Scrivere una ambientazione horror: tra vecchi clichè e nuove mode che piacciono al pubblico

 Benvenuto lettore dell’ignoto, oggi per te c’è una sorpresa imperdibile: un articolo che parla del nostro genere preferito e delle ambientazioni che registi e scrittori prediligono quando devono costruire le loro storie.

Impostare l’ambientazione per l’horror è deliziosamente divertente ed evocativo, se ami il genere questo articolo ti darà soddisfazione.

 Oscurità e ambienti notturni sono locations ovvie usate fin dalle prime opere della tradizione gotica, in quei primi libri come Dracula (Bram Stocker, 1897) o film come Nosferatu (Murnau, 1922) o Il castello maledetto (Whale, 1932) è l’oscurità che rende la sensazione di mistero. Quello che il pubblico vuole conoscere è li, ma non lo vede, e questa ancora oggi rimane una delle tecniche più efficaci per creare spavento. Una stanza stretta e non illuminata causa le palpitazioni, così come gli spazi talmente affollati da impedire qualsiasi movimento, gli armadi dove trovare rifugio o tirarsi le coperte sopra la testa. Non faticherete a richiamare alla mente scene di libri o film con vecchie stanze buie con angoli pieni di ragnatele e castelli dagli alti soffitti, sono location tipiche per gli horror girati tra il 1930 e il 1940.

 

 

L’oscurità è un clichè ampiamente utilizzato ancora oggi ma non è l’unico elemento ambientale che può seminare incertezza, possiamo utilizzare anche grandi palazzi abbandonati, vuoti e deserti. Nessuno è mai riuscito a replicare con la stessa efficacia i  corridoi deserti e infiniti dell’Overlook Hotel che troviamo in The Shining (Stephen King, 1977 – Kubrick, 1980), e quei grandi, vecchi appartamenti dalle stanze vuote di cui fa grande utilizzo Polanski in Repulsion (Polanski, 1965) e Rosemary’s Baby (Polanski, 1968).

 E che dire delle strade nebbiose della vecchia città di Londra che sono il marchio di fabbrica di Werewolf of London (Walker, 1935). Le troviamo anche in Jack lo squartatore (Franco, 1976) e Sweeney Todd (Tim Burton, 2007), così come le colline nebbiose del nord dell’inghilterra fanno la loro spaventosa apparizione in An American Werewolf in London (John Landis, 1981). La nebbia è stata usata in ogni film del nostro Mario Bava: è facilmente identificabile come un altro dei clichè dell’horror ma non va mai sottovalutato il suo effetto sul pubblico, che siano lettori o spettatori. Tutti riusciamo ad immaginare il nostro punto di vista (ad esempio possiamo utilizzare Antonio) che cammina, in un cimitero avvolto dalla nebbia, facendo attenzione a dove mette i piedi, la forma degli oggetti attorno a lui è indefinita e può rimanere oscurata nella percezione dell’ambiente. Nei film è molto utilizzata la fotografia in bianco e nero perchè il regista può nascondere ogni cosa tra le sfumature dei grigi e le ombre nere e tenerla pronta per uscire in ogni momento ad aggredirci come in La notte del Demonio (Tourneur, 1957). Nebbia e vapore sono elementi così onnipresenti nelle opere che hanno libri e film a loro dedicati come The Fog (Carpenter, 1980) e The Mist (Stephen King, 1980 adattato a opera cinematografica da Darabont, 2007).

 

 

Un’altra ambientazione classica che adoro è quella della casa infestata, anche questa è adattabile all’infinito. Non c’è bisogno di essere ad Amitiville o in Elm Street per suscitare il terrore in un ambiente chiuso circondati da rumori sinistri. Io con il mio romanzo Il richiamo ho utilizzato una vecchia casa ma Ridley Scott la piazza nello spazio nel suo film Alien (Scott, 1979) creando un ambiente incredibile con l’aggiunta di tubi industriali, catene vibranti, e condotte con acqua gocciolante. Questa idea fu replicata in Event Horizon (Anderson, 1997), ma puo essere una postazione scientifica isolata tra i ghiacci dell’artico come in La cosa (Carpenter, 1982) o un piccolo rifugio tra le montagne come Quella casa nel bosco (Goddard, 2012), La casa (Raimi, 1981), Timber Falls (Giglio, 2007- inedito in italia) o Wrong Turn – Il bosco ha fame (Schmidt, 2003).

L’oscurità rappresenta l’infinito così come le foreste che si perdono a vista d’occhio. Libri o film ambientati in lussureggianti foreste tropicali o in oscuri boschi dove i personaggi sono isolati dal resto del mondo. Foglie verdi, rami secchi, terra e fango a prima vista sembrano sempre gli stessi elementi universali che richiamano la forza terribile della natura, ma forse è proprio per questa sensazione di innocente devastazione che ci sono così tante opere dove ragazze infilate in t-shirt aderenti fuggono dal cattivo correndo attraverso un bosco. The Blair Witch Project (Myrick e Sanchez, 1999) fa un uso superbo di questo senso di foresta infinita nel nulla, di disperazione e solitudine.

 

 

La stessa cosa possiamo dire per la gelida neve che trasmette la sensazione di desolazione. E’ incontaminata e pulita ma può anche accecare durante una tempesta. Nei film è poco utilizzata per via dei costi, ma può essere un buon elemento da inserire per separare i protagonisti tra loro o dalla società civilizzata. Un esempio può essere Misery (Stephen King, 1987 – Reiner, 1990), The Shining (Stephen King, 1977 – Kubrick, 1980) e il più recente Dead Snow (Wirkola, 2009), La cosa (Van Hejiningen Jr., 2011) e Let the ring one in (Alfredson, 2008), riproposto negli US come Let me in (Reeves, 2010).

Il deserto selvaggio e spietato funziona altrettanto bene, abbiamo Wolf Creek (McLean, 2005) e Le colline hanno gli occhi (Aja, 2006). Possiamo anche abbandonare la terra con i suoi climi estremi e ambientare le vostre opere negli oceani infiniti. L’effetto sarà lo stesso. Chi di voi non ha mai visto Lo squalo (Spielberg, 1976) le cui riprese presero un sacco di tempo perchè l’acqua modificava di continuo il colore della pellicola, ma possiamo citare un sacco di film (più o meno riusciti) girati interamente al mare dalla metà degli anni duemila, incluso Open Water (Kentis, 2003), e Triangle (Smith, 2009). 

Il mare nei libri è spesso elemento destabilizzante o portatore di caos, vedi Hodgson apprezzato autore horror con addirittura tre raccolte di racconti ambientati al mare: Terrore dagli abissi/ Acque profonde/ I demoni del mare (W.H.Hodgson, 2015 2018 2022).

 

 

Non abbiamo ancora finito. Fino a ora non abbiamo menzionato le grandi città, le metropoli. L’infinita giungla umana che viene compressa e relegata nelle più abbiette zone industriali abbandonate. L’urban horror le sfrutta da tempo immemorabile, e allora supntano i luoghi alienanti e i quartieri pericolosi dove fare incontri inaspettati. Distretto 13 – Le brigate della morte (Carpenter, 1976) ridefinisce gli spazi comuni urbani abbandonati e li rende un ottimo materiale per un urban horror. Un altro film interessante è Candyman (Bernard Rose, 1992) che mescola centro e periferia di una grande città; la sfida dell’urban è stata raccolta dall’horror europeo con La Horde (Dahan e Rocher, 2009), Outcast (Mc Carthy, 2010) e Attack the Block (Cornish, 2011). Nei romanzi le grandi città sono presenti in ogni opera ma vi cito L’ombra dello scorpione (Stephen King, 1994) perchè la visione post-apocalittica del maestro delle città grandi e piccole è davvero interessante. Poi può capitare che il nostro protagonista lasci la grande città per raggiungere la casa in campagna, e allora c’è Black Sheep (Stephen King, 2006), Isolation (O’Brien, 2006) e Calvaire (Du Weiz, 2004), tutte opere che si nutrono o nascono dalla solitudine, dall’isolamento e dal sesso.

Di sicuro sarete d’accordo con me quando dico o che lo stato nel genere horror ruota attorno all’immorale, alla sporcizia e all’incapacità dell’uomo di vedere cosa si nasconde davanti a lui. A volte sembra che registi e scrittori diventino saggi in ritardo, le nuove tecnologie digitali arrivano tardi a illuminare le opere, spesso viene sottovalutata la loro capacità di rendere il grottesco e il sanguinolento il più sporco possibile, e non parlo solo di film come Hostel (Roth, 2005) e Saw (Wan, 2004)  ma anche anche nelle trame dei libri. Comunque se vogliamo approfondire l’aspetto legato agli effetti speciali nei film si è diffuso l’utilizzo dei fogli di plastica dalle qualità opacizzanti per coprire i peccati dei personaggi, un buon esempio può essere H6: Diario di un assassino (Barón, 2005) o La casa della peste (Radclyffe, 2008). Entrambe le pellicole utilizzano fogli di plastica appesi nelle stanze per creare ombre indefinite e l’effetto di straniamento. Allo stesso modo le tende di palstica che circondano i letti d’ospedale possono nascondere molti peccati come nella già citata saga di Saw o Planet Terror (Rodriguez, 2007) e naturalmente non posso non citare le tende della doccia del progenitore del nostro genere preferito Psycho (Hitchcock, 1960).

 

Noi scrittori possiamo fare molto, dobbiamo aiutare il pubblico a immergersi nelle storie. Quando abbiamo l’opportunità di descrivere un luogo o di creare una ambientazione, una carneficina o di descrivere i sussurri pericolosi del soprannaturale, l’effetto che dobbiamo usare, i dettagli che dobbiamo inserire devono essere i migliori. Essere in grado di preparare una scena e renderla istantaneamente fonte di disagio è vitale sin dalle prime pagine.

Una volta impostato l’ambiente l’arco di trasformazione del personaggio procede più o meno cosi:

Qualcuno è messo in difficoltà da qualcosa di sconosciuto. Ovviamente prima di poterlo affrontare direttamente deve capire che si tratta di “qualcosa di sconosciuto”. Poi deve capire come la cosa sconosciuta opera e fare dei tentativi per sconfiggerla. Prima tenterà di sconfiggere il “qualcosa di sconosciuto” con i mezzi a disposizione, ma questo non sarà abbastanza perchè in questo modo non si potrà affrontare. Per scoprire cosa può sconfiggere il “qualcosa che non è più sconosciuto” il nostro protagonista deve avventurarsi nei territori dove l’inconoscibile è di casa. Se riuscirà ad apprendere e ad agire come agisce lo sconosciuto allora avrà una possibilità di vittoria, altrimenti verrà sconfitto. Il “qualcosa” poi cercherà un altra vittime.

Ok, si tratta di una semplificazione estrema ma serve per farvi capire il ruolo dell’inconoscibile nell’horror. Lo sconosciuto è il cuore dell’horror e questo è quello che  guida i personaggi nella molteplicità e nella pazzia, nella psicopatologia di un serial killer o nella forza mostruosa di un demone, nella follia di un tormento paranormale e tra gli artigli dell’oscurità. L’horror è un genere che per essere apprezzato (se è la parola giusta) vuole un pubblico aperto all’improbabile, all’impossibile e al fantastico. È un genere popolare tra i giovani assieme al fantasy e alla fantascienza ma non è solo per loro.

 

 

Questo perchè l’adolescenza è particolarmente influenzabile, non è ancora pienamente matura, non ha stabilito una routine di lavoro e vive in un movimento costante tra il restare a casa e andarsene per la propria strada. I giovani hanno ancora a disposizione la fantasia dei bambini, dove ogni storia può essere vera, ma lo stato gioioso ora si scontra con i limiti morali e tangibili della vita. Cercano di capire loro stessi come entità separata dalla famiglia e di stabilire un ruolo tra il gruppo dei pari. Ai giovani non importa nulla dei mostri spaventosi che possono prenderli.

Hanno anche una relazione diversa con la morte. C’è la possibilità che non abbiano mai perso una persona cara, un amico o un partner, oppure che non abbiano mai assistito ad una vera scena scioccante come un incidente d’auto o un incendio. In questa fase sono protetti dal mondo del dolore e del terrore, dalla paura e dalla rabbia. Per quelli che hanno avuto questo genere di esperienze sono cose di cui sperano di liberarsi presto. L’agonia di una malattia che si protrae nel tempo o la frustrazione fisica e mentale del declino che l’età richiede a tutti noi sono davvero molto dolorose, troppo reali per un horror, e rimangono materiale per i film mainstream o satirici della settimana e per le sere davanti alla tv. 

 

 

 

I giovani sono invincibili. Forse è per questo motivo che nei film e nei libri li vediamo provare a bere, fumare spinelli e correre rischi non necessari. Lo sanno meglio di tutti. La morte per loro non arriverà presto, e se dovesse presentarsi alla porta ci sarà uno scontro interessante. I corpi giovani sono forti e sopportano le privazioni, le intossicazioni e le punizioni fisiche. Non è per loro la vergogna del recupero, il desiderio bruciante di riprendersi e riempirsi lo stomaco di brodo caldo, vitamine, vino e cioccolata. Possono anche guardare la morte in faccia e riderci su, questo forse è il motivo per cui Final Destination (Wong, 2000 ) è una serie di film di successo, divertenti e deliziosi. I ragazzi guardano Victor Crowley tagliare un uomo a metà o Leatherface smembrare la sua ultima vittima e non provano nulla. Non è sociopatia (non tutti i giovani sono sociopatici) ma la loro parziale esperienza della vita li rende meno influenzabili dagli elementi horror. Le reazioni ad una scena di evisceramento possono essere molto diverse dall’horror rispetto a quando si guarda una operazione chirurgica in una soap opera in tv. L’horror mette in gioco l’empatia e la repulsione, ogni elemento concorre a quello scopo in opere come Cannibal Holocaust ( Deodato, 1980), Martyrs (Laugier, 2008) oppure alla riduzione di ogni cosa all’assurdo come in The Human Centipede (Six, 2009).

La credenza che ogni azione di un teenager resti impunita è il cuore di molti scherzi e goliardate ed è un buon elemento degli Slasher. Non solo è emozionante vedere il serial killer in azione ma ci divertiamo a seguire il gruppetto di teenager che si comporta in modo irresponsabile e li condanniamo: “Io non farei mai uno scherzo del genere nella vasca della doccia.” pensa lo spettatore a mente fredda nei cinema. Si tratta di un modo facile per arrivare al cuore della vicenda, la nostra brava ragazza che fugge dall’assassino e gli stupidi del gruppo che vengono decimati. Tutto molto prevedibile, no? Gioiamo quando questi personaggi inetti sono decapitati, mutilati, castrati o feriti e distrutti, condannati come maschi alpha a regredire come uomini di Neanderthal e ci sentiamo appagati dal nostro senso di conoscenza superiore e di proprietà. Questa è la catarsi negli horror. Vediamo lo scherzo e ci preoccupiamo per l’agnello sacrificale. Se la scena è fatta bene il pubblico sente un antagonismo tangibile verso il bullo fastidioso e la sua dipartita sarà accompagnata da un sospiro di sollievo.

 

 

 

Però abbiamo detto anche che l’horror non è interamente nelle mani dei giovani. Molti film hanno sbancato il botteghino come Paranormal Activity (Peli, 2007) The Blair Witch Project (Sanchez, 1999) Il sesto senso (Shyamalan, 1999 ) The Omen (Donner, 1976) e L’esorcista (Friedkin, 1973). Questi horror sono psicologicamete e intellettualmente profondi, ci pongono domande sulla nostra esistenza, sulla realtà e sul subconscio delle cose. Dipingono gli adulti in ruoli di leadership piuttosto che i teenagers, un modo per incoraggiare anche chi ha qualche anno in più a guardarli. 

L’horror piace al pubblico e piace agli attori e alle case de produzione. A volte il film è pubblicizzato come l’opera di Jodie Foster o con la partecipazione di Julianne Moore per attirare l’attenzione. Evan Mac Gregor può essere citato con Adrian Brody, Melissa George e Sarah Michelle Gellar e hanno ricoperto molti ruoli importanti. Bruce Willis dopo un solido inizio negli action movie in Tv, è apparso in modo costante in progetti interessanti incluso il Sesto Senso ( Shyamalan, 1999 ) e Twelve Monkeys (Gilliam, 1995). Comunque gli attori molto famosi (vedi Jack Nicholson in Wolf (Nichols, 1994)) o Sir Anthony Hopkins in The Rite (Hafstrom, 2011)  tendono a sbilanciare la storia e possono arrivare a togliere ogni credibilità (vedi Nicholas Cage con il suo film apocalittico, o con qualsiasi altro film…). Come una sitcom, l’horror deve creare le proprie stelle. 

 

 

Ci sono legioni di attori che iniziano la carriera nell’horror. Nessuna vergogna per mr Clooney a recitare in pellicole come Attack of the killer Tomatoes (De Bello, 1978), o nell’essere il primo ragazzo che muore in Nightmare on Elm Street (Craven, 1984) per il nostro Johnny Depp. Alcuni restano fedeli al genere per gran parte della loro carriera (Robert Englund, Christopher Lee) altri continuano ad accettare parti negli horror quando trovano opere che gradiscono (Donald and Keifer Sutherland). Purtroppo non stà agli sceneggiatori dettare le regole del gioco quando arrivano personaggi famosi nel casting. Se hai venduto il tuo manoscritto ed è stato coinvolto un grande nome uno sceneggiatore può festeggiare ed essere triste allo stesso modo perchè è sicuro che dovrà riscrivere buona parte della sua opera per adattarla alle richieste del grande attore. Ma questa è un altra storia.

E anche per oggi abbiamo terminato. Caro lettore dell’ignoto spero di non averti annoiato a morte con il mio fiume di parole ma l’horror per me è estremamente evocativo. Ti auguro una buona lettura e alla prossima!

Alice Tonini 

 

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Libri sotto i portici giugno 2024: buona Festa della Repubblica a tutti!

Benvenuto lettore dell’ignoto e buon due giugno a te.

 

 

Anche oggi come ogni prima domenica del mese si è tenuto il mercatino di Libri sotto i portici a Castel Goffredo (Mn) e noi eravamo presenti.

Nella mattinata il tempo è stato ottimo e una discreta quantità di gente si è aggirata tra i banchi. Nel pomeriggio purtroppo a causa del meteo avverso c’è stata meno gente e i banchi hanno dovuto andarsene presto. Un vero peccato.

 

 

Fino a metà mattina ci hanno fatto compagnia anche gli scacchisti. Un gioco di strategia antico e diffuso in tutto il mondo, peccato che per me sia troppo difficoltoso da gestire e quindi impossibile da imparare.

Oggi il cibo di strada disponibile era la focaccia farcita, un cibo conosciuto in tutta Italia e non solo in  provincia di Mantova. Ogni regione italiana ha la sua versione più o meno conosciuta della focaccia e ogni regione la farcisce con i propri condimenti preferiti. La focaccia ligure, la focaccia di Recco ripiena di formaggio e la focaccia toscana con salumi e formaggi. La focaccia mantovana è il tirotto o tirot, tipica del basso mantovano, zona di Sermide e Felonica per intenderci. E’ a base di strutto e cipolle e a quanto pare il nome deriverebbe dal fatto che l’impasto va tirato per essere steso nella teglia. Oggi non si tira più l’impasto a mano ma è ancora ottima accompagnata con salumi e formaggi locali.

 

 

 

E anche per questo mercatino è tutto, come sempre vi auguro buona lettura a tutti, di uno dei vostri romanzi preferiti, e se volete rimanere aggiornati sulle ultime novità iscrivetevi alla newsletter.

Alice Tonini

 

A chi non piace un bel film Slash?

Ed eccoci oggi all’ultimo appuntamento, per ora, con il cinema horror e i suoi sottogeneri. Non potevo che finire con il mio genere preferito: gli slasher.

Gli Slasher o i film chiamati anche Stalk e Slash sono i più difficili da affrontare tra tutti i sottogeneri a causa della marea di cliché che li circonda, ma è anche il genere con cui l’industria cinematografica ha fatto i soldoni, tanti soldoni. Ed è il genere che ha creato personaggi iconici come Michael Myers o Freddy Krueger. E il ragazzo frustrato, quello moro, che nei film riceve  sempre la notizia peggiore e se ne dispera.

Il nostro ragazzone è già pronto!

 

L’inizio del genere può essere fatto risalire agli anni ’70 circa con Black Christmas – Un natale rosso sangue (Bob Clark, 1974) ma la sua popolarizzazione arriva senza dubbio con Carpenter e l’iconico Halloween – La notte delle streghe (Carpenter, 1978) il genere ha preso piede negli anni ’80 con filmoni e sequel come Nightmare on Elm Street  e Venerdì 13. Oggi entrati nella storia del cinema.

A questi seguono film di seconda fascia fatti solo per gli incassi come Sleepaway Camp (Hiltink, 1983) e Prom night (Lynch, 1980), i quali non aggiungono nulla al genere. E potremmo rimanere qui a citarne a decine di questi sottoprodotti.

 

 

L’introduzione di VCR e VHS, le famose videocassette, significa che l’orrore non resta più confinato nei cinema e può aggirarsi per le case garantendo notti insonni e rumori inquietanti a tutti.

Negli anni ’90 arriva Kevin S.Willamson con Scream (Craven, 1996) introducendo una nuova icona indimenticabile: Ghostface. Un personaggio post moderno che porta ironia, in un sottogenere all’epoca stanco e demotivato, che uccide le star come Drew Barrimore e i primi quindici minuti del film sono uno storico omaggio a Psycho. In quel momento il gioco degli slasher diventa quello di sovvertire il film di paura tradizionale ribaltando i cliché e peccato che come al solito i sequel, Scream II (Craven, 1997) e seguenti, risultino un po’ piatti. Gli imitatori sono arrivati con I know What you did last Summer (Gillespie, 1997) e Urban Legend (Blanks, 1998).

 

 

La teorica femminista Carol Clover scrisse un trattato sul genere Slasher intitolato “Men, women and Chainsaws” (Clover, 1992), nel quale lei crea la teoria della ragazza finale.

L’autrice descrive la ragazza che sopravvive al massacro del nostro killer definendola come l’investigatrice coscienziosa del film, l’unica che mostra intelligenza, curiosità e che resta vigile durante tuttol’arco narrativo. Di solito le viene affibiato un nome americano unisex tipo Laurie o Sidney, è spesso vergine o si comporta con i ragazzi in modo morigerato, non interessato o non disponibile al sesso, all’opposto dei suoi compagni/amici (da qui arriva l’idea errata che negli horror il sesso sia connesso alla morte del personaggio). Di solito è connessa al killer a causa della sua famiglia o degli ambienti che frequenta, e nel corso dell’azione si mascolinizza impossessandosi di un arma (simbolo fallico) appropriata con la quale fare fuori l’assassino di turno.

Per arrivare alle fasi finali deve essere a conoscenza del male, lo spettatore deve avere l’impressione che lei sia sommersa dal male, psicologicamente ma spesso anche fisicamente entrando nel campo di caccia del killer (case infestate, cimiteri abbandonati etc.). Ci sarà sangue e fango e fluidi vari per replicare il liquido amniotico. Ci sarà una morte simbolica e una rinascita in un tunnel o simil tale. In Halloween (Carpenter, 1978) l’utero è una credenza con una porta a doghe: per alcune ragioni (come si nota  in Behind the mask: the rise of Leslie Vernon 2006 di Scott Glosserman, i serial killer in questi film sono spaventati dagli sportelli di legno delle credenze.

 

 

La nostra ragazza finale deve essere femmminile perchè deve affrontare e sostenere il rigetto psicologico del terrore che in un qualche modo il mondo maschile non può tollerare. Nei fatti il suo genere può essere abbastanza fluido. E’ una specie di maschiaccio, mai una sgualdrina ( quella di solito è bionda e cheerleader), e lontana anni luce dall’idea degli anni ’50 di eroina bisognosa di aiuto e di un eroe/principe azzurro. In questo modo Clover sostiene che la sua fluidità di genere combinata con la mascolinità estrema del killer illustra l’impatto del femminismo sulla cultura popolare.

Ovviamente si tratta di una teoria che è stata molto discussa, ha i suoi pro e i suoi contro. Non ve la presento per verità assoluta ma ognuno di voi è libero di trarre le proprie conclusioni.

Molti scrittori, registi e produttori sono consapevoli delle regole scritte o meno del genere Slasher e negli ultimi dieci anni sono stati fatti diversi tentativi per cercare di evitare l’ovvio e sovvertire le regole. All the boys love Mandy lane (Ievine, 2006) è un esempio da medaglia d’argento: una caratterizzazione forte dei personaggi, molti buchi nella trama ma una rivelazione finale che delizia (e annoia allo stesso tempo). Teeth (Lichetenstein, 2007) nonostante sia qualcosa di più di una pellicola comica dalle tinte dark riprende i film degli anni passati (abbiamo già parlato di un film dove compare una vagina dentata) e ha anche una protagonista femminile forte. In Cabin Fever di Eli Roth (Roth, 2002) tutti i personaggi sono intenzionalmente spiacevoli, così non ci dispiace se le donne si ammalano.

Gli Slasher hanno attraversato la loro fase rococò e ora sembrano in un momento di stasi ad eccezione di parodie, omaggi, prequel e sequel poche pellicole colpiscono per elementi innovativi e originali (Hatchet; Green 2006).

 

 

Comunque la pensiate si applicano ancora due fondamentali regole: la giovane protagonista forte è adattabile ad entrambi i sessi e seconda regola fondamentale la ragazza carina con la maglietta bianca o khaki e il seno prosperoso attrae sempre fidanzati facoltosi e  popolari (magari giocatori di football). Voi che dite?

E anche per questo sottogenere abbiamo finito e salutiamo il cinema horror. Spero abbiate trovato divertenti gli articoli dedicati, d’altronde io sono qui proprio per questo, e ci vediamo alla prossima.

Nel frattempo non dimenticatevi di leggere un buon libro, ogni anno ne vengono pubblicati più di 90.000 solo in Italia. Vi sfido a trovarne almeno uno che vi piaccia. Date una possibilità anche ai miei romanzi e iscrivetevi alla newsletter per tenervi sempre aggiornati.

Alice Tonini

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Gridiamo più forte con Baldwin e gli afro-americani del secolo scorso

Bentornato, oggi torna la rubrica degli inviti alla lettura con la prima opera del nuovo genere che vi propongo.

 

 

 

Abbandoniamo il genere biografico e le autobiografie più famose e vendute al mondo per approcciare dei romanzi che ci portano in viaggio, più precisamente nei prossimi mesi parleremo di libri i cui protagonisti affrontano un viaggio di formazione per crescere sia all’interno che all’esterno e noi impareremo tramite il loro viaggio dell’ eroe.

Iniziamo da un’opera semi-autobiografica. Il titolo in italiano è Gridalo forte ma il titolo originale è Go Tell It on the Mountain che deriva da una canzone del genere “Negro Spiritual” o spiritualista negra (assolutamente intesa in modo spergiativo) perchè risale alle canzoni che gli schiavi cantavano nelle piantagioni di cotone per darsi forza e coraggio durante le massacranti ore che trascorrevano sotto il sole. Il ritornello dice “Go tell it on the mountain that Jesus Christ is born“. 

 

 

E’ un titolo molto evocativo per un libro. Il primo che Baldwin considerò fu In My Father’s House che allude a versi biblici “In my Father’s House are many Mansions “, una sola frase che cattura i conflitti principali dell’intera opera: la relazione turbolenta del protagonista con entrambi i padri sia quello naturale che quello celeste. Un conflitto religioso e di identità che accompagnano il protagonista per tutto l’arco narrativo.

Alcuni ipotizzano che Baldwin scelse il titolo Go Tell it on the Mountain in onore dell’improbabile villaggio Loeche les Bains sulle alpi svizzere dove scrisse la maggior parte del romanzo. In questo paesaggio di alabastro (frase di Baldwin) lui fu il primo nero in assoluto ad essere visto da molti dei residenti locali e rimase tappato in casa con la sua macchina da scrivere per mesi. Compose la storia di tre generazioni di afro americani nell’Harlem del 1935 e nei primi anni del ventesimo secolo nel sud degli Stati Uniti. Lucien Happersburger, suo amico e amante la cui famiglia possedeva una casa nel piccolo paese, persuase Baldwin ad essere accompagnato solo dalla sua Remington e le sue registrazioni della cantante Bessie Smith. Proprio come Edith Wharton sedette in rue de Rivoli a Parigi per scrivere di villaggi ricoperti dalla neve in Ethan Frome, così qui Baldwin utilizzò la distanza geografica per catalizzare e invocare la brillantezza semantica.

 

 

Come già vi ho anticipato si tratta di un opera parzialmente autobiografica, il passato dell’autore fu quindi un elemento nattativo fondamentale. Come Baldwin stesso, il personaggio principale John Grimes affronta il senso di alienazione dalla sua famiglia, la sua distanza dalla comunità religiosa ( la chiese pentecostale) e dalle aspettative familiari. La prima riga del libro porta subito conflitto: “Tutti hanno sempre detto che John sarebbe stato un prete una volta cresciuto, proprio come suo padre”. 

La struttura del romanzo rende gli sforzi di John con il suo senso di differenza e i suoi problemi con la questione della salvezza religiosa l’alpha e l’omega del libro (Baldwin tratta in modo innovativo i passi che portano alla conversione ispirandosi a Sant’Agostino e a Jonathan Edwards). Tra questi due conflitti c’è una sezione di tre parti incredibile chiamata Le preghiere dei santi dove il lettore entra nei pensieri e nelle memorie della zia apostata di John, del suo odioso padre e della sua sensibile madre le cui memorie di Richard, il suo primo tragico amore, sono per me la parte più emozionante del libro.

Preparatevi a questo romanzo con la lettura della raccolta di saggi Notes of a Native Son, dove ritroverete gli stessi temi trattati in modo più diretto. Qualsiasi cosa Baldwin abbia provato come adulto riguardo la sua discendenza e la sua gioventù, raggiunge tono e cadenza paragonabili alla traduzione della bibbia di re James. La dura vita in campagna e il bellissimo linguaggio da cittadino, sono due aspetti del romanzo che si completano l’un l’altro in modo magnifico. Troverete piacevole anche la descrizione di Langston Hughes che racconta storiacce di basso livello con una borsa di velluto.

E anche per questo invito alla lettura è tutto. 

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Gli scienziati pazzi al cinema: ma esistono ancora?

 Bentrovato, mi scuso per il ritardo ma in questi giorni ho parecchio da fare e trovare il tempo per editare il testo per l’articolo di oggi è stato difficile. Ma noi non ci arrendiamo e torniamo a noi e ai nostri articoli sui sottogeneri del cinema. 

Purtroppo questi articoli stanno per finire per ora, in scaletta ho ancora un articolo su uno dei miei generi preferiti e poi si parlerà di altro: torneremo ancora a Efeso, ci saranno degli articoli dedicati alla scrittura di libri horror, inviti alla lettura interessanti. Insomma restate sintonizzati e avrete parecchio da leggere.

 

 

 

Ora vediamo come nel tempo gli scienziati pazzi dei film si sono evoluti fino a diventare oggi degli incompresi, faremo anche un breve ritorno al body horror.

Oh, in the name of God! Now I know what it feels like to be God! 

Frankenstein (James Whale, 1931)

Con questa citazione tratta dal classico della Universal del 1931 Frankenstein, il regista esprime la paura di una intera generazione, vissuta a cavallo tra i due secoli e che ha fatto esperienza di cambiamenti che hanno rivoluzionato il mondo. 

 

 

 

La paura del cambiamento e della novità è sempre esistita, dalla preistoria fino ai giorni nostri. La rivoluzione industriale in Gran Bretagna fu accompagnata dal movimento sindacale le cui richieste si infransero contro gli interessi economici delle grandi fabbriche nelle periferie, a quell’epoca molti vedevano nel progresso la benzina da buttare sul fuoco delle richieste degli scioperanti. Ma quella fu anche l’epoca della medicina vittoriana, delle prime operazioni chirurgiche che nella maggior parte dei casi uccidevano il paziente, dei dottori in competizione tra loro sulla velocità con cui potevano rimuovere un arto. Pensate che i più bravi in tre minuti netti vi segavano una gamba. 

Arrivò poi la prima guerra mondiale che portò la meccanizzazione della morte su larga scala; furono gli scienziati che crearono il gas mostarda che massacrò tutti quegli uomini nelle trincee; e più tardi ancora arrivarono i veleni utilizzati nella seconda guerra mondiale nei campi di concentramento per sterminare gli ebrei. Fu la scienza che ci portò la bomba atomica che distrusse Hiroshima e Nagasaki, ma anche la fissione nucleare che oggi da energia e potere ai governi del mondo. 

 

 

 

Fu proprio l’uso della bomba atomica nel 1944 che irrevocabilmente cambiò la percezione comune della scienza e dello scienziato, cosa che si riflettè nei film fantascientifici e horror prodotti a partire dagli anni ’50. Secondo questo nuovo filone cinematografico uno scienziato non sarà mai più degno di fiducia totale, perchè senza morale, e da allora gli scienziati verranno sempre messi a lavorare in qualche agenzia supersegreta su qualche sinistro piano per conquistare il mondo o in qualche reparto governativo per creare una nuova arma letale. 

Una volta che l’iconografia di Frankenstein fu messa a letto dalla cinematografia moderna la versione dello scienziato pazzo anni ’50 venne raggiunta da infinite varianti originali. Abbiamo il dottor Richard Marlow (interpretato da Bela Lugosi) che aveva l’abitudine di usare la magia nera e le anime delle ragazze che rapiva per fare rivivere la moglie defunta (Voodoo Man di Hook, 1944), abbiamo poi il dottor Peter Blood, che esumava i corpi e vi metteva dei cuori pulsanti per riportarli in vita (Dr, Blood’s Coffin di Sidney J. Furie, 1961) e la chirugia plastica del dottor Genessier, che sfigurò sua figlia con esperimenti fallimentari di ricostruzione facciale (Eyes without a face di Franju, 1960) riadattato in una ottima versione con l’opera The Skin I live in (Almodovar, 2011).

 

Il 1980 vede il proliferare dei media vecchi e nuovi: pornografia, campagne di marketing, video e Tv via cavo (poi rimpiazzate dalla TV satellitare) con i nuovi spettacoli di cabaret che sostituiscono quelli radiofonici. Si forma una nuova visione idealizzata del corpo umano che deve rispettare nuovi canoni estetici. La critica Naomi Wolf chiama la visione che nasce in quest’epoca “il mito della bellezza”. Nelle sue opere sostiene che “questo stato impossibile non può essere creato senza l’intervento della chirurgia plastica o della liposuzione.”

 Alla medicina e al mito della bellezza si affianca l’idea delle trasformazioni di genere, cinematograficamente figlie del lavoro di Cronenberg che guarda in questa direzione molto presto rispetto ad altri registi. L’avversione verso Photoshop spazza via l’ideale e il mito manifestandosi nell’esplosione delle modificazioni corporee: tatuaggi, piercing e scarificazione in rivolta contro il corpo perfetto. 

 

Cronenberg rivoluziona gli ideali della società. Una placca sul muro del dottor Hobbes in Shivers (Il demone sotto la pelle di Cronenberg, 1975) dice che “Il sesso è l’invenzione di una malattia venerea intelligente”. Ma il ruolo degli scienziati non è solo quello di alimentare gli istinti primordiali dell’umanità con esperimenti che ovviamente sfuggono al controllo.

Il regista di L’esperimento del dottor K. (The Fly di Kurt Neumann, 1958) fa dire allo scienziato Andre Delambre che: “l’umanità non ha più bisogno di provare desiderio o paura”; ma l’interesse dello scienziato è quello di infilare qualcuno nella macchina del teletrasportatore per soddisfare la sua sete di conoscenza. Forse in questo film si può ritrovare un mix con le idee di Cronenberg in VideoDrome: la trasformazione, la combinazione dei sessi e il corpo che si deforma. 

Ma comunque anche Cronenberg ebbe la sua versione della mosca (Cronenberg, 1986). La trasformazione del corpo, nella visione di Cronenberg, riguarda non solo la sessualità ma anche l’invecchiamento o una relazione amorosa che brucia le tappe per dirigersi verso la tragedia, in questo caso abbiamo il pene del protagonista Brundle tenuto in un vaso trasparente dalla compagna Veronica che alla fine continua la sua vita disillusa. Lei che nel film avrà bisogno di essere salvata da Brundle-mosca che la vuole moschizzare e si rivolta contro il suo ex fidanzato poliziotto colpendolo con il vomito acido. La trasformazione di Brundle-mosca si completerà ma la creatura nè umana nè animale non avrà nessun posto dove ascendere o discendere dalla sua mutazione e resta condannato nel suo limbo di solitudine. La mosca umana, emersa con il teletrasporto, in un ultimo atto di follia finale diventa essa stessa la macchina per il teletrasporto. La creatura patetica uomo-macchina-insetto che emerge da quest’ultima mutazione implora solo di essere liberata con la morte. E la follia dello scienziato u il compimento finale.

 

 

La visione dell’uomo macchina comparsa in questo film si interfaccia con altre opere del regista anticipando lavori più tardi di Cronenberg come Ballad Crash (Cronenberg, 1996), di altri film ne abbiamo parlato lo scorso articolo, e si può notare la sua influenza per Shin’ya Tetsuo (Tsukamoto, 1986) e Tetsuo II (Bodyhammer Tsukamoto, 1992).

La scienza malvagia è qui per rimanere. Gli scienziati pazzi non vedono l’ora di conquistare il mondo. E i film non aspettano altro se non l’ennesimo fallimento scientifico per alimentare le nostre paure. Dai disastri come quello di Bhopal o gli incidenti nucleari come quello di Chernobil (Chernobil Diaries di Parker, 2012), l’incidente nucleare all’isola Three Mile solo per citarne un paio da cui sono tratti decine di film. L’effetto dell’epidemia di SARS a Hong kong nel 2002 o quello del Covid lo possiamo ritrovare in Contagion di Stevan Soderbergh (Soderbergh, 2011). Le epidemie ci vedono affrontare nemici invisibili creati dalla scienza, come il gas Sarin, arma chimica senza odore, colore, e consistenza, cui furono esposti 5000 giapponesi nel 1995 o gli attacchi con l’antrace negli US.

La scienza cattiva e il complottismo sono parte integrate delle sceneggiature ancora oggi. Le corporazioni farmaceutiche ci nascondono le cure in attesa di vantaggi economici. Gli scienziati sono consapevoli che i fondi della ricerca possono essere loro tolti in ogni momento e sono obbligati a fare la parte dei cattivi per il bene supremo dell’umanità. Sono presenti in decine di opere.

 

E il Padrone in tutto ciò cosa c’entra?

 

In 28 days after (Boyle, 2002) il virus Rage è stato testato sugli animali e ha fatto venire un infarto a tutti gli scienziati quando ha trasformato gli infetti in animali feroci assetati di sangue. Una cosa simile può essere stata sviluppata solo per divenire una pericolosa arma chimica. Poi il film non è granché ma è per farvi un esempio di come la tecnologia diventa nanotecnologia nucleare al servizio degli eserciti, la cybernetica diventa più sofisticata e crea ibridi macchina-uomo, la chirurgia e la medicina sradicano le malattie e ne creano di nuove, e noi non siamo mai a corto di scienziati pazzi. 

Il canone non è completo senza una menzione a Frank Henenlotter con Basket Case (Henenlotter, 1982) e FrankenHooker (Henenlotter, 1990) Stuart Gordon con Re-animator (Gordon, 1985) e Dragon (Gordon, 2001) o Brian Yuzuna con Society (Yuzna, 1989); oppure vogliamo parlare della visione maestosa e intricata di Clive Barker in Hellraiser (Barker, 1987) e Nightbreed (Barker 1990) e qualche consiglio di come usare lo scalpello da Lloyd Kauman , co fondatore della Troma Entertainment, casa di produzione indipendente di film e compagnia responsabile della distribuzione per Tromeo e Juliet (Kaufman e Gunn, 1996) e The Toxic Avenger (Herz e Kaufman, 1984).

 

Ultimo ma non meno importante è il Padrone, antagonista del mio romanzo La Falena uscito nel 2022. Ha creato una sostanza chimica che non si è fatto scrupoli a testare su animali e umani ma alla fine è impazzito. Mirco deve trovare la forza di affrontarlo prima di finire ucciso con i suoi amici. È disponibile su Amazon, dategli un’ occhiata se anche voi amate la scienza cattiva.

E anche per oggi vi ho detto tutto. Mi raccomando di leggere qualche buon libro e di restare connesso per le ultime novità. Alla prossima.

Alice Tonini 

 

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