Medea: il sangue dell’8 marzo e il potere dell’oscurità 💐

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, mentre il mondo si perde in celebrazioni di facciata, noi oggi scendiamo negli abissi. Dimenticate la retorica della “donna fragile”. Oggi parliamo di Medea, la nipote del Sole che ha trasformato il tradimento in un olocausto privato. Euripide ce la consegnò nel 431 a.C., e da allora non abbiamo ancora smesso di tremare davanti alla sua maschera.

Tutti conoscono Giasone e il Vello d’Oro. Ma la verità è che Giasone era un mediocre travestito da mito. Senza le arti farmaceutiche di Medea, senza che lei addormentasse i draghi e assassinasse il proprio fratello per garantirgli la fuga, l’eroe sarebbe solo un cadavere dimenticato in Colchide. Ma la gratitudine degli uomini è breve.

A Corinto, Giasone decide di scalare la gerarchia sociale e ripudia la sua “barbara” per sposare Creusa, la figlia del re. Lo fa con una razionalità viscida e smidollata, spacciando il tradimento per un “piano prudente” per il futuro dei figli. In un mondo di uomini, Medea lancia la sfida definitiva. Dice alle donne del coro di Corinto che preferirebbe scendere in battaglia tre volte piuttosto che partorire una sola. Non è solo una protesta: è la rivendicazione di un’anima che rifiuta il ruolo di vittima passiva. Quando Giasone le toglie tutto (lo status, il letto, il futuro) Medea smette di piangere e inizia a tramare.

Il suo regalo alla principessa Creusa è una corona che brucia la carne e un abito che si fa veleno. Ma non le basta. Per distruggere Giasone, Medea deve recidere il legame finale: i loro figli. Non è follia. È una scelta. Mentre ascoltiamo il suo monologo, divisa tra l’amore materno e la sete di vendetta, capiamo che Medea sta compiendo un rito di purificazione di sangue. Uccide il futuro di Giasone per riappropriarsi del proprio potere ancestrale.

Alla fine, non c’è prigione né tribunale: se ne va su un carro trainato da draghi, volando verso il Sole, lasciando dietro di sé solo cenere e silenzio. In fondo, Medea ci pone una domanda terribile: cosa succede quando una donna decide di non subire più il proprio destino e di diventarne la carnefice?

Questo è lo stesso tipo di abisso che esploro nel mio romanzo, “Il Richiamo”. Nel libro, Antonio scopre che il paranormale non è solo apparizioni e poltergeist, ma una forza sotterranea che richiede sacrifici estremi. Proprio come Medea affronta l’orrore delle proprie azioni per distruggere un mondo corrotto, Antonio deve decidere se resistere al richiamo di un potere oscuro o abbracciarlo per difendere ciò che ama.

Perché i veri demoni non vengono dall’esterno, ma dal sangue che scorre nelle nostre vene. Fatemi sapere cosa pensate di Medea e della sua storia qui sotto nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

2 risposte a “Medea: il sangue dell’8 marzo e il potere dell’oscurità 💐”

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    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Sempre piaciuta questa tragedia! Mai piaciuto Giasone, anche perché se non fosse per la vendetta di Medea nessuno saprebbe della sua inutile esistenza. L’ 8 marzo è il giorno ideale per ricordare la forza, il tormento, la rabbia di questa donna, e come Medea di migliaia di donne.

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      Grazie per aver condiviso la tua riflessione con noi 👍

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Oltre il velo: il terrore che rendeva immortali (Eleusi #2) 🏛

Lettori dell’ignoto, fermatevi. Guardatevi le mani e soffermatevi sul battito del vostro cuore: siete certi che ciò che chiamiamo vita non sia solo un lungo sonno prima del nulla? Ad Eleusi, a pochi passi dalle raffinerie moderne giacciono resti di templi che hanno visto uomini entrare tremanti come schiavi ed uscire fieri come divinità. Non entravano per pregare, andavano li per morire prima di morire. Se pensate che i misteri eleusini siano solo un capitolo di storia greca, vi state illudento. Sono lo specchio di tutto ciò che abbiamo dimenticato sul potere della paura.

Ci soffermeremo ancora per poco tra le sue rovine e le sue magie ma vale la pena riflettere ancora brevemente sul mistero che l’uomo cerca di indagare da millenni: quello del velo che separa la quotidianità e la verità assoluta della vita dopo la morte.

Per quasi due millenni, quel confine ha avuto un luogo: Eleusi. Mentre il mondo esterno viveva di leggi e commerci, nel Grande Tempio si officiava un rito che annullava il tempo. Grazie ai resoconti di storici come quello di Diodoro Siculo, sappiamo che i sacerdoti erano veri e propri “maghi professionisti”. Le loro tecniche, secondo autori del XIX secolo, erano così sofisticate da colpire non solo i profani, ma anche i filosofi più cinici. Non era semplice impostura; era una tecnologia dell’anima che utilizzava canti magici, sacrifici rituali e una profonda conoscenza della psiche umana per evocare l’invisibile.

Al centro dei misteri eleusini non c’è una dottrina, ma un simbolo agrario universale: il grano. Come nota l’Enciclopedia Britannica, Demetra (la latina Ceres) porta il fascio di spighe non come ornamento, ma come chiave simbolica. Il ricercatore Wigram sottolinea che ogni setta segreta, dai primordi, insegna una verità brutale: la forza di una tribù dipende dal cibo e dalla prole. Ma Eleusi eleva questa necessità a metafisica. Kore, la vergine del grano, deve morire e scendere sotto terra per riportare la vita. È lo stesso parallelo che troviamo nel “Libro dei Morti” egiziano: l’uomo è un chicco che cade nel buio. Per servire la tribù, per servire la vita, devi accettare che la morte non è la fine, ma un prerequisito.

Aristotele, citato da Sinesio, sosteneva che nel tempio non si “imparasse” nulla. Si ricevevano impressioni. Il rito era una coreografia sensoriale divisa in tre atti: legomena (Le cose dette): Il “Matrimonio Sacro” tra cielo e terra. Mentre la pioggia cadeva, si gridava al cielo “Sii fecondo!” e alla terra “Sii fertile!”. Un’unione d’amore cosmica, spesso fraintesa dai critici cristiani come eccesso erotico, ma che era in realtà pura magia simpatetica. Dromena (Gli atti estrinsecati): Una pantomima del dolore. Gli iniziandi, bendati e forse sotto l’effetto di sostanze estratte dal papavero (l’oppio raffigurato nei monumenti), affrontavano un labirinto di ostacoli. Venivano aggrediti da rumori assordanti, luci improvvise e “mani sconosciute” che li ghermivano nel buio. Era il caos primordiale. Deiknymena (Le cose rivelate): Il culmine. Il momento in cui il tempo, che i Greci vedevano scorrere verso di loro come un fiume, si fermava.

Chi è tornato da quel viaggio ha descritto un’esperienza che risuona incredibilmente con le narrazioni moderne di chi ha sfiorato la morte. Plutarco scriveva che l’uscita dalla vita è un viaggio tortuoso senza sbocco, fatto di terrori e stupore. Ma poi, d’improvviso, una luce si muove incontro all’iniziato. Puri pascoli, canti e apparizioni sacre ricevono chi ha avuto il coraggio di attraversare l’ombra. È la fine dell’illusione. Quando le bende venivano finalmente tolte, gli iniziati non erano più le stesse persone che avevano varcato la soglia. Avevano visto il chicco di grano trionfare sulla tenebra.Veniva loro detta, nel silenzio più profondo del tempio, una verità che ancora oggi risuona per chiunque abbia il coraggio di guardare oltre il velo:”Ho digiunato, ho bevuto il Ciceone, ho preso dal cestello, ho riposto nel canestro.” Il segreto era compiuto. La specie non era più perduta; era ritrovata nel ciclo eterno della terra.

Il culmine del rito avviene nel silenzio. Quando le bende cadono, la voce del sacerdote taglia l’oscurità con una promessa che non ammette dubbi: “Avete visto quello che io ho attraversato, eppure sono rinato, e così anche voi rinascerete. Questo è il segreto dell’iniziato: la morte è solo un passaggio, nient’altro.” Le scatole sacre vengono aperte. Il cuore della rivelazione, l’Epopteia (la visione), pare risiedesse in un semplice fascio di spighe. Ippolito parla di un “verde grano che matura in silenzio”. Per l’iniziato, l’analogia tra il ciclo della pianta e quello umano non è una metafora agricola, ma una folgorazione metafisica.

Tuttavia, ogni dettaglio rimane nel campo della speculazione. Il motivo è brutale: a Eleusi, il silenzio era legge. Chi divulgava o profanava i riti affrontava la pena di morte e la confisca totale dei beni. La severità era tale che al filosofo Sopatros bastò un cenno d’assenso per confermare il sogno di un profano per essere accusato di empietà. Eschilo si salvò dalla folla solo provando di non essere mai stato iniziato; Alcibiade, meno fortunato, fu condannato a morte per aver parodiato i misteri durante una sbronza.

Tra le storie di profanazione, spicca quella della cortigiana Frine. Donna di una ricchezza tale da offrirsi di ricostruire le mura di Tebe (a patto di apporvi il proprio nome), Frine fu accusata di aver profanato Eleusi: durante una celebrazione, rapita dall’estasi, si era spogliata e sciolta i capelli per entrare nuda in mare. Al processo, quando la condanna sembrava inevitabile, l’oratore Iperide scoprì il seno della donna davanti ai giudici. L’impatto della sua bellezza fu tale da indurre i magistrati all’assoluzione: una bellezza così perfetta non poteva essere empia. Fu la stessa bellezza che ispirò Prassitele a porre il busto di Frine accanto alla statua di Afrodite.

Eleusi non era solo un’idea; era un colosso di marmo bianco. Sotto Pericle, l’architetto Ictino (lo stesso del Partenone) eresse un tempio di 80 metri per 60, un monumento allo stupore che resse per dodici secoli. Ma nemmeno la santità poté fermare la storia: alla fine del IV secolo, Alarico e i suoi 20.000 Visigoti rasero al suolo il tempio, lasciando l’Attica devastata e il culto in un declino irreversibile. Per secoli, le rovine rimasero dimenticate.

Nel 1675, George Wheler descriveva il Tempio di Cerere come un ammasso di pietre in confusione. Ma restava un’ultima reliquia: il busto di una statua colossale di Demetra, sfigurata ma potente. Una leggenda locale ammoniva: se la statua verrà portata via, la terra smetterà di essere fertile.La profezia fu ignorata dall’arroganza accademica. Nel 1801, due studiosi britannici, Clarke e Cripps, corruppero il governatore turco e rubarono la statua nonostante la fiera resistenza dei contadini locali. La dea fu trascinata al porto e spedita al Fitzwilliam Museum di Cambridge, dove si trova tuttora. I due “uomini di cultura” celebrarono il furto con un pamphlet in cui deridevano l’opposizione di quel “branco di greci fannulloni”. Il costo di questa profanazione moderna è sotto gli occhi di tutti. Da quando la statua è stata rimossa, la terra di Eleusi non ha più conosciuto la fertilità di un tempo.

Oggi la piana è un deserto arido, soffocato dai fumi delle raffinerie, dalle scorie dell’alluminio e del sapone. Il profitto del petrolio ha sostituito il miracolo del grano, ma il prezzo ecologico è la morte della terra stessa. Gli alberi soffocano, mentre gli abitanti tentano un’ultima, disperata resistenza contro l’espansione industriale.Analisi per la chiusura.

Oggi, Eleusi è un paradosso di ruggine e sacro. A soli trenta minuti dal caos di Atene, il sito è ignorato dai turisti, quasi come se un antico interdetto ne proteggesse ancora i confini. Le navi cisterna, colossi di ferro arrugginito che galleggiano al largo, sembrano guardiani industriali posti a sorvegliare ciò che resta del centro spirituale del mondo. La Via Sacra è stata asfaltata, cancellata dal cemento delle fabbriche e dai depositi di macchine usate. Abbiamo sepolto il sentiero per l’immortalità sotto la nostra mediocrità quotidiana.

Ma tra quelle rovine, l’aura mistica non è svanita; è solo diventata più densa. Le colonne spezzate, i pavimenti in mosaico blu pallido e i busti di Demetra dai volti cancellati, scheggiati fino all’irriconoscibilità, non sono semplici reperti. Sono cicatrici. Nel museo, i plastici mostrano edifici incassati, scavati nella terra, lontani dalla luce solare che i greci moderni tanto amano. Perché ad Eleusi non si cercava il sole. Si cercava l’abisso.

La dottoressa Elisabeth Kübler-Ross, che ha passato la vita a spiare la soglia della morte, sostiene che l’atto di morire corrisponda esattamente a ciò che accadeva qui. Il filosofo Temistio lo aveva già detto duemila anni fa: l’inizio è un girovagare cieco, un correre terrorizzati nell’oscurità. Sudore, tremore, orrore. Poi, improvvisamente, una luce sacra, canti e balli. Ma per arrivare a quella luce, dovevi prima accettare di essere annientato.

Oggi, tra l’erba che copre i pozzi sacri e il fiume Kepisso, dove il ponte di Adriano segna ancora il punto esatto del rapimento di Persefone, il fuoco interiore sembra spento. Come scrive Philip Sherrard, la rivelazione originaria si è ossificata in dogma, poi in rovina, e infine in silenzio. Abbiamo scambiato il mistero con la sicurezza, la visione con l’archeologia.

Quali segreti si nascondono ancora nel profondo di queste rocce, più antiche del mondo stesso? Forse il segreto è che la morte non esiste, o forse è qualcosa di molto più oscuro. Un giorno, quando la nostra civiltà sarà solo un oggetto di studio per razze non ancora nate, qualcuno tornerà a scavare tra queste colonne. Ma la vera domanda non è cosa troveranno. La domanda è se avranno ancora il coraggio di bere dal calice e affrontare il terrore, o se preferiranno continuare a morire nell’illusione, protetti dal rumore delle loro navi arrugginite. Il mistero non è svanito. Siamo noi che abbiamo smesso di essere degni di ascoltarlo.

Alice Tonini

2 risposte a “Oltre il velo: il terrore che rendeva immortali (Eleusi #2) 🏛”

  1. Avatar La Manu

    Alice, ti ho trovata nel caos per caso, che bello leggerti e vedere con i tuoi occhi, attraverso i tuoi occhi, l al di là

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    1. Avatar Alice Tonini

      Vedere al di là è l’unico modo per non farsi schiacciare dal qui e ora. Ti ringrazio per aver scelto di condividere questo sguardo con me. Benvenuta.👍

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I segreti degli antichi giardini: un viaggio urbano 🌿

Cari lettori dell’ignoto, oggi ci caliamo nel mistero che ci circonda e che può essere anche nella nostra casa. Ci spostiamo in giardino e andiamo a esplorare i segreti che li si nascondono.

Per l’umanità, il giardino è sempre stato il luogo sacro della conoscenza proibita o della perfezione irraggiungibile: l’eden, il labirinto, l’hortus conclusus. Il giardino non è solo natura; è un archivio di memoria, un codice scritto in verde e pietra. Non esiste palazzo o villa che non abbia il proprio angolo di verde che negli anni ha subito modifiche a seconda dei gusti dei padroni di casa. Posso citarvi i famosi giardini reali del palazzo di Venaria Reale vicino a Torino, con le fontane spettacolari e il roseto che lascia ogni visitatore senza parole. Oppure il Parco giardino Sigurtà, sulle rive del fiume Mincio, un esplosione di colori e forme lussurreggianti da ammirare in ogni stagione.

Ma cosa succede quando la città, nel suo frenetico espansionismo (il velo di neon), divora questi luoghi sacri? In tal caso nascono i giardini perduti: isole di resistenza dove la storia, la natura e il rituale continuano a esistere nel silenzio, appena sotto il livello della nostra percezione.

La mia missione di oggi è trasformare la nostra passeggiata in una vera e propria indagine topografica ed esoterica, cercando questi santuari urbani dimenticati.

Partiamo dai miti lontani che hanno piantato in me il seme della ricerca dei misteri legati al verde. Avete mai sentito parlare dei giardini pensili di Babilonia? Una meraviglia che forse è esistita o forse non è mai esistita nel modo che crediamo. A livello simbolico essi rappresentano l’illusione della perfezione tecnologica e la sua inevitabile scomparsa. Oppure posso citarvi il giardino dell’Eden: il luogo della conoscenza, da cui siamo stati cacciati. La nostra ricerca moderna è, in fondo, un tentativo di ritrovare quell’accesso alla verità primordiale che le divinità ci hanno negato.Questi luoghi mitici e inaccessibili ci insegnano che il vero potere di un giardino risiede nel suo segreto, nel fatto che il suo simbolismo non è per tutti.

Il passo successivo è riconoscere che i giardini perduti non sono sepolti sotto le sabbie dell’Iraq, ma spesso si trovano sotto le fondamenta dell’espansione urbana che ci circonda. L’Europa è piena di rovine domestiche che la natura sta reclamando: vecchie ville abbandonate, i recinti fatiscenti di ex sanatori o manicomi, o semplicemente i cortili interni delle città storiche lasciati all’incuria. Questi luoghi sono la prova tangibile della nostra critica sociale: la facciata esterna della civiltà è impeccabile, ma nel suo cuore, c’è sempre un luogo abbandonato al decadimento. Il giardino perduto è il Mr. Hyde della città, dove le regole si ammorbidiscono e la natura governa.

Per chi come me ama la ricerca naturalistica e le passeggiate, magari sulle rive del lago di Garda o tra le verdi colline moreniche, i giardini perduti sono una realtà quotidiana. Bisogna solo sapere come leggere il paesaggio nel susseguirsi delle stagioni. In inverno, il lago (o le rive dei fiumi) è particolarmente rivelatore: le rive spoglie, abbassate dal freddo, espongono gli strati di storia come i resti di antichi moli, le pietre di fondazione di case rurali scomparse, o i sentieri di caccia dimenticati.

Questi paesaggi non sono più “terra di nessuno”; possono diventare paesaggi liminali pronti per essere indagati. Ogni pianta che sopravvive tra le rovine è un indizio. Una specie insolita è un’eco di un antico giardino nobiliare che l’ha importata secoli fa? Il muschio che cresce in quel modo particolare è un segno di un antico rito legato all’acqua? La nostra camminata lenta meditativa diventa il nostro scanner esoterico.

Lasciati alle spalle la fretta e l’ansia da prestazione: il giardino perduto non si trova cercando, ma accettando di guardare il mondo che la maggior parte delle persone ignora. Nella tua prossima passeggiata, ti sfido a cercare attivamente un luogo abbandonato: quale segreto di storia, natura o rituale credi che quel “codice verde” stia ancora custodendo per te? Fammi sapere nei commenti se conosci qualche giardino che ti è rimasto particolarmente nel cuore. Alla prossima.

Alice Tonini

Una risposta a “I segreti degli antichi giardini: un viaggio urbano 🌿”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Almeno si passeggia con un senso.

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Il potere della maschera: carnevale e identità 👺

Carissimi lettori del mistero, tradizionalmente Febbraio è il mese in cui il mondo, prima di purificarsi con la Quaresima, concede a sé stesso un periodo di follia rituale: il carnevale.

Per noi lettori, il carnevale non è solo una festa di colori; è un momento esoterico e psicologico in cui le regole sociali vengono sospese, e il cuore di questo rito è la maschera: un oggetto che nasconde il volto, ma, paradossalmente, rivela l’anima. Indossare la maschera è l’atto più estremo di annullamento dell’identità, ed è un’azione carica di potere, di liberazione e, soprattutto, di pericolo.

Storicamente, la maschera di carnevale affonda le sue radici in antichi rituali agrari (come i Saturnali romani) in cui l’ordine sociale veniva temporaneamente sovvertito per propiziare la fertilità e la fortuna. Storiacamente indossare una maschera permetteva di eminare lo status sociale: sotto il velluto o la cartapesta, non esistono più padroni e servi, ricchi e poveri. Tutta la falsità sociale, la stessa che critichiamo nei “grandi signori” e negli ipocriti, viene disinnescata lasciando spazio a uguaglianza e ironia. La maschera è il permesso di agire al di fuori del proprio codice morale quotidiano, prendendosi gioco della morale. È l’incarnazione temporanea di Mr. Hyde, senza le conseguenze del Dottor Jekyll (almeno in teoria).

Il carnevale è un’ultima, grande celebrazione della forza caotica prima che l’ordine simboleggiato dalla Quaresima venga ristabilito. Non si tratta di un nascondiglio; è un portale per una personalità alternativa. Il vero mistero, e il pericolo, risiedono in ciò che succede quando la maschera viene tolta e l’identità viene svelata.

Come ci ha insegnato Stevenson, se si dà troppo potere all’ombra o a un’identità fittizia, essa rischia di prendere il sopravvento. Quando indossi la maschera, sei libero di essere più audace, più crudele, più seducente; c’è il rischio che la tua mente, abituata all’energia sfrenata e senza conseguenze della maschera, si innamori di quell’identità temporanea. Per chi è già a disagio nella propria pelle o per chi è abituato a vivere nella falsità quotidiana, il ritorno all’identità autentica può essere traumatico.

La maschera di carnevale è tolta per rito, ma la maschera dell’ipocrita si cementa sempre più al viso. Il rito della maschera, quindi, ci interroga: siamo più autentici quando siamo costretti a fingere chi siamo (identità sociale), o quando siamo liberi di essere qualcun altro (identità mascherata)?

Per il ricercatore e lo scrittore, la maschera può essere uno strumento prezioso, se usata consapevolmente: quando si crea un antagonista o un personaggio complesso, per migliorare l’immersione si può provare ad indossare la sua maschera mentale. Sospendete il vostro giudizio e agite solo in base al codice morale segreto di quel personaggio. Scoprirete che agire come loro vi rivelerà le loro motivazioni più profonde.

Il carnevale è vicino, usiamolo come un esperimento psicologico controllato. Chiediamoci: cosa scelgo di essere? E cosa fa questa nuova personalità che la mia “vecchia” personalità non avrebbe mai osato fare? Onoriamo la libertà, ma dobbiamo essere pronti a riprendere il controllo il giorno dopo. Il carnevale è un richiamo alla verità: solo chi è saldo nella propria identità può permettersi di perderla, anche solo per un giorno. E voi, cari lettori, se poteste indossare una maschera che vi liberi da ogni giudizio, quale identità segreta scegliereste di rivelare? Fatemi sapere nei commenti. Alla prossima.

Alice Tonini

2 risposte a “Il potere della maschera: carnevale e identità 👺”

  1. Avatar Gaia Zol
    Gaia Zol

    Che bell’articolo, anche perché spesso pensiamo che Carnevale sia solo una cosa per bambini. Se potessi, mi trasformerei in una strega del Medioevo, con un bel velo nero e un’ampia gonna scura. Niente corsetto, eh!

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  2. Avatar Pim

    Hai scritto un bell’articolo che riassume concetti e significati del Carnevale; soprattutto si sofferma sull’impatto che esercita – più o meno consapevolmente – sulla nostra personalità. Grazie!

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Vigilia di Natale: il portale verso il tempo ⏳️

Carissimi lettori dell’ignoto e del mistero questa sera, mentre il mondo rallenta nel silenzio ovattato della Vigilia, siamo al cospetto di una notte che è molto più di una semplice attesa. Il 24 dicembre non è solo l’anticamera del Natale. È un Punto Liminale nel ciclo eterno del tempo. È il giorno in cui il calendario giunge a una pausa forzata, l’attimo in cui la ruota dell’anno sta per girare, e il velo che separa la nostra realtà dalla dimensione invisibile si fa, secondo le antiche tradizioni, sottile come nebbia gelida.

Per noi che cerchiamo i misteri, la Vigilia è il Portale del Tempo per eccellenza. Abbiamo visto che il Solstizio d’Inverno (intorno al 21 dicembre) è il momento in cui il Sole, il nostro misuratore di tempo cosmico, sembra fermo. La notte del 24, e l’alba del 25, è l’istante della rinascita, un momento di transizione così potente da creare una breccia dimensionale.

Secondo il folclore di molte culture, in momenti come questo, i passaggi cruciali tra stagioni o tra la vita e la morte, la realtà lineare collassa: le memorie degli antichi, gli spiriti del passato, le energie dei culti dimenticati sono più vicine e più facili da percepire. Le notti a cavallo del solstizio, spesso chiamate Rauhnächte (Notti Rude/Ferali) nelle tradizioni germaniche, erano dedicate a presagi e divinazioni. Si credeva che tutto ciò che si sognava o si faceva in quel periodo influenzasse l’anno a venire. È come se l’universo permettesse una visione dall’alto del flusso temporale, offrendo uno sguardo sul destino.

Questa notte non è tradizionalmente serena ovunque. Prima che la narrazione cristiana si affermasse completamente, il periodo di mezzo inverno (la Vigilia compresa) era il tempo della Caccia Selvaggia. Divinità o spiriti come Odino nel nord o la terribile Perchta nelle Alpi, guidavano una processione spettrale nei cieli notturni. Erano le anime dei morti, spiriti della natura o entità caotiche che sorvolavano le case, terrorizzando e giudicando. La Caccia Selvaggia è la prova che il velo è strappato: le creature del non-mondo hanno il permesso di interagire direttamente con la nostra realtà. Tenere accesa la luce, riunirsi attorno al focolare, non era solo calore, era un atto di protezione rituale contro le forze che irrompevano dalla breccia dimensionale.

Per chi vive la spiritualità come un percorso personale, il 24 dicembre offre un’opportunità unica. Non si tratta di cercare un varco fisico, ma di allineare la propria mente al Punto Zero del tempo cosmico. Quando il mondo esterno è immobile e in attesa, la nostra percezione interiore si affina. Possiamo usare questa notte per riconoscere e lasciar andare le energie e i legami tossici del ciclo che si sta concludendo, porre le domande cruciali sul percorso spirituale che vogliamo intraprendere nel nuovo anno e celebrare la luce che sta per nascere, che sia il Sol Invictus o il Salvatore, e ancorarla saldamente al nostro focolare.

Sedetevi stasera, magari accanto al vostro albero (il nostro Asse Cosmico), e ascoltate il silenzio. Riuscite a sentire il vento gelido che è anche il respiro di un’altra dimensione? Il portale è aperto. Cosa scegliete di lasciare nel vecchio anno e quale verità siete pronti a ricevere per il nuovo ciclo che sta per iniziare?

Alice Tonini

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