Delo #2: Storia e Miti dell’Isola Sacra di Apollo🏛️

Cari lettori dell’ignoto il nostro viaggio continua. Il battello che ogni giorno salpa da Mykonos e attracca a Delo ci offre il tempo necessario per esplorare le antiche rovine, il museo e per concederci il rito di uno spuntino. Chi di voi desidera restare può farlo, anche se le notti sull’isola non offrono molte distrazioni. Sarà forse opportuno portarsi un buon libro, o prepararsi a perdersi in un silenzio che sembra custodire segreti.

La visita inizia dalla piazza che si apre accanto al porto: l’antica agorà. Da qui, parte la strada che un tempo conduceva al tempio di Apollo, un vero e proprio corridoio di marmo fiancheggiato da portici e statue su piedistalli. Alla sua sinistra, ancora oggi, si ergono i resti di un immenso edificio con sedici colonne doriche, dedicate ad Apollo nel IV secolo a.C. da Filippo di Macedonia, padre di Alessandro Magno. Era usanza comune per regnanti e stati potenti dedicare statue ed edifici al dio. In questo santuario si trova ancora il piedistallo di una statua colossale di Apollo, dedicata dai fedeli della ricca isola di Nasso nell’VIII secolo a.C. La statua, ormai a pezzi, si trova oggi in un altro santuario, più a ovest, consacrato ad Artemide. Si ha quasi la sensazione che le divinità non abbiano mai davvero abbandonato questi luoghi, ma che il loro potere, seppur invisibile, aleggi ancora tra i resti di marmo e le colonne spezzate.

A Delo si ergono, solenni, solo due templi dedicati ad Artemide. Il culto di Diana andava lentamente svanendo, man mano che saliva alla ribalta il sole di Apollo, simbolo dell’età d’oro e della vitalità intellettuale della Grecia. Eppure, i Greci furono abbastanza saggi da non dimenticare mai i loro dèi più antichi, quelli legati alla terra e ai suoi segreti più profondi. Nel museo si può ammirare una bellissima statua di Artemide, con il ginocchio che poggia lievemente sulla schiena di un cervo, oggi senza testa.

Tre templi dedicati ad Apollo sono stati riportati alla luce e l’intera area è stata ribattezzata Santuario di Apollo. Vi si accede salendo quattro gradini di marmo bianco, che immettono nel propileo, l’ingresso del II secolo a.C. Il primo tempio, il più grande, fu dedicato al dio dagli abitanti stessi di Delo, ma rimase incompiuto. La sua costruzione iniziò nel 476 a.C. ma fu sospesa quando gli Ateniesi si impossessarono del tesoro dell’isola. Quando nel 314 a.C. Delo ottenne l’indipendenza, i lavori ripresero solo per un breve periodo. I Macedoni giunsero nel 322 a.C. e nel 166 a.C. i Romani restituirono il controllo di Delo ad Atene. Ma il destino dell’isola era segnato: nell’88 a.C., Menofane, un generale di Mitridate VI del Ponto, la saccheggiò.

Il secondo tempio, dedicato ad Apollo dagli Ateniesi, è di stile dorico ed è stato costruito con marmo bianco portato da Atene nel IV secolo a.C. Il terzo e più antico dei templi, risalente al tardo VI secolo, è fatto di pietra porosa e un tempo ospitava una statua oggetto di culto.

A ovest del secondo tempio si trova un tempietto ad Artemide. Ma a est, si erge il monumento più curioso dell’isola: il santuario dei tori, chiamato così per le due statue taurine che lo adornano. Un tempo era considerato l’ottava meraviglia del mondo. Era qui che si svolgeva la danza delle gru, o Geranos, una danza che Teseo eseguì per la prima volta tornando vittorioso dopo aver sconfitto il Minotauro. Un rito complicatissimo e misterioso, che fu perpetuato attorno a un altare che, si dice, il dio Apollo stesso avesse costruito con le corna sinistre delle capre uccise dalla dea Artemide. Una danza menzionata più volte nelle antiche scritture. Il poeta Callimaco, ad esempio, racconta di giovani uomini con le mani legate dietro la schiena che, imitando un attacco all’altare di corna, giravano attorno all’olivo sacro e ne mordevano la corteccia. E commenta che «lo avevano inventato le ninfe di Delo per divertire e far giocare il giovane Apollo».

La gru, o la cicogna, proprio come l’ibis per gli Egizi, era un animale sacro a molti popoli antichi, simbolo di Thot o di Ermes. I Tessali, per esempio, consideravano un vero e proprio delitto la sua uccisione. Fin dai tempi più remoti, la gru era associata alla gestazione. È dunque lecito pensare che la danza delle gru potesse avere un qualche legame con la nascita di Apollo e Artemide.

L’altare di corna si trovava a nord, al termine di uno stretto passaggio che circondava la sala pavimentata. Si suppone che questo fosse anche il luogo dell’oracolo di Apollo, la cui esistenza a Delo è accertata. Platone racconta una storia curiosa: una volta, gli abitanti di Delo vennero a sapere dal loro oracolo che, per liberarsi da una pestilenza, avrebbero dovuto raddoppiare la grandezza dell’altare, pur conservandone la forma. Un modo, commenta Platone, per ricordare loro la geometria che stavano dimenticando.

Le statue più famose di Delo sono, probabilmente, gli stupendi leoni donati al tempio dalla ricca isola di Nasso. Queste figure maestose poggiano su oblunghi piedistalli, a guardia del luogo sacro, ormai prosciugato. Da una sorgente in cima al monte Cinto nasceva l’Inopo, un fiume che un tempo riempiva il lago, già menzionato in scritti del VI secolo a.C. Fiume e lago si prosciugarono però definitivamente nel 1925. Secondo le fonti, il lago era il vero luogo di nascita dei gemelli divini. Al suo centro, una palma era l’albero a cui Leto si aggrappò durante le doglie, nel momento in cui diede alla luce Apollo e Artemide. Plutarco ricorda che nel 417 a.C., una grande palma di bronzo dominava l’ingresso del santuario di Apollo.

A sud del recinto del santuario, si trova una serie di piccole strutture, le tombe delle vergini Iperboree, un ‘popolo misterioso che sta al di là del vento del nord’. Secondo Erodoto, giunsero a Delo per aiutare Leto a partorire i suoi due figli divini e vi rimasero come sacerdotesse. Per un certo periodo, i devoti salivano i gradini che portavano a queste tombe per offrire ciocche di capelli e altri sacrifici, in un rito che oggi possiamo solo immaginare.

I riferimenti agli Iperborei sono sparsi in tutta la letteratura greca. Si pensa che il ‘tempio alato degli Iperborei’, citato da Erodoto, si trovi a Callanish in Scozia. Ma c’è di più: il nome stesso, in macedone e in altre lingue nordiche, significa ‘coloro che portano oltre’, suggerendo un legame con mondi lontani e sconosciuti.

Delo è ricca di altari dedicati a diverse divinità. Dioniso, ad esempio, è presente sia nella Casa dei Delfini (il delfino è uno dei suoi simboli) che nella Casa delle Maschere. Nelle abitazioni private si possono ancora ammirare mosaici stupendi. Uno ritrae Dioniso seduto a cavallo di una pantera, con un tamburello in una mano e il tirso nell’altra (un bastone con una pigna in cima, ornato da spirali di foglie d’edera). Un altro, invece, riproduce deliziosi delfini che saltano fuori dall’acqua. Tutti questi reperti, risalenti ai periodi ellenistico e romano, si trovano nell’area denominata il Quartiere del Teatro.

Nel tentativo di diminuire l’importanza di Rodi, attorno al II secolo a.C., i Romani dichiararono Delo porto franco. Questa decisione attirò mercanti, commercianti e viaggiatori da ogni parte del mondo, in particolare da Fenicia, Palestina, Egitto, Siria e Italia. Molti portarono con sé le loro religioni, le cui tracce sono visibili ancora oggi.

Tra i resti più importanti, troviamo i ruderi del tempio di Iside. Secondo Erodoto, i Greci identificavano questa dea egizia con Demetra, poiché era stata Iside a insegnare agli Egizi l’uso del grano e dell’orzo. Le colonne del suo tempio sono ancora in piedi sul versante occidentale del monte Cinto, dove si trova anche una statua senza testa della dea, che Plutarco cita così: ‘Io sono tutto quel che è stato, è o sarà; nessun mortale ha mai alzato il mio velo.’ Iside, simbolo di tutte le dee (Demetra, Artemide, Cibele, Persefone), e i suoi misteri divennero un culto vitale durante i periodi ellenistico e romano, arrivando a rivaleggiare con l’ascesa del cristianesimo. Nonostante i Greci non amassero l’intrusione di divinità straniere, il culto di Iside fu assorbito attorno al IV secolo a.C., tanto che un tempio in suo onore venne eretto ai piedi dell’acropoli.

In quanto dea della terra e dei suoi frutti, del mare, del mondo sotterraneo, dell’amore, della medicina, della luna e della magia, Iside aveva qualcosa da offrire a chiunque. Per questo i suoi fedeli, attraverso i misteri del culto, potevano ricevere il grande dono dell’immortalità. In quanto madre di Horo, il dio sole, era vista dai Greci come un parallelo del dio Apollo, per cui un tempio in suo onore a Delo era particolarmente appropriato. Secondo L’Enciclopedia della religione e dell’etica, nel tempio di Iside si celebravano due funzioni giornaliere: la prima all’alba, quando il sacerdote svegliava la dea ed eseguiva alcuni riti sacri, e la seconda nel pomeriggio. In quest’ultimo rito, il sacerdote sollevava un vaso d’acqua consacrata, che i fedeli veneravano come il principio di tutte le cose.

La storia di Delo nei periodi post-cristiani assomiglia a quella di molti altri luoghi del Mediterraneo. Quando l’influenza romana declinò, l’isola fu presa d’assalto da invasori e pirati, che la saccheggiarono e la devastarono a tal punto da non lasciare più nulla da prendere. Dall’VIII secolo, l’isola divenne silenziosa e deserta, e così è rimasta fino a oggi, se si escludono gli archeologi e i pochi visitatori. Ma per chi cerca la magia, gli antichi dèi non sono mai lontani. Salire sul monte Cinto in una notte di luna piena significa andare oltre il tempo, e ritrovarsi, per un attimo, in loro presenza.

E così, tra le rovine di templi dimenticati e le pietre consumate dal sole, Delo continua a custodire i suoi segreti. Ogni passo tra le vestigia di un passato glorioso è un viaggio non solo nella storia, ma anche nel cuore del mito. Qui, dove il tempo si è fermato e il vento trasporta ancora gli echi di antichi rituali e danze sacre, la magia non è un semplice racconto, ma una presenza silenziosa e potente che attende solo di essere avvertita. Delo ci ricorda che ci sono luoghi in cui la realtà e la leggenda si fondono, e che a volte, per ritrovare l’incanto, basta solo imparare a guardare al di là di ciò che i nostri occhi possono vedere. È ora di ripartire, prendiamo il traghetto e torniamo sulla terraferma.

Alice Tonini

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Perché Senza Musica Il Mondo È Più Povero

Lettori del mistero e dell’ignoto oggi porto una breve riflessione sul significato della musica nelle nostre vite. La musica è qualcosa di profondamente umano, nessuna macchina e nessuna intelligenza artificiale avranno mai gli strumenti e la sensibilità per comprenderla appieno.

Nel mondo dei codici e degli algoritmi, la musica è un concetto, un’equazione. Ma se la vita è un romanzo, la musica è la colonna sonora. E se la musica svanisse all’improvviso, che tipo di storia ci rimarrebbe da raccontare? Un orrore muto, senza suspense, o un mistero che ha perso il suo ritmo.

Per noi che abitiamo le pagine di questo blog, l’horror e il mistero sono fatti di suoni. Il cigolio di una porta, un ululato lontano nel bosco, il battito accelerato di un cuore. Tutti questi elementi sono parte di un’orchestra di terrore. Cosa accadrebbe se questo suono svanisse, se il sipario calasse su ogni nota?

Senza la musica, non avremmo le colonne sonore che ci fanno saltare dalla sedia o i brani che creano l’atmosfera perfetta per una lettura notturna. Non esisterebbero più le ninne nanne per cullare i bambini, né gli inni che uniscono i popoli. La musica, come la letteratura, è un linguaggio universale che trascende ogni barriera e ci permette di comunicare emozioni complesse.

Per riflettere su cosa perderemmo, pensiamo a due esempi che, pur così diversi, dimostrano il potere universale della musica.

Questo brano non è solo una canzone. È un’esperienza. Con una profonda malinconia e una speranza sottile, Jeff Buckley ci guida in un mondo interiore. La sua voce e la sua chitarra ci raccontano una storia di dolore e bellezza, dimostrando come una singola canzone possa toccare le corde più intime dell’anima.

Un capolavoro che sfida ogni genere, unendo opera, rock e ballata in un unico brano. La sua complessità e drammaticità dimostrano come la musica possa essere un’arte totale, capace di creare mondi sonori e narrazioni epiche.

La nostra vita senza musica sarebbe la stessa, ma il mondo sarebbe un luogo molto più povero. Un’esistenza priva di armonia, ritmo ed emozione, un racconto senza la sua colonna sonora. E un mondo del genere sarebbe, a suo modo, il più grande degli orrori.

Alice Tonini

L’arte del disgusto: come l’horror sonda le nostre paure più nascoste

Carissimi lettori dell’ignoto, ben trovati. Tempo fa avevo promesso che saremmo tornati a parlare del nostro amato cinema horror e avrei fatto con voi una carrellata di alcuni dei sottogeneri più particolari. Sarò onesta con voi. Alcuni dei sottogeneri che vi cito nell’articolo hanno dato vita a opere che si possono includere negli annali della storia del cinema ma allo stesso tempo comprendono titoli “spazzatura” che sono veri e propri buchi nell’acqua.

Nel panorama del cinema horror contemporaneo, una nuova oscurità si è fatta strada, alimentata da una terminologia che opera come un incantesimo distorto: Torture Porn, Gorno, Splastick e Splatterpunk. Con l’avvento della CGI e di effetti speciali sempre più realistici ed economici, ciò che un tempo sembrava “hokey” (ingenuo o finto) è diventato terribilmente credibile, raggiungendo un pubblico sempre più vasto e affamato di brividi e di emozioni distorte.

Questa evoluzione ha dato vita a filoni horror che non si limitano più a spaventare, ma che vogliono disgustare.

Lo Splastick, per esempio, è una variante che unisce l’orrore alla commedia, creando un umorismo macabro nel mezzo di sangue e viscere. Film come Bad Taste (1987) di Peter Jackson, Slither (2006) o persino Child’s Play (1988) trasformano il disgusto in una fonte di risate nerissime, un modo per elaborare l’orrore attraverso il grottesco.

Ma il vero baratro del disgusto lo si raggiunge con il cinema asiatico estremo e i suoi “balletti di sangue” come Ichi the Killer (2001) e Tokyo Gore Police (2008), film che portano lo splatter a livelli quasi surrealistici. Questo genere ha raggiunto il suo apice alla fine degli anni 2000, un periodo in cui anche l’Europa, in particolare la Francia, ha risposto con opere di rara brutalità come Martyrs (2008) e Frontier(s) (2007), film che hanno scavato nel profondo della sofferenza umana. Non si può non menzionare anche il danese Antichrist (2009) di Lars von Trier e l’olandese The Human Centipede (2009), opere che hanno spinto i confini del disgusto fino al limite dell’insostenibile.

Tuttavia, è il Torture Porn, con franchise come Saw e film come Hostel di Eli Roth, ad aver guadagnato la peggior reputazione. Il suo obiettivo non è la paura, ma la contemplazione quasi voyeuristica della sofferenza umana, con un focus sadico su torture ingegnose e inumane.

Ma cos’è che ci fa davvero rabbrividire? Il disgusto è un’emozione primordiale, un’antica difesa contro ciò che è putrido, sporco o tossico. A differenza della paura che accelera il battito cardiaco, il disgusto lo rallenta, quasi a voler fermare il corpo di fronte a qualcosa di insopportabile. Nel cinema horror, questa emozione viene manipolata attraverso sette categorie principali:

* Contaminazione: Il terrore che qualcosa o qualcuno infetto possa raggiungerci. È una paura ancestrale, erede delle piaghe del passato, che rivive nei film di zombie, in Slither o in Contagion.

* Funzioni Corporee: L’orrore di fronte a fluidi, secrezioni, vomito, muco o, peggio ancora, la decomposizione del corpo. È l’intrusione del biologico, del putrido, in un’immagine che vorremmo pulita e integra.

* Ferite e Trauma: La vista di un corpo sventrato, spezzato, incapace di guarire. Qui il disgusto si lega all’empatia, al desiderio che la sofferenza dell’altro finisca, un’identificazione che rende l’orrore ancora più personale e viscerale.

* Tortura: L’umiliazione e il dolore inflitti al corpo umano. È un disgusto che sorge dalla nostra empatia per la vittima, a meno che l’aggressore non sia una figura che rompe ogni legame sociale, come un sociopatico o un serial killer.

* Corpo Sminuzzato: Il taglio, lo squartamento, il pestaggio o qualsiasi azione che esponga e danneggi l’interno del nostro corpo. È l’orrore della nostra fragilità fisica, di fronte a un’integrità che si dissolve.

* Cibo Estraneo o Marcio: Il ribrezzo per ciò che è ammuffito, alieno o corrotto, anche solo nell’aspetto. Un disgusto istintivo, radicato nella nostra sopravvivenza, che si manifesta anche nel cannibalismo o nella consumazione da parte di altri esseri.

* Splicing e Antropomorfismo: L’unione non scientifica tra esseri diversi, un’aberrazione che viola le leggi della natura. Film come Splice, The Human Centipede o Dead Ringers esplorano il disgusto che nasce dal disordine biologico, dall’alterazione della nostra forma umana.

Infine, esiste un tipo di disgusto più profondo, il disgusto morale. Un’emozione culturalmente costruita e introiettata che spesso si riversa in giudizi etici, fobie o paure verso ciò che percepiamo come “sporco” o “diverso”, che si tratti di identità, razze o comportamenti che esulano dalla norma. In questo senso, il disgusto non è solo una reazione fisica, ma un’arma potente, capace di plasmare i nostri giudizi e le nostre paure più recondite.

Il cinema horror, nella sua forma più estrema e conturbante, ci obbliga a guardare in faccia tutto questo. Ci costringe a confrontarci con ciò che è innominabile, sporco e abietto, non solo fuori di noi, ma anche nelle pieghe più oscure della nostra psiche.

Alice Tonini

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Rituali Notturni: Camminare tra Fantasmi e Storie

Cari lettori del mistero oggi la domanda “Con quale frequenza cammini o corri?” ha un che di ordinario, quasi banale. Ma per me, la risposta non è solo una cifra, un numero di giorni a settimana. È un’immersione, un rituale che si fonde con l’essenza stessa di ciò che amo: l’orrore e la letteratura del mistero. Non corro, il mio corpo non me lo permette, ma cammino. E non lo faccio di giorno, sotto il sole innocuo, ma quando il sole tramonta e l’aria si fa più scura e densa di segreti.

C’è qualcosa di profondamente catartico nel muoversi in un mondo che si assottiglia, dove le luci stradali diventano bagliori incerti e le ombre si allungano e si distorcono, creando forme spettrali. È in queste passeggiate serali che la mia mente si libera, e le storie che popolano i miei scritti trovano la loro linfa vitale. Ogni vicolo deserto può nascondere un segreto, ogni fruscio tra gli alberi può essere il preludio a un’apparizione. Le mie gambe mi portano attraverso il crepuscolo, e la mia mente cammina a fianco di fantasmi e creature notturne.

C’è un ricordo, in particolare, che mi riporta a una serata quasi perfetta. Era la settimana prima di Halloween, e un freddo sottile si era posato sull’aria, carico dell’odore di foglie morte e umidità. Una nebbia fitta si era alzata dal terreno, avvolgendo ogni cosa in un velo di mistero. Mia figlia e io avevamo deciso di fare una passeggiata, ma non una passeggiata qualsiasi. Indossavamo delle dentiere da vampiro che ci davano un’aria vagamente minacciosa, e con ogni passo, l’atmosfera si faceva sempre più lugubre e affascinante.Ci siamo addentrate nel buio e, tra il bagliore incerto dei lampioni e il silenzio rotto solo dai nostri passi, c’erano momenti di pura, deliziosa euforia. Vedere le facce di chi ci incrociava, che si trasformavano da curiose a perplesse, fino a un brivido di terrore appena accennato, era uno spettacolo impagabile. In quel momento, eravamo due personaggi di un racconto gotico, immerse in un’atmosfera che sembrava uscita direttamente dalle pagine di Poe.

Quando il tempo lo permette, scelgo la natura: sentieri solitari, boschi che nascondono storie non raccontate, dove l’unico suono è il mio respiro e il fruscio delle foglie sotto i piedi. Altrimenti, le strade del mio paese diventano il palcoscenico di mille storie possibili. Questa abitudine, per me, è un modo di unire il benessere fisico con la passione che nutro per il genere horror e del mistero. Non è solo un modo per tenermi in forma: è rilassante, mi libera dallo stress e favorisce un sonno profondo e sereno.È un rituale che non voglio perdere. Una pausa rigenerante che nutre non solo il mio corpo, ma anche la mia anima di scrittrice, permettendomi di camminare letteralmente tra le ombre che tanto amo raccontare. Alla prossima e buona passeggiata a tutti voi.

Alice Tonini

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Riflessioni su Walden: Un Viaggio di Crescita Personale

Caro lettore dell’ignoto bentrovato per un altro appuntamento con gli inviti alla lettura, l’ultimo che parla dei viaggi di crescita dei protagonisti.

Nel 1845, Henry David Thoreau si allontanò dal mondo. Ma dove andò, e perché?

Iniziò a costruire una piccola capanna sulle rive di Walden Pond, un lago di proprietà del suo amico e mentore, Ralph Waldo Emerson. Il 4 luglio di quello stesso anno, nel giorno dell’indipendenza, si trasferì lì.

Visse principalmente dei vegetali che coltivava, integrando la sua dieta con un “sacco strano di carne indiana” che ogni tanto riusciva a procurarsi. Lì rimase per poco più di due anni, andandosene nel settembre del 1847 perché, come lui stesso scrisse, “aveva molte altre vite da vivere”.

Il libro che ne nacque, Walden, fu pubblicato solo sette anni dopo, nel 1854.

Il nome di Thoreau è ormai sinonimo di un ritorno alla natura e a una vita solitaria, un’icona per chiunque voglia fuggire dalla società moderna. Ma questa fama nasconde un’immagine incompleta, quasi un mito. Molti credono che durante la sua permanenza a Walden Pond non abbia mai rivolto la parola a un essere umano, vedendo il suo libro come un manuale per eremiti. Ma la verità è molto più intrigante.

In realtà, Thoreau non era affatto un eremita. Sebbene vivesse gran parte del tempo in compagnia di sé stesso, il suo diario rivela un’altra storia. Walden stesso elenca i visitatori che lo raggiungevano, e non erano pochi: a volte ne contava venticinque o trenta alla volta! Non solo, ma andava spesso in paese, ogni giorno o due, per tenersi aggiornato sulle ultime notizie, non solo dai giornali ma anche dai pettegolezzi che raccoglieva conversando con gli altri.

Descriveva questa esperienza come un toccasana in “dosi omeopatiche”, rinfrescante come il fruscio delle foglie o il salto delle rane. Addirittura, nel febbraio del 1847, a mesi di distanza dalla sua partenza, tenne due conferenze sulla sua vita al lago in un liceo. Non era un eremita solitario, ma uno scrittore talentuoso che usava la sua vita e il suo diario come materiale grezzo per un’opera meticolosamente rielaborata per anni. Il critico Michael West ha notato che Thoreau si diverte a giocare con l’idea che il lettore ha di lui, quasi a prendersi gioco del “solitario amante della natura”.

Walden è un libro misterioso che sfida ogni classificazione. È filosofia? Saggistica? Una biografia? Un manuale sulla natura? Mistico? Critica sociale? È tutto questo e nulla di tutto ciò. È un “libro-talismans”, con una forma organica scolpita da Thoreau durante la sua residenza nella natura. Man mano che lo si legge, si diventa consapevoli di una danza di opposti: civilizzazione/natura, passato/futuro, fantasia/esperienza, esseri umani/altri animali.

È un testo che nasconde la sua serietà sotto una superficie spiritosa. Le parti più divertenti del libro nascondono la sua tragica storia familiare, segnata dalla prematura scomparsa per tisi della madre, e quella stessa malattia un giorno lo avrebbe ucciso a soli 45 anni. Alcuni critici, come West, suggeriscono che questo spirito scherzoso sia un tentativo di esorcizzare la morte. Ma, in questo rifiuto della morte, risiede la magia del libro, il suo ottimismo per l’individuo e per la giovane nazione americana.

Il messaggio finale è un incantesimo potente, un atto di fede: “C’è ancora più giorno che deve sorgere. Il sole non è che una stella del mattino.”

Non si tratta solo di citare qualche frase qua e là ma di interiorizzarle, così come si dovrebbe memorizzare l’intero, celebre passaggio del secondo paragrafo della sezione 13, che inizia così: “Sono andato nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e vedere se non potevo imparare ciò che essa aveva da insegnarmi, e non, quando fossi venuto a morire, scoprire di non aver vissuto.”

Carissimi lettori del mistero Walden non è un libro, è un rituale, un’esperienza che ti invita a guardare la tua vita e il tuo posto nel mondo con occhi diversi, proprio come fece lui.

5 risposte a “Riflessioni su Walden: Un Viaggio di Crescita Personale”

  1. Avatar wwayne

    Sul tema del viaggio è molto bello anche quest’altro libro: https://wwayne.wordpress.com/2020/08/23/un-sogno-da-realizzare/. L’hai letto?

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    1. Avatar Alice Tonini

      Non ancora, grazie mille 👍

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      1. Avatar wwayne

        Allora sono onorato di avertelo fatto scoprire: è davvero bellissimo nella sua semplicità. Colgo l’occasione per dirti che mi sono appena iscritto al tuo blog. Grazie a te per la risposta! 🙂

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  2. Avatar Silvia Lo Giudice

    Lo considero come un diario di un’esperienza inconsueta. Ne ho parlato anche io nel mio blog. Mi ha molto colpito non tanto la sua solitudine, che come dici bene tu, non è mai stata completa, quanto i riti (come il bagno nel lago) e le sensazioni legati a una vita dentro la natura. Buona serata

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  3. Avatar Giganti della Letteratura: Dialoghi tra Sogni ed Illusioni | Alice Tonini

    […] loro indagine esistenziale, clicca qui: Razzismo e identità in L’uomo invisibile 📚, Riflessioni su Walden: Un Viaggio di Crescita Personale, La Montagna Incantata: Viaggio tra Amore […]

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