Lovecraft: l’abisso non ha occhi per noi 🐙

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, dimenticate i fantasmi che infestano le soffitte. Dimenticate i demoni che bramano la vostra anima. Oggi parliamo di un terrore molto più antico e brutale: il Cosmismo.

Howard Phillips Lovecraft non scriveva per spaventarvi con i mostri; scriveva per ricordarvi che siete insignificanti. Se Arthur Machen ci aveva avvertito che il sacro può essere terrificante, Lovecraft compie il passo finale: l’universo non è sacro, non è magico, è solo infinitamente vasto e totalmente indifferente alla nostra esistenza.

Per Lovecraft, la scienza non è la luce che illumina il mondo, ma la candela che ci mostra quanto sia profonda l’oscurità in cui siamo immersi. Il tema centrale delle sue opere, da Il Richiamo di Cthulhu a Le Montagne della Follia, è che l’ignoranza è l’unica cosa che ci tiene in vita.

La cosa più misericordiosa al mondo, credo, è l’incapacità della mente umana di mettere in correlazione tutti i suoi contenuti.” H.P. Lovecraft

Lovecraft venerava Machen, ma ne tradì la visione. Dove Machen vedeva un peccato spirituale, Lovecraft vedeva una tragedia biologica. Se l’uomo cerca di forzare la serratura dell’universo, ciò che trova non è il “Grande Dio Pan”, ma entità aliene che ci considerano meno di microbi. Siamo come formiche che hanno costruito il loro formicaio su un binario ferroviario, convinte di essere al centro del mondo finché non arriva il treno.

L’influenza di Lovecraft oggi è ovunque, proprio perché viviamo in un’epoca che ha perso ogni certezza metafisica. Al cinema: Annientamento (Annihilation, 2018), il film di Alex Garland è puro Lovecraft moderno. Non c’è una “lotta contro il male”, c’è solo una natura aliena che muta e assimila senza intenzione, senza odio, per pura inerzia biologica. Se parliamo di filosofia citiamo Thomas Ligotti. Nel suo saggio La cospirazione contro la razza umana, Ligotti porta Lovecraft alle estreme conseguenze: l’essere umano è un “incidente della natura” che ha sviluppato una coscienza solo per soffrire meglio della propria inutilità. Avete mai visto la serie TV True Detective (Stagione 1)? Sebbene Machen sia presente, il nichilismo cosmico di Rust Cohle è puro Lovecraft: “Siamo esseri che non dovrebbero esistere secondo le leggi della natura.”

Oggi cerchiamo segnali di vita intelligente nello spazio, sperando di trovare fratelli o guide. Lovecraft ci suggerisce che dovremmo sperare nel contrario. Il vero mistero non è cosa ci sia nell’ignoto, ma perché l’ignoto non ci abbia ancora schiacciati. Forse il velo di Machen è ancora lì, intatto, non per proteggere il sacro, ma per nascondere il fatto che siamo soli in un oceano di buio. E che le creature che lo abitano non sono malvagie. Sono solo… enormi.

Stasera, prima di dormire, provate a pensare all’immensità che si stende sopra di voi. Sentitevi piccoli. Sentitevi nulla. È l’unica verità che Lovecraft ci ha lasciato. E voi come vi sentite davanti alle sue verità? Fatemi sapere nei commenti e alla prossima.

Alice Tonini

3 risposte a “Lovecraft: l’abisso non ha occhi per noi 🐙”

  1. Avatar Il Viandante Nero

    Io sono super appassionato di Lovecraft!
    Di fronte alle sue verità… Beh, ho reagito in maniera abbastanza “razionale”: se è vero che un giorno i Grandi Antichi si risveglieranno e spazzeranno via la razza umana, allora è inevitabile, quindi dobbiamo solo sfruttare al massimo il tempo che ci resta.
    E, magari, evitare che qualche pazzo scatenato acceleri il loro risveglio!
    Cthulhu fhtagn!

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    1. Avatar Alice Tonini

      La tua è una risposta estremamente pragmatica, quasi un “carpe diem” cosmico. Ma il vero orrore in Lovecraft non è la fine della razza umana, quanto la consapevolezza che siamo stati solo un errore statistico in un universo indifferente. Pensare di poter “evitare che qualche pazzo acceleri il risveglio” è ancora un atto di superbia: presuppone che le nostre azioni abbiano un peso. E se il risveglio fosse del tutto slegato dai nostri rituali? Sfruttare il tempo resta l’unica ribellione possibile, ma è una ribellione che avviene nel vuoto. Cthulhu fhtagn, sperando che il sonno sia ancora lungo.

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      1. Avatar Il Viandante Nero

        Beh: dal punto di vista scientifico, la vita come la conosciamo potrebbe benissimo essere un tiro fortunato di dadi, l’uomo si è potuto evolvere solo perché un asteroide ha spazzato via i dinosauri e via discorrendo, quindi per me, che ho una solida formazione scientifica, l’orrore Lovecraftiano risulta particolarmente diluito… Da qui il mio pragmatismo! XD

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Arthur Machen: L’iniziato che ha squarciato il velo della realtà 🗡

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, fermatevi un istante. Guardate le pareti della stanza in cui vi trovate, gli alberi fuori dalla finestra, il volto familiare di chi vi sta accanto. E se vi dicessi che tutto questo è solo un paravento di carta, dipinto rozzamente per nascondere una verità così mostruosa da incenerire la vostra ragione?

Oggi, 3 marzo, ricorre l’anniversario della morte di Arthur Machen (1863-1947). Non chiamatelo semplicemente “scrittore di genere”. Machen era un cartografo dell’abisso, un membro dell’Hermetic Order of the Golden Dawn che non usava la penna per intrattenere, ma per testimoniare.

Per Machen, il mondo non è quello che ci racconta la scienza. La realtà è un velo, e strapparlo è l’unico vero peccato, ma anche l’unica vera estasi. Nel suo capolavoro, Il Grande Dio Pan (1894), un esperimento chirurgico sul cervello di una donna apre i suoi occhi su quella che lui chiama “la visione suprema”.

Immaginate che tutto il mondo visibile non sia che un velo di seta… e che dietro di esso si muovano forme che non osiamo nemmeno sognare.” Arthur Machen>

Ma la visione non porta pace. Porta il Panico (da Pan, il dio caprino delle foreste). La protagonista diventa un portale per una forza arcaica e amorale che semina follia e suicidio nella Londra vittoriana.

Se pensate che Machen sia roba per polverosi bibliotecari, vi sbagliate di grosso. Senza di lui, non avremmo l’orrore moderno come lo conosciamo: Stephen King è stato brutale e onesto nel definire Il Grande Dio Pan:”Forse la migliore storia horror in lingua inglese mai scritta. Mi ha tormentato per intere notti.” Guillermo del Toro ha trasposto l’estetica di Machen ne Il Labirinto del Fauno: il mostruoso non è “cattivo”, è sacro, antico e pericoloso. È una natura che reclama il suo spazio oltre la morale umana. La prima stagione di True Detective è intrisa della filosofia di Machen: l’idea che esistano “luoghi oscuri” dove il velo è più sottile e dove forze come il Re Giallo o il Grande Dio Pan possono filtrare e divorare la nostra sanità mentale. Non è finzione, è un avvertimento

Opere come I Tre Impostori o La Collina dei Sogni ci dicono che il male non è un atto sociale malvagio, ma una violazione delle leggi dell’universo. Machen, da vero occultista, sapeva che la magia è reale e che le parole sono rituali.

“Il vero peccato è il tentativo di forzare le barriere dell’anima… è uno sforzo verso l’estasi che finisce nell’abisso.” Arthur Machen

Se leggete Machen, capirete che l’orrore non è mai lontano da noi; è solo fuori fuoco. È questa stessa inquietudine che mi ha guidato nella scrittura del mio romanzo, “Il Richiamo. Proprio come gli scienziati folli di Machen cercavano la visione suprema, il mio protagonista, Antonio, si ritrova a dover inquadrare con la sua macchina fotografica ciò che la logica umana rifiuta di accettare. Ma cosa succede quando scopre che il paranormale non è un’illusione, ma uno strumento di un potere corrotto e letale? Se Machen vi ha affascinato con il suo “Grande Dio Pan”, Antonio vi trascinerà in un mondo dove i demoni non abitano solo nelle leggende, ma camminano tra noi, reclamando sangue e gloria. Questo romanzo non è solo una storia di fantasmi; è il resoconto di una guerra per non soccombere a quel “richiamo” che, una volta udito, non può più essere ignorato.

Oggi, nel 2026, viviamo in un mondo saturo di schermi e logica, convinti di aver illuminato ogni angolo buio. Machen ride di noi dalle ombre. Ci ricorda che il sacro e l’orrore sono la stessa cosa e che, talvolta, è meglio restare ciechi.Voi avreste il coraggio di guardare oltre il velo di seta, sapendo che ciò che vedrete non potrà mai essere dimenticato? Fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate e alla prossima.

Alice Tonini

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Riti di lettura invernale: storie che affrontano l’oscurità 🕯

Cari lettori del mistero e dell’ignoto, l’autunno è la stagione dei segreti che emergono, ma l’Inverno è la stagione dell’isolamento, dove le ombre si fanno più lunghe e i confini tra il reale e il soprannaturale si assottigliano.Quando il gelo sigilla le finestre e la neve attutisce ogni rumore esterno, la casa diventa un fortino fragile contro le forze esterne. È il momento ideale per accendere una candela, preparare la vostra tazza di tè o caffè rituale, e avventurarvi nelle storie che usano il buio e il freddo come veri e propri personaggi.

Vi propongo tre classici la cui lettura sotto il gelo non è solo consigliata, ma è un vero e proprio rito di iniziazione all’oscurità invernale.

1. Il Canto di Natale di Charles Dickens. Sappiamo tutti della conversione del vecchio e avaro Ebenezer Scrooge, ma troppo spesso dimentichiamo che A Christmas Carol (1843) è in realtà una storia di fantasmi potentissima e inquietante. Dickens non usa la dolcezza, ma la paura per scuotere l’anima del protagonista. È una Ghost Story di Natale, dove l’isolamento di Scrooge è squarciato da tre spiriti che non sono entità benevole, ma messaggeri ctonii, che lo costringono a confrontarsi con le ombre del suo passato, presente e futuro. Il mistero invernale: la nebbia che avvolge Londra, l’ufficio freddo come una tomba, e le apparizioni che infrangono la logica. Leggere Dickens in Dicembre significa partecipare a un rito di purificazione attraverso l’horror, ricordandoci che il vero gelo risiede nei cuori.

2. Le storie di M.R. James. Se amate i misteri che puzzano di pergamena antica e di conoscenza proibita, dovete recuperare le Ghost Stories di Montague Rhodes James (fine XIX, inizio XX secolo). James, un accademico e medievista, ambientava spesso i suoi racconti in tranquille biblioteche o chiese sferzate dal vento. Le sue storie non si basano sul sangue, ma su un orrore sottile e intellettuale. Personaggi che scoprono per caso manoscritti maledetti, che risvegliano entità spaventose, o che si imbattono in oggetti rituali di un passato dimenticato. Il freddo e il vento di Dicembre sono il perfetto accompagnamento per i suoi racconti, dove il silenzio dell’inverno permette ai sussurri degli antichi spiriti di raggiungere l’orecchio del lettore. È la letteratura perfetta per i ricercatori del mistero.

3. Frankenstein di Mary Shelley: Nessun inverno letterario è completo senza l’ombra di un esperimento fallito. Frankenstein (1818), pur non essendo strettamente una storia di fantasmi, è un capolavoro del Gotico dove il gelo e la neve simboleggiano l’isolamento e la disperazione. La creatura è nata da un “lavoro sporco” che infrange le leggi della natura. Gran parte della narrazione si svolge in paesaggi glaciali, dalle Alpi alla desolazione artica. La tormenta non è solo meteo, è l’anima di Victor Frankenstein e del Mostro: un vuoto freddo e inesprimibile. Leggere Frankenstein in Dicembre, quando le notti sono lunghe, ci costringe a riflettere sul lato oscuro della creazione e sulla solitudine del genio, un monito perfetto contro l’arroganza dell’intelletto.

Questi tre classici ci insegnano che l’Inverno non è solo un periodo di sosta, ma una tappa fondamentale del ciclo eterno: un momento per affrontare le nostre ombre, i fantasmi che ci perseguitano e le conseguenze delle nostre azioni.

E voi? Quale di queste letture sceglierete per sigillare le vostre finestre contro il freddo e invitare l’inquietudine nella vostra mente? Fatemi sapere nei commenti, alla prossima.

Alice Tonini

5 risposte a “Riti di lettura invernale: storie che affrontano l’oscurità 🕯”

  1. Avatar Sara

    The Terror, di Dan Simmons

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie mille 👍

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  2. Avatar Ljus av Balarm

    Non conosco Ghost stories, quindi sicuramente lo cercherò! Grazie.

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    1. Avatar Alice Tonini

      Grazie a te per aver condiviso il tuo pensiero. 🧡👋

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  3. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Anche iio come l’altra tua lettrice Ljus sono incuriosita dai racconti di M. R. James. Vedrò in biblioteca.

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L’arte del disgusto: come l’horror sonda le nostre paure più nascoste

Carissimi lettori dell’ignoto, ben trovati. Tempo fa avevo promesso che saremmo tornati a parlare del nostro amato cinema horror e avrei fatto con voi una carrellata di alcuni dei sottogeneri più particolari. Sarò onesta con voi. Alcuni dei sottogeneri che vi cito nell’articolo hanno dato vita a opere che si possono includere negli annali della storia del cinema ma allo stesso tempo comprendono titoli “spazzatura” che sono veri e propri buchi nell’acqua.

Nel panorama del cinema horror contemporaneo, una nuova oscurità si è fatta strada, alimentata da una terminologia che opera come un incantesimo distorto: Torture Porn, Gorno, Splastick e Splatterpunk. Con l’avvento della CGI e di effetti speciali sempre più realistici ed economici, ciò che un tempo sembrava “hokey” (ingenuo o finto) è diventato terribilmente credibile, raggiungendo un pubblico sempre più vasto e affamato di brividi e di emozioni distorte.

Questa evoluzione ha dato vita a filoni horror che non si limitano più a spaventare, ma che vogliono disgustare.

Lo Splastick, per esempio, è una variante che unisce l’orrore alla commedia, creando un umorismo macabro nel mezzo di sangue e viscere. Film come Bad Taste (1987) di Peter Jackson, Slither (2006) o persino Child’s Play (1988) trasformano il disgusto in una fonte di risate nerissime, un modo per elaborare l’orrore attraverso il grottesco.

Ma il vero baratro del disgusto lo si raggiunge con il cinema asiatico estremo e i suoi “balletti di sangue” come Ichi the Killer (2001) e Tokyo Gore Police (2008), film che portano lo splatter a livelli quasi surrealistici. Questo genere ha raggiunto il suo apice alla fine degli anni 2000, un periodo in cui anche l’Europa, in particolare la Francia, ha risposto con opere di rara brutalità come Martyrs (2008) e Frontier(s) (2007), film che hanno scavato nel profondo della sofferenza umana. Non si può non menzionare anche il danese Antichrist (2009) di Lars von Trier e l’olandese The Human Centipede (2009), opere che hanno spinto i confini del disgusto fino al limite dell’insostenibile.

Tuttavia, è il Torture Porn, con franchise come Saw e film come Hostel di Eli Roth, ad aver guadagnato la peggior reputazione. Il suo obiettivo non è la paura, ma la contemplazione quasi voyeuristica della sofferenza umana, con un focus sadico su torture ingegnose e inumane.

Ma cos’è che ci fa davvero rabbrividire? Il disgusto è un’emozione primordiale, un’antica difesa contro ciò che è putrido, sporco o tossico. A differenza della paura che accelera il battito cardiaco, il disgusto lo rallenta, quasi a voler fermare il corpo di fronte a qualcosa di insopportabile. Nel cinema horror, questa emozione viene manipolata attraverso sette categorie principali:

* Contaminazione: Il terrore che qualcosa o qualcuno infetto possa raggiungerci. È una paura ancestrale, erede delle piaghe del passato, che rivive nei film di zombie, in Slither o in Contagion.

* Funzioni Corporee: L’orrore di fronte a fluidi, secrezioni, vomito, muco o, peggio ancora, la decomposizione del corpo. È l’intrusione del biologico, del putrido, in un’immagine che vorremmo pulita e integra.

* Ferite e Trauma: La vista di un corpo sventrato, spezzato, incapace di guarire. Qui il disgusto si lega all’empatia, al desiderio che la sofferenza dell’altro finisca, un’identificazione che rende l’orrore ancora più personale e viscerale.

* Tortura: L’umiliazione e il dolore inflitti al corpo umano. È un disgusto che sorge dalla nostra empatia per la vittima, a meno che l’aggressore non sia una figura che rompe ogni legame sociale, come un sociopatico o un serial killer.

* Corpo Sminuzzato: Il taglio, lo squartamento, il pestaggio o qualsiasi azione che esponga e danneggi l’interno del nostro corpo. È l’orrore della nostra fragilità fisica, di fronte a un’integrità che si dissolve.

* Cibo Estraneo o Marcio: Il ribrezzo per ciò che è ammuffito, alieno o corrotto, anche solo nell’aspetto. Un disgusto istintivo, radicato nella nostra sopravvivenza, che si manifesta anche nel cannibalismo o nella consumazione da parte di altri esseri.

* Splicing e Antropomorfismo: L’unione non scientifica tra esseri diversi, un’aberrazione che viola le leggi della natura. Film come Splice, The Human Centipede o Dead Ringers esplorano il disgusto che nasce dal disordine biologico, dall’alterazione della nostra forma umana.

Infine, esiste un tipo di disgusto più profondo, il disgusto morale. Un’emozione culturalmente costruita e introiettata che spesso si riversa in giudizi etici, fobie o paure verso ciò che percepiamo come “sporco” o “diverso”, che si tratti di identità, razze o comportamenti che esulano dalla norma. In questo senso, il disgusto non è solo una reazione fisica, ma un’arma potente, capace di plasmare i nostri giudizi e le nostre paure più recondite.

Il cinema horror, nella sua forma più estrema e conturbante, ci obbliga a guardare in faccia tutto questo. Ci costringe a confrontarci con ciò che è innominabile, sporco e abietto, non solo fuori di noi, ma anche nelle pieghe più oscure della nostra psiche.

Alice Tonini

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Conversazioni da incubo: ospiti d’onore della Letteratura

Lettori del mistero avete forse fame? Allora dovete seguirmi assolutamente, c’è una sorpresa per voi.

Immaginate una cena. Non una cena qualunque, ma un incontro epocale, dove ogni ospite è una leggenda vivente, un maestro nel suo campo, e soprattutto, una fonte inesauribile di storie affascinanti. Se mi fosse concessa questa opportunità unica, la mia tavola sarebbe un crocevia di menti brillanti, in particolare quelle che tessono trame di mistero, orrore, fantascienza e quelle che si immergono nelle profondità del folklore e delle leggende. Attorno ad un abbondante antipasto avrebbero tutti qualcosa da raccontare.

Il primo nome sulla mia lista, e probabilmente su quella di molti, è Stephen King. Il Re dell’Horror non ha bisogno di presentazioni. Sarebbe affascinante sedersi di fronte a lui e chiedergli: “Maestro, dove trova l’ispirazione per le sue narrazioni più coinvolgenti? Nascono da incubi, da intuizioni o da osservazioni del quotidiano?” Immagino che la sua risposta sarebbe un intrico di genialità e umorismo nero.

Accanto a lui, vorrei sedessero altri pilastri del genere. Penso a Neil Gaiman, il cui genio mescola mitologia, folklore e urban fantasy in modi unici. Le sue opere sono un ponte tra il mondo conosciuto e l’ignoto, e mi piacerebbe capire come riesce a dare vita a divinità antiche e creature fantastiche nel contesto moderno; come riesce a inserire temi complessi nella narrazione per ragazzi.

E parlando di scifi, non potrei non includere qualcuno come Brandon Sanderson, il cui world-building è una vera e propria architettura fantastica, o magari Margaret Atwood, con le sue distopie inquietanti che riflettono in modo sorprendente la nostra realtà. Ogni ospite porterebbe la sua prospettiva unica su come creare mondi e personaggi che rimangono con noi anche molto tempo dopo aver chiuso una loro opera.

Di cos’altro potremmo discorrere? Mentre gustiamo un buon piatto di tortelli amari, specialità tipica della mia zona che spero apprezzerebbero, le domande andrebbero ben oltre la pura tecnica narrativa. Vorrei chiedere loro particolari sulla loro vita da scrittore: com’è la loro quotidianità? Ci sono rituali particolari, orari preferiti per scrivere, o è un flusso continuo di idee e parole? È un percorso solitario o collaborativo?

Al di là della scrittura, cosa amano fare? Quali sono i loro hobby, le loro fughe dalla realtà che non implicano la creazione di mondi? Sarebbe interessante anche sapere se potessero vivere in un’altra epoca, quale sceglierebbero e perché? Ci sarebbe un periodo storico che li affascina particolarmente e che forse ha influenzato le loro opere? Sono sicura che davanti a un buon piatto di spiedo con la polenta e a un buon bicchiere di vino rosso racconterebbero cose che non direbbero mai in nessuna intervista.

Quali sono i temi ricorrenti nelle loro opere che sentono più vicini, quelli che non smetterebbero mai di esplorare? Che si tratti della natura umana, della paura dell’ignoto, della società o della tecnologia, sarebbe interessante capire le loro ossessioni se sono solo letterarie. Un sorbetto rinfrescante per digerire la cena renderebbe l’atmosfera più leggera.

Naturalmente, la conversazione si allargherebbe anche ai misteri legati alla magia e al folklore, alle leggende che hanno ispirato alcune delle loro storie più famose. Ogni scrittore ha un serbatoio di ispirazione, che attinge spesso alle tradizioni orali, ai miti e alle credenze popolari, e sarebbe incredibile sentire le loro esperienze dirette con queste fonti. Magari con un caffè.

Carissimi lettori dell’ignoto una cena così sarebbe un’immersione profonda nelle menti che plasmano le nostre paure e i nostri sogni, un’opportunità di capire non solo come creano, ma anche come vivono e pensano. E voi, chi invitereste alla vostra cena dei sogni?

Una risposta a “Conversazioni da incubo: ospiti d’onore della Letteratura”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Io, ccome sai, amo il fantasy ma non sono patita degli horror e anche meno della fantascienza, è per di più sono vecchiotta, per cui i miei ospiti sarebbero più “antichi”. E. A. Poe, A. Conan Doyle, A. Christie, tre vecchi gotici di lingua inglese impareggiabili nel creare situazioni assurde capaci solo loro di sbrogliare e far passare per possibili. Un salutone e un bacio. A presto.

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