si, io leggo i tuoi articoli da cima a fondo ma un po’ “mi sfuggono”per cui un riassunto ben fatto è per me prezioso. Grazie! Ciao!

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Delo #2: Storia e Miti dell’Isola Sacra di Apollo🏛️

Cari lettori dell’ignoto il nostro viaggio continua. Il battello che ogni giorno salpa da Mykonos e attracca a Delo ci offre il tempo necessario per esplorare le antiche rovine, il museo e per concederci il rito di uno spuntino. Chi di voi desidera restare può farlo, anche se le notti sull’isola non offrono molte distrazioni. Sarà forse opportuno portarsi un buon libro, o prepararsi a perdersi in un silenzio che sembra custodire segreti.

La visita inizia dalla piazza che si apre accanto al porto: l’antica agorà. Da qui, parte la strada che un tempo conduceva al tempio di Apollo, un vero e proprio corridoio di marmo fiancheggiato da portici e statue su piedistalli. Alla sua sinistra, ancora oggi, si ergono i resti di un immenso edificio con sedici colonne doriche, dedicate ad Apollo nel IV secolo a.C. da Filippo di Macedonia, padre di Alessandro Magno. Era usanza comune per regnanti e stati potenti dedicare statue ed edifici al dio. In questo santuario si trova ancora il piedistallo di una statua colossale di Apollo, dedicata dai fedeli della ricca isola di Nasso nell’VIII secolo a.C. La statua, ormai a pezzi, si trova oggi in un altro santuario, più a ovest, consacrato ad Artemide. Si ha quasi la sensazione che le divinità non abbiano mai davvero abbandonato questi luoghi, ma che il loro potere, seppur invisibile, aleggi ancora tra i resti di marmo e le colonne spezzate.

A Delo si ergono, solenni, solo due templi dedicati ad Artemide. Il culto di Diana andava lentamente svanendo, man mano che saliva alla ribalta il sole di Apollo, simbolo dell’età d’oro e della vitalità intellettuale della Grecia. Eppure, i Greci furono abbastanza saggi da non dimenticare mai i loro dèi più antichi, quelli legati alla terra e ai suoi segreti più profondi. Nel museo si può ammirare una bellissima statua di Artemide, con il ginocchio che poggia lievemente sulla schiena di un cervo, oggi senza testa.

Tre templi dedicati ad Apollo sono stati riportati alla luce e l’intera area è stata ribattezzata Santuario di Apollo. Vi si accede salendo quattro gradini di marmo bianco, che immettono nel propileo, l’ingresso del II secolo a.C. Il primo tempio, il più grande, fu dedicato al dio dagli abitanti stessi di Delo, ma rimase incompiuto. La sua costruzione iniziò nel 476 a.C. ma fu sospesa quando gli Ateniesi si impossessarono del tesoro dell’isola. Quando nel 314 a.C. Delo ottenne l’indipendenza, i lavori ripresero solo per un breve periodo. I Macedoni giunsero nel 322 a.C. e nel 166 a.C. i Romani restituirono il controllo di Delo ad Atene. Ma il destino dell’isola era segnato: nell’88 a.C., Menofane, un generale di Mitridate VI del Ponto, la saccheggiò.

Il secondo tempio, dedicato ad Apollo dagli Ateniesi, è di stile dorico ed è stato costruito con marmo bianco portato da Atene nel IV secolo a.C. Il terzo e più antico dei templi, risalente al tardo VI secolo, è fatto di pietra porosa e un tempo ospitava una statua oggetto di culto.

A ovest del secondo tempio si trova un tempietto ad Artemide. Ma a est, si erge il monumento più curioso dell’isola: il santuario dei tori, chiamato così per le due statue taurine che lo adornano. Un tempo era considerato l’ottava meraviglia del mondo. Era qui che si svolgeva la danza delle gru, o Geranos, una danza che Teseo eseguì per la prima volta tornando vittorioso dopo aver sconfitto il Minotauro. Un rito complicatissimo e misterioso, che fu perpetuato attorno a un altare che, si dice, il dio Apollo stesso avesse costruito con le corna sinistre delle capre uccise dalla dea Artemide. Una danza menzionata più volte nelle antiche scritture. Il poeta Callimaco, ad esempio, racconta di giovani uomini con le mani legate dietro la schiena che, imitando un attacco all’altare di corna, giravano attorno all’olivo sacro e ne mordevano la corteccia. E commenta che «lo avevano inventato le ninfe di Delo per divertire e far giocare il giovane Apollo».

La gru, o la cicogna, proprio come l’ibis per gli Egizi, era un animale sacro a molti popoli antichi, simbolo di Thot o di Ermes. I Tessali, per esempio, consideravano un vero e proprio delitto la sua uccisione. Fin dai tempi più remoti, la gru era associata alla gestazione. È dunque lecito pensare che la danza delle gru potesse avere un qualche legame con la nascita di Apollo e Artemide.

L’altare di corna si trovava a nord, al termine di uno stretto passaggio che circondava la sala pavimentata. Si suppone che questo fosse anche il luogo dell’oracolo di Apollo, la cui esistenza a Delo è accertata. Platone racconta una storia curiosa: una volta, gli abitanti di Delo vennero a sapere dal loro oracolo che, per liberarsi da una pestilenza, avrebbero dovuto raddoppiare la grandezza dell’altare, pur conservandone la forma. Un modo, commenta Platone, per ricordare loro la geometria che stavano dimenticando.

Le statue più famose di Delo sono, probabilmente, gli stupendi leoni donati al tempio dalla ricca isola di Nasso. Queste figure maestose poggiano su oblunghi piedistalli, a guardia del luogo sacro, ormai prosciugato. Da una sorgente in cima al monte Cinto nasceva l’Inopo, un fiume che un tempo riempiva il lago, già menzionato in scritti del VI secolo a.C. Fiume e lago si prosciugarono però definitivamente nel 1925. Secondo le fonti, il lago era il vero luogo di nascita dei gemelli divini. Al suo centro, una palma era l’albero a cui Leto si aggrappò durante le doglie, nel momento in cui diede alla luce Apollo e Artemide. Plutarco ricorda che nel 417 a.C., una grande palma di bronzo dominava l’ingresso del santuario di Apollo.

A sud del recinto del santuario, si trova una serie di piccole strutture, le tombe delle vergini Iperboree, un ‘popolo misterioso che sta al di là del vento del nord’. Secondo Erodoto, giunsero a Delo per aiutare Leto a partorire i suoi due figli divini e vi rimasero come sacerdotesse. Per un certo periodo, i devoti salivano i gradini che portavano a queste tombe per offrire ciocche di capelli e altri sacrifici, in un rito che oggi possiamo solo immaginare.

I riferimenti agli Iperborei sono sparsi in tutta la letteratura greca. Si pensa che il ‘tempio alato degli Iperborei’, citato da Erodoto, si trovi a Callanish in Scozia. Ma c’è di più: il nome stesso, in macedone e in altre lingue nordiche, significa ‘coloro che portano oltre’, suggerendo un legame con mondi lontani e sconosciuti.

Delo è ricca di altari dedicati a diverse divinità. Dioniso, ad esempio, è presente sia nella Casa dei Delfini (il delfino è uno dei suoi simboli) che nella Casa delle Maschere. Nelle abitazioni private si possono ancora ammirare mosaici stupendi. Uno ritrae Dioniso seduto a cavallo di una pantera, con un tamburello in una mano e il tirso nell’altra (un bastone con una pigna in cima, ornato da spirali di foglie d’edera). Un altro, invece, riproduce deliziosi delfini che saltano fuori dall’acqua. Tutti questi reperti, risalenti ai periodi ellenistico e romano, si trovano nell’area denominata il Quartiere del Teatro.

Nel tentativo di diminuire l’importanza di Rodi, attorno al II secolo a.C., i Romani dichiararono Delo porto franco. Questa decisione attirò mercanti, commercianti e viaggiatori da ogni parte del mondo, in particolare da Fenicia, Palestina, Egitto, Siria e Italia. Molti portarono con sé le loro religioni, le cui tracce sono visibili ancora oggi.

Tra i resti più importanti, troviamo i ruderi del tempio di Iside. Secondo Erodoto, i Greci identificavano questa dea egizia con Demetra, poiché era stata Iside a insegnare agli Egizi l’uso del grano e dell’orzo. Le colonne del suo tempio sono ancora in piedi sul versante occidentale del monte Cinto, dove si trova anche una statua senza testa della dea, che Plutarco cita così: ‘Io sono tutto quel che è stato, è o sarà; nessun mortale ha mai alzato il mio velo.’ Iside, simbolo di tutte le dee (Demetra, Artemide, Cibele, Persefone), e i suoi misteri divennero un culto vitale durante i periodi ellenistico e romano, arrivando a rivaleggiare con l’ascesa del cristianesimo. Nonostante i Greci non amassero l’intrusione di divinità straniere, il culto di Iside fu assorbito attorno al IV secolo a.C., tanto che un tempio in suo onore venne eretto ai piedi dell’acropoli.

In quanto dea della terra e dei suoi frutti, del mare, del mondo sotterraneo, dell’amore, della medicina, della luna e della magia, Iside aveva qualcosa da offrire a chiunque. Per questo i suoi fedeli, attraverso i misteri del culto, potevano ricevere il grande dono dell’immortalità. In quanto madre di Horo, il dio sole, era vista dai Greci come un parallelo del dio Apollo, per cui un tempio in suo onore a Delo era particolarmente appropriato. Secondo L’Enciclopedia della religione e dell’etica, nel tempio di Iside si celebravano due funzioni giornaliere: la prima all’alba, quando il sacerdote svegliava la dea ed eseguiva alcuni riti sacri, e la seconda nel pomeriggio. In quest’ultimo rito, il sacerdote sollevava un vaso d’acqua consacrata, che i fedeli veneravano come il principio di tutte le cose.

La storia di Delo nei periodi post-cristiani assomiglia a quella di molti altri luoghi del Mediterraneo. Quando l’influenza romana declinò, l’isola fu presa d’assalto da invasori e pirati, che la saccheggiarono e la devastarono a tal punto da non lasciare più nulla da prendere. Dall’VIII secolo, l’isola divenne silenziosa e deserta, e così è rimasta fino a oggi, se si escludono gli archeologi e i pochi visitatori. Ma per chi cerca la magia, gli antichi dèi non sono mai lontani. Salire sul monte Cinto in una notte di luna piena significa andare oltre il tempo, e ritrovarsi, per un attimo, in loro presenza.

E così, tra le rovine di templi dimenticati e le pietre consumate dal sole, Delo continua a custodire i suoi segreti. Ogni passo tra le vestigia di un passato glorioso è un viaggio non solo nella storia, ma anche nel cuore del mito. Qui, dove il tempo si è fermato e il vento trasporta ancora gli echi di antichi rituali e danze sacre, la magia non è un semplice racconto, ma una presenza silenziosa e potente che attende solo di essere avvertita. Delo ci ricorda che ci sono luoghi in cui la realtà e la leggenda si fondono, e che a volte, per ritrovare l’incanto, basta solo imparare a guardare al di là di ciò che i nostri occhi possono vedere. È ora di ripartire, prendiamo il traghetto e torniamo sulla terraferma.

Alice Tonini

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