Horror: nascita di un genere, dalla letteratura ai film

Lettori del mistero parleremo ancora di demoni e di altre creature le cui origini appartengono alla storia e al folklore locale ma per completezza vorrei anche approfondire alcuni aspetti storici più pertinenti alla nascita dei film horror e al legame di questi ultimi con la letteratura perché in fondo è di libri che qui si parla e senza libri la maggioranza dei film non ci sarebbero.

Le storie dell’orrore sono con noi da sempre: raccontate intorno al fuoco e sviluppate poi in romanzi e racconti brevi, oggi sono protagoniste anche di film e videogiochi.

I primi film horror sono stati ispirati dai mostri classici, in particolare dai “morti viventi” o “non morti“. Trattarono in particolare la paura della morte e di quello che può succedere dopo, una delle paure più antiche per l’uomo. E se non fossimo davvero morti? Che cosa accadrebbe se tornassimo indietro dalla morte come “qualcos’altro“? Cosa accadrebbe se non fossimo né morti né vivi? Sono paure che nascono dal desiderio umano di essere immortali, dalla complessità della nostra psiche e dalla sua incapacità di dare un senso alla morte.

Mary Shelley con il suo Frankenstein apre la carrellata di personaggi non vivi cui l’industria del cinema ha attinto a piene mani, scrisse la sua opera in svizzera nel 1816 e venne pubblicata nel 1818. Frankenstein è un romanzo gotico nato per intrattenere un gruppo di amici, scritto di fretta mentre l’autrice era impossibilitata a uscire a causa del mal tempo durante una vacanza con il suo amato. Fu lord Byron, amico e vicino di casa a indire una competizione per vedere chi potesse scrivere la storia dell’orrore migliore.

La storia del dottor Frankenstein segue il ritorno alla vita di un corpo costruito con le parti di altri cadaveri. Shelley pesca elementi religiosi e scientifici, rifugge dalle regole della letteratura classica dell’epoca e rielabora l’idea orrorifica di un corpo che viene creato dall’uomo e non da Dio, un essere umano nato dai resti di altri esseri umani: da ciò può nascere solo un abominio. L’opera diventa intrigante a causa proprio dei tabù che va a infrangere. In un tempo dove il bravo cristiano viveva nella convinzione di essere creazione divina e il tentativo umano di creare la vita suonava scioccante e orrorifico. Mary Shelley ha sottotitolato la sua opera ” Un Prometeo moderno“, con riferimento al dio che fece arrabbiare Zeus portando il fuoco agli uomini. La storia funziona su molti livelli diversi e da qui la radice della sua popolarità e longevità. L’horror infrange i tabù ma allo stesso tempo piace alle masse. Raggiunge la psiche ad un livello talmente profondo che permette allo spettatore di esplorare aree inaccessibili della mente in modo sicuro, all’interno dei confini di una storia.

I vampiri sono i mostri più comuni e longevi. Bram Stoker con Dracula scritto nel 1897 ancora oggi affascina il pubblico. Le radici storiche sono la parte più emozionante dell’opera anche se non sappiamo con certezza quanto Stoker sapesse della vera storia di Vlad III Drakul l’impalatore che, come dice il nome, amava impalare i nemici. Dal 1456 al 1462 si dice che infilzò con i pali centinaia di migliaia di persone. Per questa sua abitudine divenne un personaggio folkloristico molto noto in Romania. Il nome Dracula (figlio di Dracul) deriva da un ordine cavalleresco “L’ordine del Dragone” fondato nel 1431. A causa del coraggio dimostrato nelle battaglie contro i turchi Vlad II venne fatto membro dell’ordine e dopo di lui il figlio, Vlad III, ereditò il titolo. Si racconta che Stoker venne a conoscenza della storia del conte durante le sue letture sulla storia e cultura rumena e modificò il nome del suo personaggio malvagio da Wampyr in Vampire (è in inglese).

Altre influenze alla sua opera le troviamo nel lavoro di Sheridan Le Fanu, irlandese, che nella sua novella Camilla (1872) riporta la tradizione delle sidhe (mitologia gallese, erano donne che bevevano il sangue), poi possiamo citare Giulio Verne con il suo Castello dei Carpazi e Anne Radcliffe con I misteri di Udolpho. Stoker frequentava abitualmente la cittadina di Whitby sulla costa dello Yorkshire e ha mescolato luoghi e nomi, anche di Londra, per costruire la sua ambientazione.

Dracula è stato adattato da Hamilton Deane nel 1924 anche se si dice che Stoker stesso abbia scritto il primo adattamento teatrale presentandolo al London Lyceum Theatre con il nome di “Dracula, il non morto” nel maggio del 1897, poco prima della pubblicazione del romanzo. Quello di Deane fu il primo adattamento a essere autorizzato dalla vedova di Stoker e venne messo in scena un volta sola, forse perché durava più di quattro ore (un moderno Avatar). Una curiosità, il primo atto iniziava con Reinfield, il servo del conte, che sproloquiava in un lungo monologo sul fatto che lui era stato creato dal conte e che non lo avrebbe mai perdonato per questo, racconta poi tutta la storia del conte e della Transilvania e si gustava un ratto saporito prima di uscire di scena.

Il film di Tod Browning del 1931 intitolato Dracula ha visto partecipare l’attore ungherese Bela Lugnosi che ha reso popolare l’immagine del vampiro in giacca e cravatta dal volto impomatato che abbiamo oggi. C’è poi un film russo andato perso di cui ci resta il titolo Drakula del 1920 e c’è il più conosciuto Nosferatu. Il classico film espressionista tedesco diretto da F.W. Murnau (1921) ha come protagonista Max Schreck. Fu un adattamento non autorizzato del libro di Stoker; lo studio di produzione fu costretto a modificare tutti gli elementi della storia perché non riuscì a ottenere i diritti del romanzo originale. Il film in questo caso funzionò egregiamente perchè Schreck seppe tirare fuori il meglio dal mostro, come successe più tardi con Frankenstein (1931). Nosferatu fu l’unica produzione dello studio Prana Film (fondato nel 1921 da Dieckmann e Grau).

Le riprese iniziarono nel giugno 1921, principalmente a Wismar, un piccolo porto a nord della Germania, le riprese in esterno che dovevano mostrare la transilvania, vennero eseguite in slovacchia. Il cameramen, tale Fritz Arno Wagner aveva a disposizione solo una camera e quindi solo un negativo originale. Le istruzioni di Galeen (sceneggiatore) sulle posizioni della camera e l’esposizione delle luci vennero seguite scrupolosamente ma questo non impedì al regista di riscrivere dodici pagine. Curiosità, per Nosferatu il sole è letale mentre al nostro Vlad Drakul causa solo un leggero indebolimento.

La famiglia di Bram Stocker citò in giudizio la Prana Film per violazione del copyright e vinse, questo causò il fallimento della compagnia. La corte ordinò la distruzione di tutte le copie esistenti di Nosferatu ma una copia sfuggì alla mattanza e riuscì a essere distribuita, da quella vennero tratti duplicati a decine che finirono in ogni angolo del mondo. Oggi è considerato un cult del genere ed è uno di quei film che gli studenti di storia del cinema devono conoscere.

Lo stesso sceneggiatore di Nosferatu, Henrik Galeen, nel 1920 aveva portato sugli schermi Der Golem, insieme a Paul Wegner, come parte di una serie iniziata nel 1915 che si ispirava alla mitologia ebraica dei golem: esseri antropomorfi fatti di argilla che vengono riportati in vita dalla parola ebraica Hemet (verità) scritta sulla fronte delle creature. L’unico modo per spegnerli è cancellare una parte della parola e lasciare la scritta Met (morte).

Tornando al nostro vampiro preferito, fino a oggi sono stati prodotti più di duecento versioni della storia di Dracula. Frankenstein di Whale invece fu un successo tale da produrre un sequel: La sposa di Frankenstein (1935).

Dagli anni ’40 del 1900 la Universal ha monopolizzato il mercato dell’horror per più di dieci anni ma questa è un’altra parte della storia che vedremo la prossima volta. Per ora ci basti sapere che le radici del cinema horror trovano nutrimento in quei classici che da generazioni spaventano il pubblico.

Per ora è tutto, buona lettura a tutti e alla prossima.

Alice Tonini

Maggio 2023 a Libri sotto i portici

 Una buona giornata a tutti voi lettori, spero tanto che questo fine settimana vi abbia lasciato il tempo di riposarvi e di divertirvi e magari qualcuno di voi ha trovato il tempo di venire a trovarmi a Libri sotto i portici.

Infatti questo fine settimana in piazza Mazzini a Castel Goffredo in provincia di Mantova si è tenuta l’edizione di giugno di Libri sotto i portici.

La piazza e le vie si sono riempite di bancarelle e di persone e nel solito angolo c’eravamo anche noi. Nonostante le previsioni meteo infauste e una leggera pioggia verso le otto e mezza il resto della giornata è stato fin troppo caldo.

Dalle dieci tra i banchi si è aggirata parecchia gente, in più la piazza ha visto anche la presenza dei gazebo dedicati alle prossime elezioni politiche. 

In più accanto al municipio Claudio Danesi, calligrafo, ha prestato la sua arte per raccogliere offerte per il museo del Mast scrivendo nomi e parole a scelti dal passanti in modo originale e artistico.

Il cibo di strada in vendita è stato l’amarburgher preparato dalla Pro loco, con un hamburgher all’erba amara, insalata e salse. Un piatto aromatico e dolce andato esaurito in poche ore.

 

Presso il museo del Mast era esposto il plastico di Corrado Monfardini che illustra le mura settecentesche di Castel Goffredo. Una minuziosa ricostruzione della pianta del paese e delle sue mura così come si presentavano. Si trattava di mura possenti intervallate da sette torrioni che proteggevano il centro abitato, se volete saperne di più da giovedì il plastico sarà nuovamente visibile presso il museo della torre intitolato a Corrado Bocchi.

Questo per ora è tutto, la prossima edizione del mercato si terrà il quattro giugno, vi aspettiamo come sempre numerosi.

Buona lettura a tutti, un abbraccio.

Alice Tonini

Scopriamo insieme la psicologia dell'horror.

 Oggi un po’ di psicologia del macabro con un articolo che parla di romanzi e film horror e del loro successo tra il pubblico.

Che cosa ci attrae dell’horror? Perché ci piace essere spaventati da un film o da un romanzo?

Come scrittori e lettori del genere è una domanda che ci siamo fatti tutti e la risposta necessita di una riflessione sulle teorie della natura delle opere horror.

Dagli accademici l’horror è definito come “paura di alcune minacce di natura esistenziale e disgusto sulle potenziali conseguenze”. Ma per tutti noi è la paura dell’ignoto.

E’ facile richiamare alla mente dozzine di film che crescono l’aspettativa del disgusto e della paura: L’enigmista (dal 2004 al 2010), Hostel (2005), Il centipede umano (2009) solo per nominarne alcuni. Questi film contengono scene grafiche di violenza, sofferenza fisica e scene alla Grand Guignol (per chi non lo sapesse era un teatro parigino specializzato in spettacoli truculenti e violenti).

Le prime scene cinematografiche del genere le abbiamo con Herschel Gordon Lewis nel 1963 con Blood Feast, dove, in modo simile a Frankenstein, uno scienziato deve raccogliere parti di cadaveri per riportare in vita una antica divinità egizia. Il film contiene scene di tortura, smembramenti, decapitazione e cannibalismo ed è considerato il primo splatter della storia. Ovviamente la censura ci andò pesante e la critica non si risparmiò. 

Perché Carrie piace? In fondo chi non la invierebbe al ballo…

Lo stesso destino lo ebbero altri film come Hostel, definito dai critici un “porno di torture” (il genere è chiamato in inglese Gorno), La casa dei mille corpi (2003) o L’enigmista hanno subito medesime critiche. Questi film sono accusati di mostrare scene estreme, sequenze di tortura, decapitazioni e mutilazioni. Ma il franchise dell’enigmista ha all’attivo più di 100 milioni di dollari di fatturato, Hostel 80 milioni di dollari di attivo. Molta dell’attrattiva moderna di questi film è aggiunta dallo sviluppo di nuove tecniche, effetti speciali e dall’alto valore produttivo della serie a cui aggiungiamo quell’effetto splatter che tanto piace al pubblico. Ma non c’è solo quello.

Vale la pena considerare l’influenza della censura sullo scrittore e sul suo lavoro. Creare una storia che è così estrema da attrarre quel tipo di critiche e censura di cui abbiamo parlato può essere buona pubblicità, ma se è fatto solo per aggiungere sesso gratuito, violenza e cattivo gusto non è horror ma sensazionalismo, e quello è un’ altra cosa. Nel mio sito l’estremo fine a sé stesso non ci interessa, a noi interessano i prodotti di qualità.

Dovrebbe essere la censura a selezionare i prodotti per distinguere quello che è più adatto al pubblico e indirizzare quelli più forti a chi ha più di diciotto anni, ma non sempre ha fatto bene il suo lavoro.

Piace perché? Noi che apprezziamo le buone compagnie…

L’esorcista (1974) fu considerato così scioccante che molti spettatori vennero presi dalla nausea, dalle convulsioni, attacchi di panico e di rabbia: uno spettatore di San Francisco si lanciò contro lo schermo con l’obiettivo di uccidere il demone. Ovviamente ci fu l’intervento di una ambulanza.

L’ultima casa sulla sinistra (1972) fu il debutto del regista Craven. La storia delle due teenagers rapite e violentate da degli evasi venne giudicato troppo realistico e il film venne censurato in molti paesi inclusa la Gran Bretagna, per 17 anni, fino al 2008.

Il centipede umano ha subito trentadue tagli e ancora oggi è uno dei film più censurati. (Ok ci avevo dato un’occhiata qualche anno fa ed era davvero tosto, considerate che non ho avuto problemi con Terrifier).

Le risposte alle domande che ci siamo posti all’inizio dipendono in gran parte da voi, da quello che cercate in un film o in un romanzo.

Stephen King ha dichiarato che secondo lui l’horror è un barometro sociale indicativo delle problematiche che agitano la società umana in un dato periodo di tempo, suggerisce anche che per uno scrittore è utile studiarsi i vecchi film per avvicinarsi ai problemi.

Carrie (1976) può essere un esempio. Negli anni ’70 la paura del femminismo era un problema reale e negli stati uniti era in corso una seconda ondata di proteste. Il film inizia con la visione quasi pornografica di un gruppo di adolescenti sotto le docce della scuola. L’orrore inizia con Carrie che entra nella maturità sessuale e apprende di avere poteri demoniaci. La paura sociale verso le giovani donne che imparano a esprimersi e come sfruttare il loro intelletto e la loro emotività negli anni ’70 era considerato un argomento tabù.

Più di recente abbiamo The Mist (2007) che racconta la paura di una invasione aliena e investiga sulle capacità della scienza di sviluppare nuove armi. Riporta ai vecchi film di mostri anni ’50 e alla paura dello straniero, dell’entità invisibile che può calare su di noi da un momento all’altro. Il film o il racconto di King ci invitano a concentrarci su quanto accade in un piccolo supermercato dove un particolare personaggio con credenze religiose “fondamentaliste” prende il controllo di un piccolo gruppo di persone e le spinge a comportarsi nel peggiore dei modi. Ancora oggi la società statunitense è percorsa da ondate di fondamentalismo cristiano che hanno avuto conseguenze anche dal punto di vista legislativo, vedi l’abolizione del diritto all’aborto.

La catarsi, l’immedesimazione del pubblico nel film e nel romanzo permette l’immersione in emozioni negative in un ambiente sicuro. Entro i confini di un cinema, o della propria casa ci si sente più sereni quando il libro finisce o il film giunge all’ultima scena. Ricerche hanno dimostrato che l’horror è una valvola di sfogo sicura e non una incitazione ad una aggressione giustificata. La teoria è conosciuta come “transfer dell’eccitazione” secondo la quale per il pubblico è una esperienza con effetti estremamente positivi arrivare alla risoluzione finale di un’opera. C’è un grande rischio nel lasciare il finale in sospeso, per farlo dovete essere scrittori di grande esperienza.

Jung e Freud ci hanno lasciato teorie su catarsi e dramma. Per Freud l’horror è la manifestazione di pensieri e sentimenti ricorrenti che sono stati repressi dall’ego ma che sono familiari per l’individuo. Per Jung l’horror è connesso ed ha una relazione stretta con importanti archetipi, in particolare con quello delle ombre come ad esempio la madre ombra. Ci son film come Mum & Dad (2008) che sovvertono i ruoli genitoriali tradizionali in una parodia inversa che trasforma le relazioni genitoriali in un incubo. L’archetipo delle ombre lo troviamo in Shining (1980) dove il protagonista diventa un padre ombra.

Perché questi film funzionino il pubblico deve sospendere le proprie credenze. Questa sospensione ha le proprie radici nelle forze sovrannaturali e nella abnormalità dello splatter. Per tutta la durata del film e del romanzo dobbiamo credere che queste cose siano possibili. Persino film come Lo squalo (1975) per funzionare ha bisogno che crediamo in uno squalo grande come un camion si mangi la gente in spiaggia.

Anche per oggi è tutto, come al solito vi do appuntamento alla prossima. Vi invito, se non l’avete ancora fatto, ad iscrivervi alla newsletter (come al solito se non ricevete subito la mail cercate nella spam).

Buona lettura e buona visione a tutti.

Alice Tonini

La magia nell'antico Egitto: tra incantesimi di magia nera, legamenti d'amore e religione

Eccoci con un nuovo articolo che parla di magia e misteri legati all’antico Egitto. 

Un passo alla volta ci stiamo avvicinando all’uscita del prossimo libro e allora gli iscritti alla newsletter (e voi lo siete tutti vero?) riceveranno alcuni articoli in anteprima sui temi trattati che ovviamente si collegano a quanto stiamo dicendo in questi post oscuri, riceveranno una anteprima del libro, potranno vedere la copertina prima della pubblicazione…ma torniamo in Egitto.

L’ultima volta che abbiamo parlato della civiltà dell’antico Egitto abbiamo trattato Il libro dei morti che serviva ai defunti per arrivare in paradiso ma ci sono aspetti della religione politeista egizia che interesseranno chi di voi è appassionato di magia, fantasy o esoterismo.

Quella che oggi chiamiamo magia nera è stato un elemento fondamentale della società egizia, utilizzato per secoli da uomini e donne per risolvere i propri problemi d’amore, denaro, guerra e salute.

Anche dopo la fine dell’epoca faraonica alcune pratiche magiche si sono conservate intatte nella tradizione della chiesa cristiana copta e dell’islam. Nel rinascimento e nei libri di medicina medievale possiamo trovare traccia di pratiche rituali in tutto e per tutto simili a quelle in uso nell’antico Egitto. 

Il significato che veniva dato alla magia era diverso da quello che vi attribuiamo oggi, all’epoca tutti credevano nel potere delle pratiche magiche che erano considerate il lato pratico della religione. Secondo i miti della civiltà dell’antico Egitto le divinità avevano donato all’uomo la magia perché gli fosse d’aiuto nella vita di tutti i giorni, per contrastare il destino avverso. 

C’erano pratiche magiche per favorire i raccolti, per guarire dalle malattie e rituali di magia nera contro persone o intere famiglie. C’erano legamenti d’amore per sedurre la donna desiderata o per aumentare gli affari e il successo della propria attività economica.

Heka stringe tra le mani due serpi.

Secondo la mitologia la magia era la scintilla che aveva dato il via alla creazione. Il dio Aton creò l’universo pronunciando il nome di tutte le cose, il suo figlio primogenito Heka infuse nelle cose l’energia, il potere vitale dando vita al cosmo e agli altri dei. Lo stesso nome Heka significa ”colui che infonde potere”. Heka dava vita alla magia, la personificava rendendo possibile che delle formule scritte potessero maledire qualcuno o dagli la vita eterna nel mondo reale.

In più di 3000 anni di storia egizia, il potere magico di Heka venne utilizzato nelle cerimonie pubbliche e private per portare vantaggio ai singoli individui o a tutto il popolo egizio.

Le pratiche magiche si basavano su tre aspetti: il rituale da compiere, il testo da leggere e gli oggetti. Gli oggetti erano di vario tipo: c’erano gli amuleti realizzati da appositi artigiani o potevano essere richiesti elementi presenti in natura come le lingue di lucertola, gli occhi di scimmia o le lacrime di asino.

Scatola di cosmetici e unguenti considerati dalle proprietà benefiche.

Le formule magiche si evolvevano nel tempo e riflettevano il periodo in cui erano state scritte. I rituali del periodo greco romano in Egitto tra il 300 a.C e il 400 d.C. riguardavano soprattutto salute, affari e amore. In quest’epoca l’ingrediente più utilizzato era il sangue di gladiatore (non era specificato se vivo o morto) che serviva a dare vigore all’incantesimo.

L’historiola era un breve racconto mitologico che si apponeva all’inizio dei testi e serviva per estendere il potere degli dei al momento in cui si eseguiva il rituale. 

Il rito poteva essere semplicissimo: si portavano a un altare parti di piante e oggetti e si recitava un incantesimo. Nei rituali di magia nera, con l’obiettivo di esacrare un nemico, si prendeva un vaso d’argilla o una statuetta, si incideva il nome e si rompeva l’oggetto. Il testo della formula veniva poi seppellito in un cimitero abbandonato o messo in bocca a un defunto. Si credeva che nei cimiteri abbandonati le anime dei defunti che si sentivano trascurate erano talmente infuriate da essere disposte a prendersela con i vivi per vendicarsi.

L’entrata del tempio di Edfu

Il tempio era il luogo della magia, li avvenivano i rituali, se ne inventavano di nuovi e si studiavano e conservavano quelli già esistenti. Esistevano biblioteche annesse ai templi più importanti e al palazzo del faraone dove i sacerdoti si recavano per studiare le pratiche della scienza magica. Il catalogo della biblioteca di Edfu elenca centinaia di opere contenenti testi magici o testi di medicina fatti interamente di formule magiche. 

Gli incantesimi venivano venduti al pubblico in formulari precompilati dove venivano lasciati gli spazi bianchi nel posto dove bisognava apporre i nomi delle persone da maledire, il richiedente e il nome di sua madre, fondamentale per rievocare il potere degli antenati. 

I sacerdoti erano gli autori degli incantesimi e i custodi di queste tradizioni, eppure non erano i soli a praticare le arti magiche.

La magia nell’antico Egitto era cosa pubblica e lecita, permessa a tutti, usata in ogni aspetto della quotidianità. In tutta la storia dell’antico Egitto mai nessuno è stato processato per aver utilizzato degli incantesimi di magia nera contro qualcuno perché era ritenuto normale.

All’interno di un tempio durante l’anno si alternavano diversi gruppi di sacerdoti, nel periodo di tempo che trascorrevano al di fuori dai loro doveri religiosi potevano dedicarsi ad altre attività economiche, tra cui c’era la vendita di incantesimi di magia nera. Spesso erano gli stessi sacerdoti, sotto compenso, a portare le formule nei cimiteri e a infilarle nella bocca dei cadaveri.

Il faraone stesso utilizzava i testi di magia nera per annientare i nemici dell’Egitto durante cerimonie pubbliche e private. Durante la cerimonia della rottura dei vasi rossi, si scriveva il nome del popolo nemico sui vasi o statuette che venivano rotte e seppellite nei cimiteri. In caso di assenza di cimiteri si poteva sempre crearne uno, in quel caso bastava tagliare la gola a un nemico e spargere i suoi resti in giro. La sua anima in collera avrebbe fatto il resto. 

Sacerdote che officia un rito 

Nei villaggi i sacerdoti adattavano i rituali che utilizzava il faraone per andare incontro ai bisogni quotidiani della popolazione. C’erano rituali per evitare i morsi di serpente e di scorpione o per favorire una gravidanza. Le formule utilizzate per sottomettere i nemici vennero adattate per l’utilizzo in campo amoroso. Lo scopo non era quello di fare innamorare ma di sottomettere la volontà della vittima ai voleri di chi praticava l’incantesimo.

La magia nera fu un elemento centrale della magia egizia e influenzò anche altre civiltà vicine, lo possiamo vedere nella storia di Geremia nell’antico testamento che maledì gli israeliti rompendo un vaso d’argilla e recitando un maleficio (Geremia C19,11).

Questo tipo di formule magiche restò in uso per diversi secoli anche dopo che il cristianesimo iniziò a diffondersi in Egitto. Molti monaci che si convertirono al cristianesimo copto erano stati educati secondo le antiche usanze magico religiose, per questo la magia continuò a essere praticata anche nei secoli successivi. Non è mai stata resa ufficiale dalla chiesa ma molte pratiche sono utilizzate in modo ufficioso anche oggi. 

Prima di concludere due parole sulla medicina. 

Nell’antico Egitto i medici erano noti come I profeti di Heka, dio della magia e le loro pratiche erano un misto di credenze , magia e folklore locale. 

Thoeris che protegge la gravidanza. 

Ad esempio a causa dell’altissima mortalità, durante la gravidanza si rendeva necessario prendere ogni precauzione possibile incluso l’uso delle arti magiche per proteggere madre e figlio. E’ stato ritrovato un testo intitolato Pratiche magiche per madre e figlio che elencava una serie specifica di rituali e incantesimi. Gli oggetti che si usavano erano le zanne di ippopotamo che servivano per disegnare cerchi magici attorno al letto, c’erano unguenti incantati che si utilizzavano per curare le smagliature e portare sollievo alla partoriente che tramite questi assorbiva il potere della dea protettrice del parto Thoeris.

Uno dei rimedi più noti per curare i disturbi gastrici era il latte di una donna che aveva partorito un figlio maschio. Si tratta di un ingrediente che comparirà nei trattati di medicina fino al 17° secolo, agli albori della medicina moderna. Poi c’era l’uso dello Wadjet o l’occhio di Horus e lo sputo che era ritenuto un rimedio quasi miracoloso. Un’altra pratica diffusa tra chi non poteva permettersi rituali personalizzati era quella di bere acqua dalle virtù magiche, un’acqua dove era stato immerso un amuleto che l’aveva impregnata delle sue virtù. Chi la beveva assimilava il potere benefico o malefico delle parole. Una tradizione simile è in uso nell’islam dove si utilizzano ciotole con incisi versi del corano e si pensa che bere acqua da queste porti giovamento.

L’occhio di Horus o Wadjat

E anche per oggi è tutto, spero che anche questo articolo vi si piaciuto. Iscrivetevi alla newsletter se ancora non l’avete fatto (se non doveste ricevere mail vi chiedo di controllare nella spam) e restate in contatto perché ci sono parecchie novità in arrivo.

Buona lettura a tutti.

Alice Tonini

Viaggiamo insieme nel passato per approfondire le memorie di Benjamin Franklin

 Torniamo a parlare delle biografie più vendute e torniamo a parlare di un presidente degli Stati Uniti (per essere più precisi di uno dei padri fondatori). 

E’ un personaggio che si ama o si odia e faceva discutere di sé già ai suoi tempi. Sappiamo che D.H.Lawrence lo odiava e nelle sue lettere si riferisce a lui come al “dottor Franklin color tabacco” (era un modo spregiativo per paragonarlo agli schiavi, non dimenticate che nacque nel 1706 e morì nel 1790). Norman Rockwell per prendersi gioco di lui lo ha dipinto mentre legge circondato da donne francesi vestite in modo succinto, tre delle quali si strusciano sulla sua persona e una quarta inginocchiata ai suoi piedi lo osserva estatica. 

Era un uomo poliedrico, dai molteplici interessi e dalle infinite passioni. Ha inventato uno strumento musicale, l’armonica di vetro, per la quale Mozart e Beethoven scrissero pezzi, e praticava nuoto, dicendo che gli serviva per sviluppare i muscoli delle braccia. 

Chi era Benjamin Franklin, il pittore che trascinava le sue povere provviste in una carriola attraverso le strade di Philadelphia e che divenne uno dei più potenti uomini delle colonie del nord America? 

La sua autobiografia intitolata L’autobiografia di Benjamin Franklin, di 170 pagine circa e disponibile anche in italiano lo chiarirà a tutti giusto?

Sbagliato, ovvio. 

E’ senza dubbio un’opera affascinante ma al tempo stesso oscura, illuminante ma fuorviante.

Se vogliamo saperne di più sul suo lavoro perché vogliamo approfondire la nostra conoscenza della Dichiarazione di indipendenza e della Costituzione americana qui non troverete assolutamente niente, il libro si interrompe nel 1760. (Sappiamo che avrebbe voluto finire di scriverla, in più di una occasione si riferisce a questo libro come alle sue “memorie” ma è morto prima di poterlo fare).

La questione dell’accuratezza dei ricordi della sua giovinezza resta: lui scrive le tre sezioni principali all’età di 65 anni, 78 anni e 82 anni (c’è una quarta parte frammentaria scritta a 84 anni, l’anno della sua morte). 

Oltre la questione della memoria, si mette in dubbio anche quanto lui abbia deliberatamente modificato alcune immagini di sé stesso da lasciare ai posteri. Problema che già abbiamo affrontato quando abbiamo approfondito le memorie di altri presidenti.

Scholar Robert F. Sayre chiama le prime tre parti “tre separate esplorazioni della scoperta di sé e dell’ auto promozione”. Dove finisce l’uomo e dove inizia la maschera? 

Andare a letto presto e alzarsi presto rende un uomo in salute, forte e saggio. Andare a letto tardi e alzarsi tardi ci fa avere una vita sociale migliore.

Se leggiamo la lettera introduttiva del 1771 indirizzata suo figlio illegittimo William, noi possiamo immaginare un padre desideroso di istruire il giovane su come trovare il proprio sentiero nella vita. Ma ci sorprenderemo quando verremo a sapere del fatto che William non solo ha circa quarant’anni al tempo ma è il governatore del New Jersey! (I due uomini diventeranno estranei in modo permanente durante la Rivoluzione quando il figlio resterà fedele all’Inghilterra.)

Perché dobbiamo leggere questa roba scritta centinaia di anni fa oggi? 

Una ragione è perché è divertente avere una impressione di prima mano degli aneddoti della vita giovanile di Franklin che fanno oggi parte della mitologia e della cultura statunitense. Abbiamo il Ben teenager appena arrivato a Philadelphia che acquista “tre grandi involtini” mangiandone uno e tenendo gli altri sotto braccio mentre si aggira per le strade.

Una seconda ragione e più profonda può essere quella di capire la lezione che questo “uomo archetipico in crescita”, per citare le parole di uno degli editori, ci insegna su come diventare un uomo che si fa da sé. Le sue dettagliate ed elaborate istruzioni completate con schede grafiche su come passare da mendicante a riccone ispirano anche lavori più tardi come i libri della serie di Horatio Alger. Per chi di voi no lo sapesse quest’opera è servita anche come modello per le pagine del Grande Gatsby: un giovane James Gatz che non solo ha come obiettivo il benessere in generale come la salute e la saggezza ma studia l’elettricità e non manca di ideare invenzioni, omaggi morti all’idea di Franklin che esiste nella mente di Fitzgerald.

Come è meraviglioso quest’uomo che amò i suoi dieci anni a Londra e costruì nei suoi otto anni a Parigi l’immagine per i posteri di essere stato il primo vero americano e di avere aiutato la sua nazione a crearsi una identità nazionale.

Per saperne di più su questo uomo intrigante dai mille volti leggete Walter Isaacson la sua biografia generale: Benjamin Franklin an american life, e anche l’opera di Gordon S.Wook: The americanization of Benjamin Franklin, uno studio affascinante che ci mostra come quest’uomo che una volta era ben lontano dall’aristrocrazia europea ha raggiunto i suoi obiettivi giocando a mettersi la parrucca dell’americano, non pensando neppure lontanamente di essere un ciarlatano con indosso vestiti eleganti e l’etichetta di “persona semplice”. L’autobiografia è il vostro punto d’inizio.

E anche per questo appuntamento è tutto. Auguro a tutti voi una serena pasqua e buona lettura a tutti.

Alice Tonini

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