Viaggiate con me nelle terre dei mostri che si trovano dentro e fuori di noi.

 Ripartiamo con il nostro viaggio nei sottogeneri dell’horror.

Oggi faremo una breve tappa tra i mostri che sono diventati immancabili sul grande schermo grazie alla tecnologia e ci incamminiamo nell’intricata foresta dell’horror psicologico.

Come dicevo prima grazie alle tecnologie a disposizione oggi, ad esempio il green screen o  sfondo verde usato nelle fasi di produzione, la Cgi o computer generated imagery utilizzata insieme alla motion capture e altre tecniche simili, è diventato possibile creare quasi ogni tipo di essere
dentato e multi tentacolato a patto che il budget sia abbastanza sostanzioso da consentirlo. 

Un buon budget può permettere di animare creature
con un aspetto eccellente come Monster Man (Davis, 2003), la
trilogia di The Feast (Gulager, 2005- 2008; Adam, 2009) e Cloverfield
(Matt Reeves, 2008) che hanno richiesto parecchi fondi e molto
lavoro in studio di produzione. Gli sforzi solitari di Gareth Edwards con Monsters
(Edwards, 2010) hanno richiesto parecchio tempo e gli effetti Cgi hanno voluto mesi di intenso e duro lavoro. Da citare anche Un posto tranquillo (Krasinski, 2018) che aggiunge ai mostri un concepti originale. Una volta che avete uno
studio adeguato potete anche permettervi di girare King-Kong (Jackson, 2005) o
Prometheus (Scott, 2012) ma se vi mancano i fondi economici è meglio se concepite
qualcosa che possa essere immaginato per la gran parte del film senza mai essere mostrato. O
meglio ancora se il mostro è dentro il protagonista come negli horror psicologici, qui si che si
risparmia.

L’horror psicologico è la porta che cigola, la bambola posseduta,
la casa maledetta con graffi lungo i muri, le immagini
evanescenti che si dissolvono nell’aria. E’ l’improvviso suono di un telefono – un bello
spavento. E’ una faccenda tutta interna, che non lascia spazio al grottesco;
invece c’è la nebbia, ci sono le ombre e c’è l’orrore che creiamo
nella nostra immaginazione.

Qui abbiamo a che fare con il mistero, quelle zone
d’ombra che risiedono dentro l’anima umana stessa e con le nostre
fatiche per determinare la nostra natura. L’idea è quella di
accedere alla nostra psiche, quella parte di noi stessi che troviamo
nei sogni, negli incubi, nella pazzia, nelle visioni o nelle
allucinazioni. Quasi tutti i thriller psicologici parlano della
pazzia o dell’assenza di una coscienza umana. Questo richiede personaggi
complessi, come il killer Robert Rusk in Frenzy (Hitchcock, 1972) o
Carol Ledoux in Repulsione (Polanski, 1965). Questo genere di personaggi può creare molte
difficoltà ai produttori. Come mostri quello che è sconosciuto?
Dal cinema espressionista tedesco degli anni venti, agli horror
asiatici degli anni duemila, la sfida è stata quella di trovare il modo
di mostrare le parti piò contorte delle menti malate.

La domanda che si pone al pubblico di questo tipo di horror è cosa realmente si cela
nella mente della persona per riuscire a risolvere il mistero e ristabilire
l’equilibrio? 

Spesso la storia è frammentata di modo che il
personaggio risulti paranoico e nessuno possa credere alla sua
versione della storia, lo si mette nella situazione di dovere difendere la
propria sanità mentale e dimostrare che non stà vedendo cose ma
che c’è qualcosa all’esterno che maneggia la realtà. Non è in
gioco la morte del protagonista ma la pazzia e la sanità mentale. Molte storie
terminano con una camicia di forza e con il protagonista riportato a
forza nella sua cella con gli altri ospiti del manicomio che lo
salutano. Carrie (De Palma, 1976) fu un eccellente esempio di finale
scioccante e pazzo e The Shining (Kubrick, 1980) rappresenta in modo eccellente la disintegrazione della sanità mentale. La morte di
Jack è il risultato della sua incapacità ad adattarsi alle nuove
condizioni esistenziali in cui si trova a vivere. Durante tutto il
film cercherà di riportare l’ordine e l’equilibrio con ogni mezzo a sua
disposizione, anche a costo di uccidere chi gli è caro.

Il conflitto principale in questi film è tra il conscio e l’inconscio, tra il
controllo e il caos. Il pericolo è nascosto nelle profondità della
mente umana dove ci sono paure, fobie e pulsioni nascoste. Il film Peeping
Tom – L’occhio che uccide
(Michael Powell, 1960) ne è un buon esempio. Questo tipo di film discute la natura
stessa dell’uomo. Cosa diventiamo se veniamo privati della nostra
comunità e obbligati a fare affidamento solo su noi stessi? La
chiave per sopravvivere diventa la conoscenza di sé, è un viaggio alla
scoperta della vera natura umana, nel bene e nel male. L’essenza del film è
freudiana ma fa emergere figure genitoriali o parentali ovunque.

In molte storie di natura psicologica la paura peggiore è già avvenuta e il
protagonista non ne è consapevole. Il mistero che si svela deve raggiungere un punto di
catarsi e di massima tensione per raggiungere la risoluzione e la conoscenza di sé finale – ma allo stesso tempo questa conoscenza avviene sempre troppo tardi per i nostri personaggi. Alcuni esempi di film che hanno inscenato queste dinamiche in
modo esperto sono (spoiler ovviamente) Carnival of Souls (Harvey,
1962), Il sesto senso (Shyamalan, 1999) Dead of Night – Incubi notturni (Cavalcanti,  1945) La casa degli orrori del dottor terrore (Francis, 1965) e il
tardo film di John Carpenter The Ward – Il reparto (Carpenter, 2010). Queste
storie hanno richiesto tutte di essere accuratamente preparate prima di essere messe in lavorazione per evitare che il pubblico anticipi il finale. Un’altro film che lo fa molto
bene è Haute tension – Alta tensione (Aja, 2003), nonostante qualcuno lo trovi
estremamente illogico in alcune scene “spinte”.

L’eroe in una storia psicologica deve avere un forte obiettivo
logico. Questo significa che alle spalle ci deve essere una forte sceneggiatura, spesso con idee
estremamente interessanti e personaggi ben pensati. Una fotografia
oscura con Roger Moore è quella di The Man who Haunted Himself – L’uomo che uccise sè stesso,
(Dearden, 1970) è un meraviglioso esempio di un uomo in una
situazione per lui incomprensibile, ed è uno dei ruoli meglio
riusciti dell’attore di James Bond. Seguiamo un incidente d’auto, un
uomo d’affari Harold Pelham è operato e muore sul tavolo
operatorio. Quando è riportato in vita sullo schermo appaiono due
battiti del cuore, e mentre torna alla sua vita di tutti i giorni
capisce di avere un doppelganger. Di nuovo si ripete la storia di
Jekyll e Hyde, l’uomo e il mostro, la natura duale della psiche.

L’horror psicologico esplora questo campo mentale, spesso dividendo a
metà letterarmente quello che noi riteniamo buono e cattivo, le
parti vengono fatte coesistere fuori dalla natura. Mostrate, a volte, come parti di
uno stesso sè come nella storia di R.L.Stevenson che più volte è
stata presentata sul grande schermo Fight Club (Fincher, 1999) dove
due uomini combattono. Le donne possono trovare un alter ego in
Haute Tension (Aja, 2003) e una molteplicità in Identity – Identità (Cooney,  2003).

Il vocabolario che usiamo quando parliamo di questi aspetti complessi e divergenti della
nostra umanità ha le sue radici nella psicanalisi. Termini come
repressione, bipolarismo, OCD, ADD, ossessione e disordine da
personalità multipla ci sono diventati familiari
ma sono anche termini di psicologia clinica. Noi abbiamo lentamente
assimilato questo linguaggio dai giorni di Psycho (Hitchcock 1960).

Il termine serial killer è stato coniato dal profiler
dell’FBI Robert Ressier durante una lettura pubblica del 1974,
ma si dice che lui facesse riferimento agli omicidi seriali e non a chi li commette, senza
riguardo alle azioni di John Wayne Gacy, Ted Bundy e Alleen Wuronos.  È stato il grande successo de Il silenzio degli innocenti (Demme, 1991) che ha popolarizzato il termine nostante in precedenza il film Henry:
Portrait of a Serial Killer
 – Henry: pioggia di sangue (Mc Naughton, 1986) fosse più realistico e presentasse un esame della mente di un killer più efficace.

Psycho inizia come un thriller qualsiasi, con un furto di denaro e ci poniamo la
domanda “riuscirà Marion a farla franca?” ma la questione centrale
più tardi diventa “Come può Norman riuscire a tenere segreto il suo
omicidio?” Abbiamo un effettto di cambio di generi m/f e protagonista.
Hitchcock ripete il trucco in Frenzy (Hitchcock, 1972) dove Rusk,
l’assassino, deve rompere le dita al corpo di una donna morta, in un
camion pieno di patate, per recuperare la spilla con le sue iniziali che le è rimasta in mano. Hitchcock lavorò duro per rendere
questa lunga scena drammatica e comica efficace, introduce il concetto di commedia nera per aiutarci
a simpatizzare con il male perchè noi dobbiamo empatizzare con l’assassino. Oggi il concetto di
antieroe è diventato comune e nelle commedie drammatiche noi siamo
pronti ad accettare la convenzione del viaggi di redenzione di un
personaggio negativo interpretato da Keitel, Travolta o Eastwood.

Prima che Psycho ci introducesse agli aspetti psicologici, i film
erano thriller, polizieschi o storie di detectives. L’omicidio era
motivato dal lusso, dalla vendetta o dall’invidia e il concetto dell’assassino
che “uccide come parte di quello che lui è” semplicemente era
sconosciuto.

Una possibile eccezione, anche se considerata principalmente un noir è l’opera
di Fritz Lang M (Lang, 1931) dove il bambino omicida interpretato da
Peter Lorre presenta il caso di questa compulsione a una corte locale. E’ interessante notare che è centrale il
concetto di coinvolgere un ladro per catturare un ladro come accade
in Il silenzio degli innocenti che è un mix tra il thriller e
l’horror.

Per oggi vi lascio, spero che il viaggio vi sia piaciuto anche se non finisce qui, abbiamo ancora qualche sottogenere da esplorare. 

Buona lettura e alla prossima. 

Alice Tonini 

Settembre 2023 a Libri sotto I portici

 Come ogni settembre, ormai lo sapete che partecipo al mercato dei libri che si tiene a Castel Goffredo, in provincia di Mantova.  

L’edizione di quest’anno ha visto la presenza du un grande numero di espositori e una buona affluenza di persone soprattutto in mattinata. Credo che la buona affluenza sia stata favorita dal bel tempo.

Nel pomeriggio invece la presenza di pubblico è stata inferiore ma la vicinanza di Castel Goffredo alle zone turistiche del lago di Garda permette ai visitatori di fare gite fuori porta.

Il cibo proposto oggi è stato il tradizionale tortello amaro fatto al momento e servito con burro fuso aromatizzato alla salvia e formaggio. Una vera delizia.

Per questa edizione è tutto, vi aspetto al prossimo appuntamento di ottobre  con parecchie novità. 

Alla prossima e buona lettura. 

Ps. Se volete qualche anteprima iscrivetevi alla newsletter 

In viaggio tra i sottogeneri del cinema horror: barcollando con gli zombie

Bentrovati lettori dell’ignoto, le scorse volte abbiamo dato un’occhiata alla storia del cinema horror, siamo
partiti dai primissimi film in bianco e nero e abbiamo visto come nel tempo si sono aggiunti tutta una serie di mostri che sono diventati poi leggende sul grande schermo.

Vi avevo promesso che avremmo dato una occhiata al folto bosco dei sottogeneri e quindi partiamo per una passeggiata consapevoli che nessun articolo può essere esaustivo a riguardo perchè si tratta di
un bosco estremamente fitto con tantissime piante e animali diversi e una passeggiata sola è appena sufficiente a farsi un’idea di quello che si può nascondere in fondo ai laghi e nelle grotte più recondite del genere.

Quella dei sottogeneri (esattamente come la divisione in generi letterari) in realtà è una etichettatura che serve principalmente per vendere il prodotto cinematografico sul mercato. I film, così come i romanzi, si dividono in generi e sottogeneri per motivi economici, perchè alla fine una storia è solo una storia, ognuna unica e originale a suo modo.

Molti sostengono che un autore o un regista che si approccia all’horror deve avere ben chiari i vari tipi di sottogeneri per meglio interpretarli nell’opera. Io sono convinta che una buona storia horror progettata correttamente non abbia bisogno di rincorrere il già visto mille volte per convincere il pubblico. Sono
d’accordo che certi filmacci post anni duemila si sarebbe potuto semplicemente evitare di portarli nel cinema. Ma qui stà il buonsenso delle case di produzione che devono saper distinguere tra
un buon prodotto e uno scadente. Esempio da citarvi che vi troverà tutti d’accordo con me è Orgoglio, pregiudizio e zombie che rimescola letteratura vittoriana e horror, per citarvene un altro c’è Abramo Lincoln cacciatore di Vampiri oppure Megashark vs Octopus e il western Cowboy vs Aliens. Ricordano alcuni film sui mostri che circolavano negli anni ’40 non particolarmente riusciti e onestamente non ve li consiglio nemmeno un po’.

Qualche sottogenere lo abbiamo già visto, ad esempio i non morti (vampiri e zombie) vengono considerati sottogenere a sé così come i mostri e gli uomini lupo, anche di questi abbiamo già parlato quando abbiamo trattato della storia del cinema. Sono etichettati poi gli horror psicologici, gli horror che parlano di possessione demoniaca di adulti e bambini, il soprannaturale come i fantasmi e i poltergeist. C’è anche il sottogenere che riguarda la stregoneria e le maledizioni, gli scienziati malvagi e i film splatter che sono un altro sottogenere.

Vediamo di spendere qualche parola per ognuno dei sottogeneri che abbiamo citato, anche quelli di cui abbiamo già parlato per darne una breve interpretazione attualizzante. Ovviamente so che esistono
decine di sottogeneri ma purtroppo non possiamo vedere tutto. 😢

I non morti

L’umanità è sempre stata affascinata dall’aldilà, molte religioni si fondano sul concetto della reincarnazione e della vita oltre la morte, ma quello che attrae i fan dell’horror esce dalla tomba e ti morde.

I non morti sono l’estremizzazione della morte, sono vivi ma morti, decomposti ma si muovono. Nel film The cabinet of Dr. Caligari (Wiene, 1920) i morti sono ipnotizzati ma nel film di Romero sono una massa disordinata da sfamare. Possono essere fermati solo colpendoli alla testa, regola che vale ancora oggi.

Ci sono state diverse interpretazioni per quest’orda catatonica presente fin dagli albori dell’horror, inclusa una riflessione molto “all’americana” sulle difficoltà dei tempi in cui furono prodotte queste opere per ottenere il rispetto dei diritti civili, la crisi dei missili cubani e la guerra del vietnam, tutti eventi che
avrebbero minato la solidità dell’imperialismo americano. Il sequel di Notte dei morti viventi è L’alba dei morti viventi (Romero 1978) pensato per essere una denuncia sociale contro il consumismo e l’ansia per la minaccia della guerra nucleare. Negli anni recenti gli zombie hanno rappresentato le paure post attacco alle torri gemelle, l’aggressiva politica estera americana, l’epidemia di sars-covid e il collasso del capitalismo e dell’imperialismo. I morti viventi sono una analogia multi sfaccettata delle paure americane messe in scena da hollywood, come battuta ironica possiamo anche dire che gli zombie si trovano bene con tutto.

Le opere di denuncia di cui stiamo parlando possono anche essere satiriche. Joe Dante in Masters of Horror, la serie tv (stagione 1, 2005 – 6 episodi; episodio 6 Homecoming) usa i morti viventi come satira sociale, dove i soldati non morti tornano a combattere una ri-elezione negli Stati Uniti. George Romero ha fatto la sua trilogia degli zombie ma si è rivolto alla satira in La terra dei morti (Romero 2005). Qui i morti camminano sulla terra ma i ricchi sono salvi in città fortificate, la metafora sociale ricchi-poveri, bianchi-neri in questo caso è ovvia. (considerate che la prima versione della sceneggiatura fu scritta prima dell’11
settembre.) Nel suo Diary of the Dead (Romero 2007) utilizza lo stile documentaristico che tanto va di moda in quest’ultimo decennio e racconta la storia di alcuni studenti che girano un film horror al tempo di una prima epidemia di zombificazione. Ci racconta delle responsabilità sociali dei media e della nostra ossessione molto social per documentare quello che accade piuttosto che farci coinvolgere in prima persona. C’è anche un finale misantropico in cui ci chiediamo se la razza umana sia davvero degna di essere salvata da una fine di quel genere.

Nella stessa direzione va anche la famosa canzone thriller di Michael Jackson

Danny Boyle in 28 Days later (Boyle 2002) non ha tecnicamente girato un film che parla di zombie ma c’è il Rage virus che infetta la popolazione e mantiene le sue vittime vive facendole nutrire di carne (come in Romero The Crazies 1973). Ci sono comunque abbastanza paralleli e omaggi al lavoro di Romero per poter leggere questo film come una rilettura di un film sugli zombie. La differenza è che qui le creature riescono persino a correre. Zack Snyder nel suo L’alba dei morti viventi, ovviamente un remake (Snyder 2004), utilizza questo stesso trucco, anche se Romero stesso ha fatto notare che se corrono potrebbero rompersi qualcosa senza avere la possibilità di “aggiustarsi”.

Questo semplice cambio di vedute lento/veloce offre agi scrittori una scelta. Gli zombie possono continuare a camminare traballando come nell’eccellente film del 2004 Shaun of the dead (Wright,
2004) oppure possono sprintare come centometristi come nel film di Boyle 28 Days later o Resident Evil (Anderson 2002)? I non morti sono tra noi per restare, possono rappresentare i terroristi: Ozombie (Lyde 2012) o l’isolamento sociale urbano in Colin (Price 2008). Possono metaforizzare il virus della mucca pazza come in Carne morta (McMahon 2004), o diventare commedia in Night of the living Dorks (Dinter 2004), Dead and Breakfast (Luetwyler 2004), Zombieland (Fleischer 2009) o il sublime ma parecchio malato Zombie Strippers (Lee 2008).

Anche Brad Pitt è in guerra con qualche non morto.

I sottogeneri hanno raggiunto il barocco e ogni volta che esce un nuovo film sembra non essere restato più nulla da dire ma i generi sono ciclici e in pochi anni chi può dire cosa altro succederà e cosa altro può ispirare i registi e gli scrittori?

Gli altri tipi di non morti si presentano nella forma di vampiri con il loro iconico capo il contre Dracula, di cui abbiamo già parlato in diversi articoli in precedenza, sono essi stessi materia di continua reinvenzione. Noi abbiamo Buffy the Vampire Slayer in tv, Intervista col vampiro (Jordan 1994) e, più tardi, la saga di cinque film di Twilight (Hardwicke 2008 – … speriamo sia finita), questi ultimi si possono meglio descrivere come fantasy romantici (orribili) che utilizzano tratti di vampiri e uomini lupo come sfondo per una narrazione da romanzo romance.

Se anche voi siete degli anni 90 non potete averla dimenticata.

Ognuna di queste opere ha riadattato a modo suo vecchie storie ai nuovi tempi, vecchi temi sono stati sviluppati e resi moderni e chi può dire cosa verrà in futuro.

Mentre aspettate che vi parli di altri sottogeneri vi auguro una buona lettura e alla prossima.

Alice Tonini

Ps. Se non vi siete ancora iscritti alla newsletter vi invito a farlo, proprio in questi giorni stanno arrivando molte anticipazione e novità.

Web du Bois, la biografia di una razza: 1868-1919. Un lungo progetto che racconta una vita straordinaria

 Oggi vi porto un’altra biografia tra le più vendute e le più premiate al mondo,
ovviamente parliamo ancora di un personaggio afro-americano molto
famoso in patria la cui vita e i cui studi sono ancora oggi oggetto di dibattito. Proprio
in questi giorni è uscito un articolo che parla del ruolo fondamentale degli studi di Du
Bois per gli afro-americani sul sito Literary Hub ( adoro questo sito.)

Il biografo David Levering Lewis ha impiegato cinque anni per
portare a termine il progetto di questa biografia: W.E.B. Biography of a race 1868- 1919. Il primo volume,
quello che tratteremo qui, è uscito otto anni dopo la fine del progetto. Altri sette anni
trascorsero prima che il pubblico potesse vedere W.E.B. Du Bois: The
Fight for Equality and the American Century, 1919-1963.
Nonostante la
lunga gestazione questa splendida biografia ci permette di conoscere un uomo la cui vita fu lunga (visse 95 anni) e ricca di eventi e di cui in Italia si parla solo nelle università. Ogni volume vinse il premio
Pulitzer per la migliore biografia e oggi potete trovare i due volumi uniti in uno singolo, anche se il prezzo è un po’ alto. Lewis in più ricevette un
MacArthur “Genius” appena dopo la pubblicazione del primo volume.

I sottotitoli dei due volumi suggeriscono la fiducia dell’autore
nel proprio approccio sistematico. Infatti ci permette di guardare a
Du Bois (pronuncia alla francese, please!) come una persona
talentuosa e inusuale e un uomo la cui esistenza influenzò lo status
degli africani d’america in modo determinante. Du Bois, come autore
dell’insostituibile libro The Souls of Black Folk (1903), formulò il
concetto di identità duale – intendendo sia nero sia americano.
Oggi si usa quasi senza pensarci ma Du Bois fu il
pioniere di questo concetto e identificò il fenomeno scrivendoci
sopra due righe (lui per primo usò il termine “the talented
tenth”, per definire qualche anno più tardi, l’uomo eccezionale
che appartiene alla razza che filtra la cultura verso il basso).
Lewis descrisse l’effetto delle quattordici presentazioni del libro
che l’autore fece negli Stati Uniti e che lui paragona a “fuochi
d’artificio che esplodono in un cimitero”. La sua analisi del libro
di Du Bois di una ventina di pagine aiuta ogni lettore ad apprezzare
“la trascendente passione intellettuale e la prosa luminosa”
(anche la prosa di Lewis è aggraziata ma la sua scelta del lessico
aulico e arzigogolato rende la lettura lenta e adatta ad un pubblico
colto).

In questo primo volume, ci viene raccontato della
giovinezza di Du Bois, i primi anni trascorsi a Great Barrington in
Massachusetts, e la sua colta educazione: il Fisk College in
Tenessee, i suoi primi contatti con il sud, il college di Harvard (si
trasferì li come junior) e l’università di Harvard dove fu il primo
afro-americano a laurearsi. I suoi incredibili risultati continuarono
nel mondo del lavoro quando fondò il dipartimento di sociologia
nell’università di Atalanta. Lewis ci da dettagli meticolosi dello
scontro di ideali tra Du Bois e Booker T. Washington e l’impegno per la fondazione del NAACP e per la pubblicazione del suo giornale
The Crisis. Questo è indicativo dell’importanza del personaggio e
del suo lavoro ancora oggi.

Se Lewis dedicò molta più attenzione alla vita pubblica del suo
soggetto rispetto a quella privata lo stesso è vero per Du Bois
stesso, e il suo biografo non ha fatto tentativi di coprire le sue
colpe come marito e come padre.

Sulle spalle della figlia Du Bois fece cadere grandi aspettative dopo che il figlio di due anni perse la vita. Nel 1914 la tredicenne
Yolanda fu imbarcata per Bedales, la prima scuola co-educazionale
fondata in Inghilterra dove sia lei che la madre (che all’epoca
viveva a Londra) restarono per vivere anni di miserie e
solitudine. Lewis senza censure conclude dicendo, “Ci furono solo
parti insignificanti disponibili per Nina e Yolanda nella vita di du
Bois.”

Il primo volume si chiude con la terribile “Estate rossa” del
1919. Dopo 78 linciaggi nel 1918, una ondata di violenza razzista
senza precedenti investe la comunità nera con uomini seviziati e
aggrediti mentre tornavano a casa dal lavoro. Du Bois sapeva di
essere a un punto di non ritorno per la battaglia dell’uguaglianza
sociale. Anche se lui non visse abbastanza per vedere il frutto delle
campagne per i diritti umani degli anni ’60, organizzò una uscita
simbolica teatrale. Lewis apre il suo volume meravigliosamente con le
notizie della fine della vita di Du Bois. Il 28 Agosto 1963 una folla
di 250.000 persone al Reflecting Pool a Washington, appena prima
dello storico discorso di Martin Luther King Jr. assistette
all’annuncio di Roy Wilkins della morte del nostro protagonista di
oggi.

Bene, e anche per oggi è tutto! 

Buona lettura e alla prossima.

Carpire i segreti del futuro: l'antica Mesopotamia e la divinazione.

 

Un’altra estate bollente, con
temperature da record. E cosa cosa c’è di meglio per rinfrescarsi un
po’ di una bella divinazione con il fegato fresco di una pecora? O
preferite forse interpretare i movimenti di un serpente?


Come
avete capito, oggi nella nostra rubrica horror parliamo della
divinazione per come la intendevano gli antichi abitanti della
mesopotamia, perchè sono i primi popoli di cui abbiamo testimonianze
dirette e perchè sappiamo che le loro pratiche magiche influenzarono
per secoli quelle di tutti gli altri popoli del mediterraneo.

A proposito, conoscete il significato
di Omen? Erano particolarmente cari agli antichi romani e agli egizi
ma il popolo che ne fece parte integrante nella propria cultura
furono proprio gli antichi abitanti della mesopotamia. Un Omen è una
specie di presagio, è un evento che viene interpretato come
conseguenza diretta dell’azione di entità soprannaturali buone o
cattive. Diciamo che è un evento fortuito a cui viene dato un significato
profetico di quanto può accadere in futuro a una persona. Possiamo
intenderlo quindi come presagio profetico.

Un astronomo al lavoro 

Come abbiamo già visto nell’antica
mesopotamia erano i maghi, o meglio gli esorcisti, che si occupavano
della relazione tra le persone vive e il mondo degli spiriti. Quello
che non vi ho detto ancora è che questi maghi avevano anche capacità
divinatorie. Potevano essere esperti in affari che riguardavano la
divinazione del cielo oppure potevano divinare cose più terrene, ma
entrambe le figure erano di eguale importanza in quanto si credeva
che la terra fosse lo specchio di quanto accadeva in cielo. Per
maggiore chiarezza specifichiamo che erano gli astronomi che
studiavano i moti celesti e li conoscevano come le proprie tasche, se
un esorcista sapeva divinare i moti celesti allora era un astrologo.
Erano due figure diverse…ma ci torniamo dopo.

Ma cosa accadeva quindi nella pratica
di tutti i giorni?

Quando un esorcista era chiamato a
intervenire la persona che aveva necessità veniva interrogata
riguardo ai possibili accadimenti di cui era stata testimone e che
potevano avere una spiegazione soprannaturale. Come è ovvio c’erano
eventi di facile interpretazione e altri che invece erano talmente
inusuali da richiedere l’intervento degli astrologi per uno studio
dei moti celesti e una interpretazione personalizzata. Il tipo di
presagio terreno da interpretare poteva dipendere da caso a caso; si poteva
leggere il fumo dell’incenso, il volo degli uccelli, la cenere del
fuoco, le possibilità erano tante.

Modello di un fegato per lo studio e la pratica.

Ma la tecnica di divinazione più
utilizzata e che per duemila anni ha servito non solo il popolo ma
anche i sovrani dell’antica mesopotamia era la divinazione del fegato
delle pecore. La pecora veniva considerato l’animale sacro del dio
del sole Shamash che utilizzava il fegato dell’animale per comunicare
con gli uomini. Ci sono pervenuti dei modelli in argilla che
riproducono il fegato della pecora con iscrizioni in cuneiforme che
danno direttive su come interpretare i segni che si possono
presentare alla vista: buchi, lesioni o colori alterati.
Ovviamente questi modelli erano utilizzati dai novizi per
impratichirsi con la tecnica e ovviamente gli insegnamenti erano
mantenuti segreti all’interno delle scuole. Si trattava di un lavoro
delicatissimo e molto rischioso, soprattutto per chi doveva
interpretare i segni. E più il cliente era ricco e altolocato e più
alto era il rischio. Come potete ben immaginare i sovrani erano
sempre pronti a tagliare la testa del divinatore se le cose andavano
per il verso sbagliato, per questo motivo i responsi dovevano essere
il più criptici possibile, dovevano poter essere interpretati in
modi diversi e dovevano riguardare gli argomenti più disparati.
Diciamo che gli esorcisti del tempo con le tavolette delle interpretazioni e i relativi commentari si sono creati una specie di
scappatoia nel caso gli eventi divinati prendessero una piega
sfavorevole. Provate ad immaginare il caso in cui un mago venga
chiamato a divinare se il principe primogenito che in quel momento è
gravemente malato sopravviverà oppure no. Si tratta di una risposta
“pericolosa” per la vita del mago che quindi si trova a dover
dare un responso il più intricato possibile. Ovviamente la pecora
che veniva selezionata dal gregge del re per il sacrificio doveva
essere di bell’aspetto, forte e in salute per non correre il rischio
di trovare gli organi danneggiati e magari portatori di risposte
infauste.

Un Baru al lavoro 

L’esorcista che divinava il fegato
delle pecore era chiamato Baru e come gli astrologi e i medici
era considerato alla stregua di un sacerdote (il significato esatto
di baru è più vicino a profeta, divinatore o “colui che conosce
il futuro”) e lavorava nel nome delle divinità.

Un mistero che al momento resta
insoluto riguarda la popolazione dei Sumeri. Fino ad oggi non è
stata trovata alcuna tavoletta inscritta in sumero (che poi non era
questo il nome della lingua ma è per capirci) che parla della
divinazione del fegato degli animali. Partendo dal presupposto che
anche il popolo dei sumeri aveva le stesse credenze e le stesse
pratiche degli altri popoli che abitavano la mesopotamia si suppone
che probabilmente fosse una pratica da mantenere talmente segreta o
talmente sacra da imporre il divieto di scrivere qualsiasi cosa a
riguardo.

Per quanto riguarda gli altri popoli
della zona ci sono centinaia di tavolette con migliaia di iscrizioni
che riguardano l’osservazione delle stelle e dei presagi terrestri
per trasmettere le conoscenze alle generazioni future, ma non solo.
Come già vi ho anticipato la tradizione della lettura del futuro con
il fegato delle pecore si è tramandata anche alle altre popolazioni
che vissero in tutta la zona del mediterraneo e se ne trova traccia
tra i resti degli etruschi e tra le pratiche diffuse nell’antica
grecia.

Ma torniamo ai nostri esorcisti. Non era solo il fegato ad essere utilizzato per profetizzare il futuro ma sono
state rinvenute a Summer Isbu migliaia di tavolette con le istruzioni
per interpretare le malformazioni dei feti abortiti o le anormalità
che i bambini o i cuccioli di animale presentavano al momento della
nascita. Queste duemila tavolette formavano una intera enciclopedia,
si era sviluppata una intera scienza che aveva come obiettivo leggere
e interpretare queste malformazioni per carpirne i significati nascosti. Ad
esempio nel caso fosse venuto al mondo un bambino con sei dita del
piede, viene spiegato per filo e per segno come interpretare questo
avvenimento, oppure se il bambino manca di un braccio o se somiglia a
un animale. Questo avvenimento così fuori dal comune doveva essere
un messaggio che gli dei stavano mandando agli uomini. e doveva
essere interpretato. Dovete considerare che in passato non c’era
nulla di più spaventoso di una creatura che veniva al mondo deforme,
le persone si sentivano in dovere di fare qualcosa per capire il
motivo e il significato.

La stessa cosa valeva per gli animali.
Ci sono tavolette che spiegano come interpretare il comportamento
anomalo di un serpente e altre ci parlano della forma che deve avere
un pesce e del significato di una eventuale deformità della
creatura. Venivano creati modelli in metallo accompagnati da dei
lunghi commentari che spiegavano il significato e l’interpretazione
delle parole che erano state incise sul modello.

Shamash il dio del sole.

Il ramo più documentato della
predizione del futuro riguarda l’astrologia e lo studio dei moti
celesti. Oggi non esiste modo di poter paragonare le conoscenze degli
astri che avevano gli antichi abitanti della mesopotamia con le
nostre. Allora il cielo era uno spettacolo unico e irripetibile ogni
notte, non esisteva inquinamento o aerei che passavano, la
televisione non era nemmeno concepibile e osservare il cielo notturno
doveva equivalere al nostro cinema. Ogni persona in Mesopotamia
conosceva le stelle e la loro posizione nel cielo. Persino i
contadini sapevano elencare e indicare nel cielo i pianeti e le
costellazioni. Gli astronomi di allora erano in grado di predire le
eclissi molto meglio di quanto facciamo noi oggi e senza alcun
calcolatore ma semplicemente osservando e studiando gli spostamenti
degli astri nel cielo. Una specifica solo, Astrologia e Astronomia
erano come oggi due discipline separate ma strettamente connesse tra
loro e ogni re aveva a disposizione il suo astrologo personale che
gli profetizzasse l’eventuale andamento di una guerra e il suo astronomo che studiava i moti celesti.

Prevedere il futuro è sempre stata una
delle aspirazioni dell’umanità, per tutta la storia conosciuta gli
uomini hanno cercato di conoscere il proprio futuro con ogni mezzo.
Lo facevano gli antichi abitanti della mesopotamia e lo facciamo noi
oggi tramite la scienza e la tecnologia. Persino durante
l’inquisizione cattolica nel medioevo si utilizzavano i versetti
della Bibbia per prevedere il futuro. Probabilmente è lo stato di
fragilità umana e di incertezza che ci spinge a cercare le risposte
alle nostre domande negli astri o nel caso.

Anche lui ama il fegato…

E per oggi è tutto, spero vi sia
piaciuto, iscrivetevi alla newsletter per tenervi sempre aggiornati sulle novità in arrivo e vi auguro come sempre una buona lettura!

Alla prossima.