Civiltà Scomparse: Il Fascino di Atlantide #2

Lettori, compagni di viaggio nel regno del mistero e dell’ignoto, bentornati tra le nebbie del tempo, lì dove risuona il nome di Atlantide. Non è solo una terra perduta, ma un sussurro affascinante che attraversa i millenni, un enigma le cui spire attorcigliano la storia e la fantasia, lasciando dietro di sé solo domande senza risposta. Dove si celava questa civiltà così avanzata da svanire nel nulla? E quando, esattamente, il suo fulgore si spense? Le teorie si rincorrono come ombre in un labirinto, tessendo trame complesse tra epoche remote e luoghi inesplorati. Eppure, tra le innumerevoli ipotesi che danzano sul filo del rasoio, ve n’è una che con insistenza ci riporta alle radici stesse della leggenda: che Atlantide non sia altro che l’eco distorta di antiche calamità naturali che sconvolsero le coste della Grecia, trasformando la memoria di un disastro in un mito immortale. Ma siamo sicuri che sia solo questo? Il mistero di Atlantide continua a pulsare, un cuore antico nel petto dell’ignoto.

Il vero enigma di Atlantide non risiede solo nel suo quando, ma anche nel suo dove. Dobbiamo osare spingerci oltre le certezze, sfidare le mappe conosciute per esplorare terre ignote. Platone, con la sua ineguagliabile perspicacia, la collocò senza mezzi termini a occidente delle mitiche Colonne d’Ercole, il nostro stretto di Gibilterra, suggerendo così un’esistenza celata da qualche parte nell’immensità dell’Oceano Atlantico. Un’ipotesi, tra le più affascinanti, la colloca nel cuore pulsante del Mare dei Sargassi, dove alghe galleggianti si intrecciano in un sudario verde. Si dice che dopo l’inabissamento della grande isola, quelle acque divennero impraticabili, un cimitero liquido di vite perdute. Forse un monito arcano che ancora oggi ci sussurra la verità sull’ubicazione di un impero inghiottito dagli abissi.

Ma l’assenza di rovine sommerse a occidente di Gibilterra, non è forse essa stessa un enigma? Un silenzio che ci sfida a guardare oltre, a non accettare risposte troppo facili. È proprio questa inquietante mancanza di tracce a spingere alcuni storici contemporanei a deviare lo sguardo e a volgerlo verso orizzonti inattesi. E così, l’attenzione si sposta a est, verso un’altra isola, avvolta nel mito e nella storia: la greca Santorini. Un luogo che porta incisa nella sua roccia la memoria di eruzioni vulcaniche devastanti, un’ira della terra che si è scatenata ciclicamente, l’ultima volta appena qualche mese fa. E se il mito di Atlantide, anziché sprofondare nell’Atlantico, fosse in realtà il ricordo di un cataclisma avvenuto nel cuore dell’Egeo, un’esplosione tanto violenta da riscrivere la geografia e generare una leggenda senza tempo? Il vero mistero, forse, è non volersi arrendere alle apparenze.

Tremilacinquecento anni fa, in un giorno che l’oblio ha cercato di inghiottire e che non viene nemmeno ricordato nei libri di storia, attorno al 1520 a.C., la terra stessa si squarciò. L’intero cuore dell’isola di Santorini, un’area di ben 60 chilometri quadrati, precipitò nell’abisso marino in un istante terrificante. Quell’evento titanico non solo scagliò una coltre di cenere vulcanica spessa oltre 30 metri su quella che allora era conosciuta come Thera, seppellendola sotto un sudario grigio, ma generò anche un’onda colossale. Un’onda di distruzione che, con la sua furia inarrestabile, si riversò su Creta, a poco più di cento chilometri di distanza, sommergendo ogni cosa. E se invece di Santorini fosse proprio quella Creta, con la sua civiltà minoica che fioriva attorno alla maestosa Cnosso, la vera Atlantide?

Per comprendere la portata di quel cataclisma che inghiottì Santorini, dobbiamo volgere lo sguardo a un altro orrore eruttivo, un’eco di distruzione di cui abbiamo maggiori testimonianze. Parliamo dell’eruzione di Krakatoa del 1883, tra Giava e Sumatra, un evento che squarciò il velo della normalità e riscrisse il significato stesso di “disastro”. Immaginate: la cenere vulcanica non si limitò a oscurare il cielo, ma si spinse fino alla stratosfera, viaggiando con i venti più lontani, fino a lambire le coste dell’Europa. Per quasi 200 chilometri intorno al vulcano, il giorno si tramutò in una notte innaturale, densa e opprimente. E il rumore… oh, il rumore! Il più assordante mai registrato nella storia umana, un boato così potente da essere udito fin oltre 3.500 chilometri di distanza, fino alle spiagge lontane dell’Australia. Se la natura può scatenare una tale furia, non è difficile credere che un evento simile abbia potuto generare non solo distruzione, ma anche leggende immortali, racconti di mondi perduti che ancora oggi ci affascinano e ci tormentano.

Eppure, persino la furia inaudita di Krakatoa impallidisce di fronte a ciò che accadde a Thera. Gli storici raccontano che l’intensità di quell’eruzione primordiale, avvenuta ben 3.500 anni fa, fosse meno della metà di quella del cataclisma greco. Immaginate la potenza che distrusse quell’isola. Per cogliere la vera scala di quell’evento, basta osservare l’immensa cicatrice che ancora oggi squarcia il paesaggio: un gigantesco cratere, trasformato in una baia profonda, che separa Santorini dalle piccole isole circostanti. Un tempo, tutte queste terre erano un’unica massa, un unico corpo. Ora, quel vuoto azzurro testimonia la violenza inimmaginabile che le ha separate, scolpendo per sempre nel mare e nella memoria il ricordo di un’apocalisse che potrebbe aver dato origine al mito di Atlantide.

Santorini, l’isola che oggi emerge dalle acque, è un luogo di una bellezza singolare e, a ben guardare, profondamente inquietante. Il traghetto che giunge dal Pireo, sulla rotta per Creta, non attracca in un porto qualunque, ma si insinua sotto imponenti faraglioni neri, scoscesi e minacciosi. Lì, una strada a zig-zag, quasi verticale, si arrampica vertiginosamente verso l’alto, come una cicatrice sulla pelle della montagna. In cima a questa ascesa mozzafiato, si trova il delizioso Hotel Atlantis, un nome che non può che risuonare con un’eco sinistra, quasi profetica. Da qui, lo sguardo si perde sulla baia profonda, uno specchio d’acqua che, in realtà, è la bocca aperta di un vulcano immenso e non ancora sopito, un gigante addormentato che respira sotto la superficie. La stessa strada che conduce al porto porta il nome di Spyros Marinatos, un archeologo che dedicò la sua vita a svelare i segreti di quest’isola. I suoi scavi, in particolare nel villaggio abbandonato di Akrotiri, una Pompei dell’Egeo sepolta dalle ceneri, lo condussero a una convinzione sconvolgente: che quella fiorente colonia minoica, scomparsa nel cataclisma, fosse in realtà la scintilla, il seme dal quale germogliò la leggenda immortale di Atlantide. E se fosse proprio qui, sotto i nostri occhi, che il confine tra storia e mito si dissolve?

“Gli egizi hanno sicuramente avuto notizia dello sprofondamento di un isola che allora si chiamava Thera, e oggi Santorino, ma non sapevano che si trattava di un isola piccola e relativamente poco importante. E il terribile evento lo trasferirono invece alla vicina Ceta, l’isola così gravemente colpita e con la quale persero improvvisamente ogni contatto. E la leggenda di un intera armata inghiottita derivò dalla notizia della perdita di migliaia di persone. Con la mancanza di logica e di consequenzialità tipica delle leggende e dei miti, lo stesso Platone non fece caso all’ impossibilità che Atlantide nell’ oceano Atlantico e l’ armata ateniese, naturalmente ad Atene, siano affondate insieme e contemporaneamente.» S. Marinatos.

Tra le incredibili scoperte fatte nella città sepolta di Akrotiri ci sono i resti di una stupenda pittura murale di circa 3×4 metri, nella quale si possono ammirare 6 ninfe che offrono fiori a una dea dai seni nudi con un pavone a fianco. Il pavone era sacro a Era, dea dell’ Olimpo moglie e sorella di Zeus, alla quale era stato dedicato un magnifico tempio sull’isola di Samo. L’ affresco ora è stato portato al museo Bizantino di Atene. Il professore Marinatos rimase anche un po’ confuso dalla mancanza di vita che i suoi studi rivelavano. «Non abbiamo trovato neanche uno scheletro,» disse, «nonostante noi sappiamo che migliaia di persone devono essere morte a causa del terremoto e delle eruzioni vulcaniche.»

Come già visto in precedenza nel 1500 a.C., un’ombra si allungò su Creta. Un cataclisma, di proporzioni inaudite, inghiottì la fiorente civiltà minoica, fino ad allora fulcro di commerci e scambi con l’Egitto. Senza un apparente motivo, la loro avanzata cultura svanì nel nulla, lasciando dietro di sé solo silenzi e rovine. Fu allora che Amenofi III, il faraone d’Egitto, distolse lo sguardo dall’isola perduta per stringere nuove, inattese alleanze con Micene, nel Peloponneso. Da quel momento, Creta, un tempo faro del Mediterraneo, fu condannata all’oblio, cancellata dalle pagine della storia. Cosa accadde realmente? Il mare inghiottì i suoi segreti, o fu qualcosa di più sinistro a sigillare il destino dei Minoici?

Le testimonianze dei contatti tra Creta e l’Egitto risuonano ancora tra le rovine di Cnosso, e raccontano storie di un’era dimenticata. Poco fuori Candia, l’attuale capitale, sorge una ricostruzione che quasi commuove, opera di Sir Arthur Evans, l’archeologo inglese che all’inizio del secolo dedicò la sua fortuna a riportare in vita un frammento dell’antica Creta. Ma in questo luogo di apparente tranquillità, tra due dolci colline, si cela un’ombra. Qui regnò Minosse, il re il cui nome è indissolubilmente legato alla leggenda più inquietante dell’isola: quella del Minotauro. Una creatura metà uomo e metà bestia, imprigionata in un labirinto così intricato da sembrare vivo, un abisso di pietra dove ogni anno venivano sacrificate sette giovani donne e sette giovani uomini. Un tributo di sangue che macchiava l’opulenza del suo regno. Questo labirinto primordiale, potrebbe aver ispirato le tortuose vie piastrellate che i cristiani medievali percorrevano in ginocchio nelle loro chiese. Il mistero di Creta è un velo che ancora oggi attende di essere sollevato. «Il labirinto » dice uno scrittore di inizio secolo scorso, «così facile da entrarci e così difficile se non impossibile da uscirci è chiaramente il simbolo della vita umana.»

Mentre gli scavi di Sir Arthur Evans si addentravano nel cuore di Cnosso, la terra stessa sembrò fremere. Un lieve terremoto scosse il sito, innocuo nelle sue conseguenze, eppure sufficiente a risvegliare un’antica credenza. Fu un brivido che ricordò a tutti la convinzione minoica: i tremori della terra erano causati da una divinità ctonia, un gigantesco toro le cui corna possenti scuotevano le fondamenta del mondo. Non è un caso che persino Omero, secoli dopo, attribuisse a Poseidone l’epiteto di “scuotitore della terra”.

Creta: la più vasta delle isole greche, e forse la più enigmatica, custodisce segreti sepolti nel tempo. I suoi abitanti, un popolo di tempra indomita e spirito fiero, portano ancora i segni di un passato duro. Nelle remote vette montane, dove l’aria si fa più sottile e il paesaggio più aspro, si incontrano ancora figure avvolte negli antichi costumi neri, con stivali alti. Un ricordo di questo indomito vigore, di questa viscerale indipendenza, può essere colta nelle parole del più celebre cantore di Creta, Nikos Kazantzakis. La sua opera più nota, il bestseller “Zorba il Greco“, affonda le radici proprio in questa terra misteriosa, dove lo scrittore visse e, infine, trovò la quiete eterna.

Candia, l’ombra silenziosa che veglia su Cnosso, fu in tempi antichi il suo battello d’accesso al mondo. Nel IX secolo, un’ondata araba la trasformò, erigendo un forte che ne sigillò la nascente importanza, un baluardo di misteri e conquiste. Poi vennero i Veneziani, le cui impronte sbiadite ancora si intravedono, seguirono i Turchi, lasciando anch’essi le loro enigmatiche tracce. Oggi, con le sue 70.000 anime, Candia si presenta con un velo di apparente tranquillità, un crocevia cosmopolita dove il tempo sembra essersi fermato. I visitatori, incantati, si perdono tra i tavolini dei caffè all’aperto, ipnotizzati dal sussurro della fontana seicentesca che domina la piazza principale. Ma sotto questa patina di calma, si annidano segreti più profondi. Qui, in un luogo non lontano, nacque El Greco (1541-1614), le cui visioni contorte sembrano ancora aleggiare nell’aria. E qui, tra le mura antiche, riposa per l’eternità Nikos Kazantzakis (1885-1957), il cui spirito inquieto continua a sussurrare storie di un’isola senza tempo. Ogni giorno, i traghetti dal Pireo approdano, portando nuovi volti a interrogare i suoi enigmi.

Eppure l’enigma persiste. Se Atlantide è più di un sussurro del vento, se davvero le sue rovine giacciono sepolte nelle profondità della Grecia, allora non fu che una tra le innumerevoli civiltà inghiottite dall’oblio. Un’altra tessera in un mosaico di scomparse, un’altra eco nel coro silenzioso di ciò che fu e non è più.

Atlantide, per molti, non è solo una leggenda, ma la metafora di una terra scomparsa da un tempo immemorabile, un’entità avvolta nel mistero che, chissà, potrebbe un giorno riemergere dalle profondità. Questa fascinazione per civiltà perdute non è un fenomeno isolato; echi di storie simili risuonano in ogni angolo del mondo. Basti pensare alla leggenda della Terra Perduta della Leonessa o la mitica Avalon al largo delle coste della Cornovaglia, dove si narra che il popolo di Re Artù sia svanito dopo la sua ultima, fatale battaglia.

Nel XVII secolo lo storico William Camden annota che i pescatori al largo delle coste britanniche di quella zona portavano continuamente a galla, nelle reti, pezzi di muratura e nell’area attorno alle isole Scilly, durante la bassa marea, era possibile vedere antiche mura di difesa.

Tuttavia, inquietanti discordanze gettano ombre su queste affascinanti teorie. I geologi sostengono che i maggiori cedimenti di terreno lungo l’instabile margine atlantico – una regione tormentata dall’attività vulcanica – si siano verificati molto prima dell’Età del Bronzo (2000 a.C.), lontano dall’epoca di Re Artù, solitamente collocata attorno al 500 d.C. Eppure, il mistero si infittisce: erosioni e inabissamenti continuano ancora oggi, e innumerevoli isole vulcaniche compaiono e svaniscono dagli oceani con una regolarità quasi spettrale. Datazioni esatte rimangono un miraggio, lasciandoci solo con ipotesi frammentarie. I geologi suggeriscono che le isole britanniche fossero connesse all’Europa continentale ben 8000-9000 anni prima dell’era cristiana. Queste cifre, così distanti dalle leggende, complicano il quadro, ma non lo dissolvono. Anzi, forse lo rendono più intrigante.

Molto bene viaggiatori, è venuto il momento di ripartire dalle coste di Atlantide. La nostra fidata barca ci aspetta paziente per continuare la nostra ricerca della magia e per tornare ai nostri tempi. Altri luoghi misteriosi ci aspettano.

Alice Tonini

Una risposta a “Civiltà Scomparse: Il Fascino di Atlantide #2”

  1. Avatar La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀 | Alice Tonini

    […] ●Ci siamo persi, la navigazione è stata particolarmente difficile e siamo finiti sulle spiagge di Atlantide. Isola perduta tra le nebbie del tempo abbiamo provato a capire dove si trovasse e chi fossero gli abitanti. Purtroppo trovare una risposta è stato difficile, abbiamo potuto fare solo ipotesi ma siamo ripartiti con la sensazione di aver toccato, anche solo per un minuto, la magia delle leggende. Riscoprire Atlantide: Tra Mito e Verità #1, Civiltà Scomparse: Il Fascino di Atlantide #2 […]

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Momenti Magici: Dove Fantasia e Luoghi Si Incontrano

Carissimi lettori del mistero e dell’ignoto, c’è un ricordo che custodisco con particolare affetto, un momento in cui la mia passione per la letteratura del mistero, il folklore e i luoghi leggendari si sono intrecciati in modo indimenticabile. Non si è trattato di un’esperienza grandiosa o di una scoperta clamorosa, ma di un pomeriggio tranquillo, avvolto in un’atmosfera che sembrava uscita da un romanzo gotico.

Ero in visita a un piccolo lago alpino, di quelli che ti aspetti di trovare descritti nelle pagine di un racconto di Sheridan Le Fanu, con le sue acque cupe che riflettevano le montagne circostanti e un velo di nebbia che a tratti si levava dalla superficie. Il cielo era plumbeo, minacciando pioggia, e il silenzio era rotto solo dal fruscio del vento tra gli alberi. Avete presente il Lago di Molveno? Forse non si tratta di una meta turistica molto conosciuta, è piccolo ma estremamente affascinante.

In quel pomeriggio così suggestivo, avevo scelto di leggere “Il Mastino dei Baskerville” di Arthur Conan Doyle. Immaginate la scena: seduta su una panchina di legno consumata dal tempo, con il lago misterioso di fronte a me e le parole di Doyle che prendevano vita, sembrava che la brughiera di Dartmoor si fosse in qualche modo fusa con il paesaggio alpino. Ogni pagina che voltavo, ogni descrizione della desolazione della brughiera e dell’inquietante ululato del mastino, risuonava con l’ambiente circostante. L’umidità dell’aria, il grigio del cielo e persino il modo in cui i rami degli alberi si stagliavano contro le nuvole contribuivano a creare un’esperienza immersiva, quasi sensoriale. Non era solo la storia in sé a catturarmi, ma il modo in cui il luogo amplificava l’esperienza. Sentivo la tensione crescere con le descrizioni di Holmes e Watson, e ad ogni crepitio di un ramo o al movimento delle canne in riva al lago, mi sembrava di percepire l’ombra del mistero strisciare più vicina.

Questo è il tipo di momento che amo: quando un luogo, con la sua storia e le sue leggende non dette, si fonde perfettamente con la narrativa che sto esplorando. È un ricordo che vi racconta il perché sono così affascinata dal mistero e dal folklore: per la loro capacità di trasformare la realtà in qualcosa di più profondo, più enigmatico, e a volte, anche un po’ spaventoso. Forse è questa la magia che cerco in ogni libro e in ogni viaggio: la possibilità di essere trasportata, anche solo per un pomeriggio, in un mondo in cui il velo tra la realtà e la leggenda si assottiglia. E voi, avete un momento in cui un libro e un luogo si sono uniti in un’esperienza indimenticabile?

Alice Tonini

2 risposte a “Momenti Magici: Dove Fantasia e Luoghi Si Incontrano”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bello! Molto bello anche che tu abbia voluto condividerlo con noi, grazie davvero!

    Ora la mia memoria non mi aiuta a ricordare momenti di lettura particolari ma so che ci sono stati e in un momento tranquillo spero di ricordarli per poterteli raccontare.

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  2. Avatar valy71

    Il Lago di Molveno è bellissimo, lo conosco!!!
    Ricordo che un’estate, in vacanza in Calabria, a Santa Caterina dello Jonio, lessi I Promessi Sposi dalla prima all’ultima pagina e mi piacque tantissimo. Faticai un po’ nella parte della peste, ma fu una bella esperienza. La Prof. ssa di Italiano delle Superiori ce lo diede come compito, ma ne fui entusiasta. Un saluto 👋🏻

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Il commesso di Malamud: tra sofferenza e redenzione

Carissimi lettori del mistero eccoci al nostro consueto appuntamento letterario.

Oggi ci immergiamo nelle profondità della letteratura insolita e misteriosa dove personaggi inusuali danzano con le parole. È qui che incontriamo l’enigmatico Bernard Malamud, autore di un opera che lo avrebbe marchiato a vita: Il commesso, pubblicato nel 1957, qui in Italia è uscito anche con il titolo di Il giovane di bottega. Quest’opera non solo ha gettato le basi della sua carriera letteraria ma ha anche fatto nascere una etichetta che Malamud detestava: scrittore ebreo-americano. Una etichetta che a suo dire lo limitava e lo disgustava profondamente. Il commesso diventa un film nel 1997 anticipato di qualche anno da un altro film sempre ispirato ad una sua opera con il titolo Il migliore (The Natural, 1984 Levinson) tratto da un opera del 1952. Film con un giovanissimo Robert Redford che fu candidato a ben 4 premi Oscar. Ma al di la del successo è la battaglia di Malamud contro le etichette a rendere la sua storia così avvincente. A questo periodo sembra risalire la sua enigmatica frase, spesso citata:

Ogni uomo è un ebreo, anche se non lo sa.

B. Malamud

Ma torniamo al cuore pulsante della nostra discussione Il commesso. Questa non è solo una storia ma una immersione nell’anima del passato americano, un eco delle sue ferite e delle sue speranze. Sebbene vi abbia già accennato al suo successo, la vera forza dell’ opera risiede nelle sue radici più intime: Malamud attinge a piene mani al suo vissuto più intimo, trasformando le difficili esperienze del padre (un bottegaio ebreo russo immigrato, proprio come l’ indimenticabile protagonista Morris Bober) in pura arte narrativa. A differenza delle complesse trame che abbiamo esplorato in precedenza Il commesso incanta con la sua disarmante semplicità, celando una chiarezza che commuove. È un sottile ma potente gioco morale che dispiega i temi universali della sofferenza e delle grazia, invitandoci a riflettere sulla natura umana e sul destino.

Immergiamoci ora nella cruda realtà che attanaglia la famiglia Bober. Morris si aggrappa al suo vecchio negozio, un’attività che arranca ad arrivare a fine mese, un simbolo della loro lotta quotidiana. Al suo fianco, la moglie Ida condivide la stessa fatica e la stessa morsa della povertà. Poi c’è Helen, la figlia, un barlume di speranza, una giovane promettente. Ma il destino, come spesso accade nella vita, si rivela impietoso: Ephraim, il figlio che aveva sacrificato il college per aiutare la famiglia, si spegne prematuramente a causa di una banale infezione alle orecchie. Come ben sa chi ha conosciuto il dolore, le cose possono sempre precipitare. E infatti, la sfortuna non si ferma qui: dei ladri inetti assalgono Morris nella sua bottega, lasciandolo inabile al lavoro. Ma il nostro protagonista, dimostrando una resilienza ammirevole, si rifiuta di arrendersi, lottando con ogni fibra per rimanere a galla. È in questo scenario di disperazione che emerge una figura enigmatica: Frank Alpine. Orfano, di origini italiane e di fede cattolica, Frank si presenta con una proposta quasi assurda: vuole lavorare per Morris gratuitamente, per fare esperienza, o almeno così sostiene. Si accontenta di poco: un po’ di latte, qualche sandwich, un giaciglio sul pavimento della cantina, finché non gli viene offerto un divano e poi, finalmente, un letto. Ma quali sono le vere intenzioni di questo misterioso giovane? E come influenzerà la già precaria esistenza dei Bober?

Man mano che la storia si dipana, una verità sconcertante emerge dalle ombre: Frank Alpine, l’uomo che si accontenta di pochi spiccioli, è in realtà uno dei ladri che in passato avevano assalito Morris. Un colpo di scena che ribalta ogni aspettativa! Eppure, nonostante la sua natura tutt’altro che irreprensibile, Frank ha una strana presa sui clienti, e sorprendentemente gli affari in bottega iniziano a fiorire. Ma il passato non è l’unica ombra sulla sua anima: Frank non è un santo. Occasionalmente ruba l’incasso, falsifica i documenti e intasca denaro. E poi c’è Helen Bober. Frank ne è attratto in modo viscerale, quasi ossessivo: i suoi occhi “addocchiano” le mutandine a fiori e i reggiseni sotto i vestiti, la corteggia in modo sfacciato e, con un’inquietante audacia, la spia mentre si fa la doccia. L’attrazione di Helen, però, è un turbinio di sentimenti contrastanti. Da un lato, il suo cuore spera nel ritorno di Nat Pearl, lo studente di legge con cui ha condiviso la sua verginità. Dall’altro, una curiosità torbida e irresistibile la spinge verso Frank. Cosa succederà in questo pericoloso gioco di attrazione e segreti?

Al centro di questa narrazione, si dipana un groviglio di pregiudizi etnici che affiorano apertamente, creando tensioni palpabili. Frank, il ragazzo cattolico, si dibatte con un latente disagio, sentendosi a volte in colpa per il fatto di lavorare per degli ebrei. Allo stesso modo, Ida non riesce a sentirsi completamente a suo agio con la presenza di Frank in casa, una figura che per lei rappresenta l’estraneità. Eppure, in questo contesto intriso di reciproche diffidenze, la riabilitazione e la redenzione si fanno strada, lentamente, quasi impercettibilmente. Ma c’è un’ombra che incombe su Frank: le sue speranze e ambizioni personali superano di gran lunga le sue reali capacità. È un uomo profondamente ambivalente, un’anima in pena che cerca disperatamente il riscatto nell’oscurità delle sue azioni passate. Il suo è un tentativo disperato di riguadagnare la fiducia delle persone, dopo averle tradite nei modi più abietti. Riuscirà a liberarsi dalle catene del suo passato e a trovare la vera redenzione?

Il percorso di Frank è un intreccio di luci e ombre, un’agonia di contraddizioni che lo rendono indimenticabile. È lui a salvare Helen da una violenza in un parco pubblico, un gesto eroico che purtroppo viene macchiato dalla sua stessa brutalità: Frank le userà violenza, rivelando la sua natura bifronte. Nonostante questo, cerca ostinatamente il perdono di Morris, l’uomo che ha derubato e raggirato per anni. C’è una scena di struggente bellezza che lo vede intento a intagliare, con un semplice coltellino, una tavola di legno, trasformandola in un commovente tributo per Helen. Ma ogni speranza di redenzione sembra svanire quando lei, con un gesto carico di dolore e rifiuto, getta via tutto nella spazzatura. E ancora, a sottolineare la sua battaglia per l’accettazione, le ripetute volte in cui Morris, esasperato, lo caccerà senza mezzi termini dal negozio. Queste sono le sfaccettature di un uomo che lotta per emergere dalla propria oscurità, un passo avanti e due indietro.

Il sipario cala su un finale che è tutt’altro che rassicurante, lasciando il lettore sospeso in un’ambivalenza che brucia. Frank Alpine, l’uomo delle mille contraddizioni, finisce per abbracciare l’eredità di Morris, identificandosi con il suo modello di vuoto, tanto da giungere a convertirsi all’ebraismo. Un epilogo sconcertante, che lo vede assorbire l’identità di colui che aveva tanto raggirato. Nel frattempo, Helen si dibatte in una lotta interiore devastante, cercando disperatamente di auto-convincersi che la violenza subita non sia mai accaduta.Questa non è una conclusione, ma un’ulteriore evoluzione interiore, tipica del genio di Malamud. L’autore stesso, in una prefazione di una vecchia edizione del romanzo, offre una chiave di lettura ecumenica e provocatoria: spera che Frank non si arrenda alla lettura di San Francesco, ma che continui con Isaia. Un invito a non fermarsi a una spiritualità consolatoria, ma a cercare una verità più profonda e, forse, più scomoda, tra le righe di un destino ancora da scrivere. E voi cosa ne pensate di questo viaggio tra redenzione e inganno? Quali sono le domande che questo finale vi lascia? Fatemelo sapere nei commenti, e se l’articolo vi ha incuriosito, lasciate un like!

Alice Tonini

Una risposta a “Il commesso di Malamud: tra sofferenza e redenzione”

  1. Avatar Giganti della Letteratura: Dialoghi tra Sogni ed Illusioni | Alice Tonini

    […] come due mondi così distanti si sono trovati uniti nel bisogno di una bussola morale:Il commesso di Malamud: tra sofferenza e redenzione, Gridiamo più forte con Baldwin e gli afro-americani del […]

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Riscoprire Atlantide: Tra Mito e Verità #1

Lettori amanti dell’ignoto, aggrappatevi con forza al precario equilibrio della nostra nave. L’oscurità liquida ci avvolge, onde spettrali percuotono il legno con gemiti sordi, scuotendo la nostra fragile dimora sull’acqua in un’altalena sinistra. La vela silente pende inerte, mentre un vento gelido ulula litanie tra le sartie, spruzzando il nostro volto di un’umida essenza marina. Poi, un sussulto brutale, uno stridio agghiacciante, e la nostra prigione galleggiante si incaglia con un tonfo su una riva di sabbia che brilla di una luce innaturale. Avvolti nei nostri mantelli come in sudari, ci gettiamo nel silenzio denso, correndo a piedi nudi sulla sabbia che attutisce ogni suono. La nebbia, un sudario opaco, cela forme indistinte, sagome di dimore che appaiono e scompaiono come spettri. Senza esitazione, cerchiamo rifugio sotto le fronde di un albero che incombe, ignorando la sensazione di occhi invisibili che ci osservano nel buio. Ci guardiamo tra noi con sguardo smarrito. «Dove siamo?» Una donna avvolta in un mantello blu appare dalla nebbia. «Benvenuti ad Atlantide.»

L’eco di un’antica civiltà perduta, un’isola avvolta nel mito, risuona inquietante attraverso le ere, un’ombra romantica che infesta l’inconscio di molte culture. Si narra di una fioritura prodigiosa, un’esistenza idilliaca spezzata di netto dall’abbraccio insondabile dell’oceano. Sussurri ancestrali parlano di una terra intessuta di incantesimi e arcane dottrine, un isola i cui segreti esoterici giacciono ora inabissati, irrecuperabili. I suoi abitanti, un tempo baciati dalla fortuna, si dice fossero custodi di ricchezze inimmaginabili, di un potere arcano, di una saggezza che trascendeva la comprensione mortale, e di una felicità perfetta, in simbiosi inquietante con le forze primordiali. Il loro unico desiderio, una preghiera sussurrata al vento e alle onde, era di preservare quell’effimero paradiso, ignari delle oscure correnti che già serpeggiavano sotto la superficie del mare.

Ah, il sogno rincorso nei secoli di un’isola incantata, un rifugio dove la magia della natura danza senza la necessità di ingombranti marchingegni tecnologici, un luogo di eterna quiete… non è forse il custode dei nostri sogni più audaci e delle nostre fantasie più sfrenate? Questa leggenda si veste di nuovi nomi ad ogni sussurro del tempo: Shangri-La, Bali-hai, Brigadoon… ognuna di queste terre apre una finestra letteraria su quell’antico desiderio di pura gioia. In fondo, è un mito amico, un po’ dispettoso forse, che ci invita a curiosare tra le pieghe dei nostri limiti, a soppesare le nostre forze e debolezze di fronte a un’immagine di perfezione che, chissà, potrebbe non essere poi così irraggiungibile.

Questa storia di un’isola magica è davvero affascinante! Spunta da ogni angolo del mondo, dall’Atlantico al Pacifico, sussurrata tra le onde dell’Egeo e le misteriose correnti del Mar dei Sargassi… quasi ti fa venire il sospetto che un luogo del genere, o magari più d’uno, sia davvero esistito. Un paese avvolto in un’aura speciale, una civiltà svanita all’improvviso, lasciando dietro di sé non solo un vuoto, ma anche quel ricordo un po’ strano, quella sensazione di un posto meraviglioso e incantato che aleggia ancora nell’aria.

Un frammento di questa antica credenza serpeggia tra le pagine di un papiro egizio, gelosamente custodito a Leningrado. Narra la storia di un viaggiatore sfortunato, il cui cammino verso le miniere del faraone fu interrotto dalla furia del mare. Si ritrovò esule su una riva ignota, lambita da acque silenziose. Lì, una visione abbagliante lo attese: un drago dalle squame d’oro zecchino, la cui voce risuonò con un eco primordiale: «Questa è la dimora degli uomini beati, dove ogni anelito del cuore si materializza». La promessa di salvezza, di un ritorno al suo mondo, gli fu sussurrata come una dolce illusione. Ma l’ombra del drago si allungò sulle sue speranze con una rivelazione inquietante: quell’isola, scrigno di felicità, era votata all’oblio, destinata a sprofondare negli abissi marini, per non essere mai più rivista da occhi umani.

Un centinaio d’anni dopo, sempre lì in Egitto, circola un’altra storia affascinante, quella di Atlantide, raccontata dal saggio Platone. Verso il 335 avanti Cristo, egli mise nero su bianco una chiacchierata tra amici, Socrate, Crizia e Timeo. Lì si parlava di questo regno di Atlantide, a quei tempi sparito già da un pezzo. Solo che… c’è un piccolo dettaglio un po’ strano. Il protagonista di questo racconto non è uno qualsiasi, ma Solone, un antenato di Crizia, un tipo leggendario che era stato in Egitto più di un secolo prima. Quindi, è come ascoltare un’eco lontana, una storia raccontata da qualcuno che l’ha sentita in prima persona una testimonianza che ti fa venire la pelle d’oca, non trovi?

Immagina la scena: il saggio Solone chiacchiera amabilmente con i sacerdoti di Sais, una città antichissima sulle rive del Nilo. La conversazione scivola indietro nel tempo, ma ecco che i sacerdoti, con un sorriso un po’ enigmatico, prendono in giro Solone! Pare che la sua conoscenza della storia greca fosse un po’ lacunosa ai loro occhi. Loro, invece, con un velo di mistero nella voce, gli raccontano di una storia di Sais che affondava le radici in un passato lontanissimo, ben ottomila anni! E poi, la parte più intrigante: quei vecchi manoscritti di Sais conservavano il ricordo di una guerra remota, una battaglia tra gli antichi ateniesi e una civiltà potente che dimorava su un’isola nell’immensità dell’Atlantico.

«C’erano altre isole vicino a questa, » dicono i sacerdoti, «e al di la, oltre l’oceano, un grande continente. Questa isola, chiamata Poseidone o Atlantide, era governata da re, i quali, regnavano anche sulle terre vicine e possedevano la Libia, e alcune isole del mar Tirreno. Quando l’Europa fu invasa dalle armate di Atlantide, il coraggio di Atene, che era a capo della coalizione greca , salva la Grecia dal giogo degli invasori. Questi eventi precedettero di poco una terrificante catastrofe, un potente terremoto scosse la terra e violente pioggie incessanti la allagarono. Le truppe greche morirono, e Atlantide fu inghiottita dalle acque dell’ oceano.»

Questo è il passo tratto da Timeo, ma è nel ‘Crizia‘ che il velo si fa ancora più sottile, rivelando dettagli che agghiacciano l’anima. Si sussurra di un cataclisma, avvenuto ben 9600 anni prima che Platone narrasse la sua storia, che inghiottì Atlantide negli abissi. La descrizione di quel regno è un canto ammaliatore e sinistro: terre fertili che ora giacciono sotto onde oscure, foreste di alberi dalle forme aliene che ondeggiano nel silenzio del mare profondo, miniere sigillate per sempre, custodi di metalli e gemme scintillanti. E poi un metallo misterioso, descritto con un’ammirazione quasi sacrilega, lucente come oro ma intriso di proprietà arcane, che ora dorme disperso per sempre negli abissi, un ricordo inquietante di una magia perduta.

L’occultista inglese Anthony Roberts, nel suo inquietante saggio I giganti della terra, evoca passaggi da antichi testi, ombre che danzano su una verità proibita. Egli insinua che gli atlantidei, lungi dall’essere i saggi sovrani di un’utopia perduta, si abbandonarono a pratiche nefaste, cadendo in una spirale di magia nera così potente da condurli alla rovina. «E così furono distrutti dalla loro obbedienza ai poteri oscuri dello spirito del male», ammonisce Roberts, le cui parole risuonano come un presagio. Per lui, la leggenda di Atlantide non è un mero racconto per bambini, ma l’eco distante di una civiltà che realmente prosperò in un’era remota che precede di millenni la nascita di Cristo. Ma qui il velo si fa più fitto, il mistero più denso. «Quel che realmente fu non ha niente a che vedere con quello che gli studiosi classici intendono o capiscono.» Le loro ricostruzioni, Roberts suggerisce con un tono carico di sottintesi, sono solo deboli e tremolanti riflessi di una grandezza oscura e inimmaginabile. Cosa celavano realmente le immense città di Atlantide? Quali segreti giacciono sul fondo del mare protetti da abissi insondabili? La verità, secondo Roberts, è molto più inquietante di quanto osiamo immaginare.

Quasi tutti coloro che hanno osato interrogare l’enigma di Atlantide – da Platone fino agli oltre duemila volumi odierni che tentano di strappare il velo al suo ricordo – hanno affrontato l’incertezza: il racconto del filosofo greco era una finestra su un’era perduta, o solo un miraggio della mente? Figure avvolte nella penombra della storia, come Giamblico, Porfirio e Origine, si sono avvicinate al mistero, offrendo interpretazioni che, pur divergenti, sembrano convergere su un punto inquietante: un nucleo di verità sommersa giace sotto la superficie del mito. Ma poi, il confine si fa sfocato, le acque si intorbidano. Coloro che giunsero in epoche successive, parlarono attingendo solo ai labirinti della propria immaginazione, o scrutando riflessi distorti nello specchio dei desideri umani e delle leggende sedimentate come oscure alghe su una storia già di per sé ammaliante? Cosa si cela realmente dietro il fascino persistente di Atlantide? Forse, la verità è un’ombra sfuggente proveniente da profondità insondabili, che si beffa di ogni tentativo di essere afferrata.

Il problema serpeggia nell’ombra della stessa reputazione di Platone. La sua mente feconda diede alla luce verità cristalline e chimere effimere, intrecciandole con tale maestria da rendere labile il confine tra realtà e finzione. Non è forse inquietante immaginare che un intelletto così potente abbia potuto tessere una favola allegorica, un inganno elegante celato sotto la veste di un racconto antico? Forse, il nucleo originario della storia di Atlantide, intriso di verità dimenticate, fu plasmato dalle sue mani come cera fredda, modellato per servire una sua visione, un suo σκοπός oscuro. E se fosse così, quali verità inquietanti potrebbero celarsi dietro le modifiche del filosofo?

L.Sprague de Camp, nel suo libro Continenti perduti: Il tema di Atlantide nella storia, tra scienza e letteratura, arriva alla conclusione che: «Platone ha scritto si una storia affascinante, che ha avuto una grande e durevole influenza nella letteratura e nel pensiero occidentali, ma che ha poco a che spartire con la geologia, l’antropologia o la storia, delle quali sapeva poco o nulla.»

Per quasi un millennio, un lungo sonno avvolse la leggenda di Atlantide, quasi fosse un segreto sussurrato e poi dimenticato con il fruscio delle pagine del tempo. Ma poi, come un’antica eco che risuona inaspettatamente, il suo nome tornò a farsi strada, con una forza sorprendente, dopo la scoperta di nuove terre oltre l’oceano. Immagina, l’enigmatico John Dee, astrologo della potente regina Elisabetta I, un uomo che scrutava le stelle in cerca di risposte nascoste. Con un gesto audace che sfidava la logica e persino le parole di Platone, osò tracciare Atlantide là dove le mappe indicavano il Nuovo Mondo! Che visione misteriosa lo guidava? Quale segreto percepiva oltre l’orizzonte conosciuto? E non fu il solo a rimanere affascinato. Anche un pensatore del calibro di Francesco Bacone si immerse in queste speculazioni nascenti. Cosa avrà stuzzicato la sua mente brillante? Quali nuove domande si affacciavano sull’antica storia, ora che il mondo sembrava essere molto più vasto e pieno di possibilità di quanto si fosse mai immaginato? È come se la scoperta dell’America avesse riaperto un antico libro di misteri, invitando nuove generazioni a leggerne le righe nascoste. Non trovi anche tu che sia un risvolto davvero affascinante?

Tra i più appassionati cultori moderni della leggenda annoveriamo il deputato americano Ignatius Donnelly (1831-1901) che scrisse Atlantide: il mondo antidiluviano, un testo fortunatissimo che annovera più di cinquanta ristampe; Paul Schliemann, il nipote del leggendario archeologo, che si vantava di possedere oggetti provenienti da Atlantide ma non li mostrò mai a nessuno; James Curchward che scrisse non solo di Atlantide ma anche di altre due civiltà scomparse, Lemuria e Mu; Madame Helena Blavatsky che sostenne di avere esaminato, in una delle sue famose trance, un documento manoscritto su foglie di palma, proveniente da Atlantide; e infine, il filosofo esoterico Rudolf Steiner, che spiegò come gli abitanti di Atlantide avessero posseduto sia il potere magico delle parole, sia la forza vitale che permetteva loro di realizzare qualunque cosa.

Scrutando tra le pagine ingiallite del volume Continenti perduti di de Camp, si cela una verità tanto meticolosa quanto inquietante. In una delle sue appendici, come in un catalogo di un sapere proibito, vengono elencati ben 215 nomi. Duecentoquindici menti che, nel corso dei secoli, hanno fissato il vuoto lasciato da Atlantide, tentando di riempirlo con le proprie teorie. Accanto a ciascun nome, una data, un riferimento ad un’epoca in cui l’enigma tormentava la coscienza umana. Ma è proprio questa precisione a incutere un brivido. Cosa ha spinto de Camp a compilare un simile elenco, quasi un necrologio di speranze perdute? E cosa si cela dietro questa moltitudine di interpretazioni, questa febbrile ricerca di un’isola fantasma? Non è forse inquietante pensare a così tante menti, attraverso i secoli, sono state attratte da questo abisso di mistero, ognuna convinta di averne carpito il segreto, indicando un punto diverso sulla mappa del mondo? Sembra quasi che Atlantide non sia solo un luogo perduto, ma un’ossessione contagiosa, un fantasma che infesta la mente di chiunque osi avvicinarsi troppo al suo ricordo.

«Forse», suggerisce de Camp, «l’improbabilità di Atlantide è la ragione stessa del suo fascino. È una forma di escapismo; la vaghezza della leggenda permette al commentatore di giocare con le supposizioni come un bimbo gioca con il Lego.»

Le ipotesi che oggi serpeggiano attorno al destino di Atlantide sembrano danzare attorno alle parole di Platone. La sua lapidaria affermazione di una catastrofe avvenuta diecimila anni prima della sua venuta al mondo viene liquidata come un “malinteso”, un “errore di trascrizione”. Gli studiosi contemporanei, con una sicurezza che a tratti inquieta, suggeriscono una data ben più vicina, un’eco di soli milleduecento anni che li separa dal grande filosofo. Ma in questo tentativo di razionalizzare l’abisso temporale, non si cela forse un mistero ancora più profondo? Un’ombra di anacronismo sembra effettivamente allungarsi sui diecimila anni di Platone: le nazioni più antiche d’Europa, Grecia inclusa, non riescono a dipanare la trama della loro storia oltre un orizzonte di tremilacinquecento anni. Perfino le memorie incise nella pietra degli egizi e dei sumeri, se si ignorano gli enigmatici annali dei sacerdoti di Sais, si perdono in un passato di poco più di cinquemila anni. Allora, da dove emerge questa cifra vertiginosa, questi diecimila anni che sfidano la cronologia conosciuta? È forse un indizio di un’antichità ancora più remota, un’eco di civiltà dimenticate che precedono persino le prime luci della storia che conosciamo? O Platone, depositario di segreti ancora più antichi, ci ha lasciato un enigma temporale la cui vera portata ci sfugge ancora? Questa discrepanza, lungi dall’essere un semplice errore, potrebbe celare la chiave per svelare misteri ancora più oscuri sulle origini di Atlantide e sul suo vero posto nel flusso del tempo.

Amici lettori, mentre ci congediamo per ora, lasciate che un brivido di mistero vi accarezzi la mente. Questo che avete letto è solo il primo sguardo nell’abisso del mito di Atlantide. Abbiamo sondato le incerte profondità del tempo, cercando di ancorare questa leggendaria civiltà in un’epoca precisa. Ma ora, una nuova domanda emerge dalle nebbie del passato, un interrogativo che ci spinge ancora più nel cuore dell’enigma: il luogo. Dove giacevano le sue magnifiche coste? Quali segreti custodiscono gli abissi che un tempo la videro prosperare? Il nostro viaggio, cari esploratori dell’ignoto, è tutt’altro che concluso. Non temete, insieme ci immergeremo ancora più a fondo, scrutando le mappe antiche e le speculazioni moderne per tentare di localizzare quel paradiso perduto, quel regno sommerso che continua ad affascinare e inquietare la nostra immaginazione. Rimanete con noi, perché il mistero di dove Atlantide si celasse è un’avventura che non vediamo l’ora di condividere con voi. E chissà quali oscure meraviglie attendono di essere rivelate?

Alice Tonini

2 risposte a “Riscoprire Atlantide: Tra Mito e Verità #1”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Bellissimo viaggio alla ricerca della verità su Atlantide. Io rimango convinta si trattasse di astronavi e uomini venuti dallo spazio. Vedremo cosa dice il tuo prossimo articolo. Ciao! Brava!

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  2. Avatar La Magia e i Miti Europei: Un Viaggio Intrigante🚀 | Alice Tonini

    […] ripartiti con la sensazione di aver toccato, anche solo per un minuto, la magia delle leggende. Riscoprire Atlantide: Tra Mito e Verità #1, Civiltà Scomparse: Il Fascino di […]

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Dal disagio al disgusto: in viaggio tra le emozioni più caratteristiche della paura

Lettori del mistero, la nebbia si contorceva come un sudario umido, avvolgendo ogni cosa in un silenzio denso di presagi. Non era una notte per i vivi, ma qualcosa di strisciante, assetato di sangue, si muoveva tra le ombre. E noi, amanti dell’orrore, eravamo lì, sull’orlo dell’abisso, pronti a spingere lo sguardo oltre il limite della sanità mentale, pronti ad esplorare emozioni dense di oscurità. 😉

L’essenza della paura si nasconde in un labirinto di sensazioni, un pentagramma emotivo su cui gli artigiani dell’orrore compongono le loro macabre melodie per raggiungere il migliore effetto drammatico possibile. Si tratta di cinque vibrazioni primarie, cinque oscuri accordi che risuonano attraverso le pagine e lo schermo, modulando il terrore che ci avvolge. Non sempre essi sono presenti in egual misura, né necessariamente tutte insieme, queste cinque chiavi emotive sono gli strumenti prediletti da scrittori, sceneggiatori e registi per scardinare le porte della nostra psiche. Riusciranno a dosarle con maestria, a trovare la combinazione perfetta per condurci sull’orlo del precipizio drammatico?

Il mestiere di chi evoca l’orrore si snoda su un doppio binario: dare forma scritta al terrore e, attraverso questa forma, orchestrare le pulsazioni del racconto. La suspense, il sussulto improvviso del jump scare, la vertigine inattesa del colpo di scena: strumenti affilati forgiati nella fucina della narrazione. Quando la mano è esperta, questi momenti si fondono con l’essenza stessa della storia, emergendo come ombre naturali da un crepuscolo ben costruito. Ma guai se l’artificio si svela, se la forzatura stride come un’unghia sulla lavagna dell’inconscio. Allora, la magia si infrange, rivelando un’aggiunta posticcia, un’eco vuota nel cuore pulsante del racconto.

Cinque chiavi per scardinare l’anima, cinque gradini che conducono inesorabilmente all’oscurità più profonda. Non un ordine casuale, ma una precisa progressione studiata per avvilupparvi in una spirale di crescente inquietudine: il disagio, subdolo serpeggiare di un’ombra inattesa; la paura, un sussurro gelido che preannuncia la minaccia; il terrore, l’urlo muto di fronte all’inevitabile; l’orrore, la rivelazione abominevole che lacera il velo della realtà; e infine, il disgusto, la repulsione viscerale che contamina l’anima. Questa è la scala maestra su cui i maestri dell’incubo ci invitano a salire, un viaggio senza ritorno nel cuore pulsante dell’ansia.

Il disagio è un nodo alla gola che serra il respiro, è la sensazione di piombo fuso che paralizza le gambe al primo presentimento di un male oscuro. È l’eco di silenzi troppo densi, di bisbigli striscianti alle spalle come serpi nell’ombra. È l’equilibrio precario di chi cammina sul ponte di una nave in tempesta, con l’abisso pronto a inghiottire al primo passo falso. È la pagina bianca dove una mappa avrebbe dovuto guidarci, l’assenza che grida più forte della presenza. È la mano che sfiora, il contatto fugace che lascia dietro di sé un vuoto inquietante, la sparizione silenziosa di ciò che era nostro. A volte, il disagio si manifesta come un’increspatura nel tessuto della realtà, un mondo che si ostina a danzare fuori sincrono con i nostri sensi, rifiutandosi di piegarsi al nostro sguardo.

Il disagio è considerato il primo stage, una sentinella silenziosa del viaggio nell’orrore. Può essere evocato da tanti elementi: un ambiente inedito, un confine invalicabile, una premonizione funesta (come nella serie di Final Destination), una persona appena conosciuta nel cui sguardo leggete minacce velateche (ad esempio Orphan), uno straniero misterioso (vedi la serie Halloween). È fruscio tra le fronde, uno scricchiolio che risale le scale, l’ululato nel vento e le luci che sfarfallano nel corridoio. Da un punto di vista tecnico il senso di disagio può essere modulato in modo efficace solo nel primo atto perchè si tratta di un precursore, una sensazione delicata che si dissipa quando arriva il vero terrore. Non è specifico. Una volta raggiunto il punto di non ritorno quando lo sconosciuto fa sentire la sua presenza (uccidendo o possedendo le persone) allora il disagio ha fatto il suo lavoro. Nei film o nei libri che parlano di case misteriose ci sono standard Freudiani che rafforzano la sensazione di disagio. La stanza chiusa a chiave è un esempio comune (The Skeleton Key; Softley 2005).

L’essenza perturbante del disagio risiede in questo sottile gioco con l’ignoto e con la nostra irrefrenabile brama di trasgressione. Avete mai posto un divieto a un bambino? La sua curiosità si acuirà come una lama, e quel confine proibito diverrà l’oggetto del desiderio più ardente. Allo stesso modo, la stanza chiusa a chiave non è solo uno spazio negato, ma un enigma che pulsa nell’ombra. È la soglia verso un regno di meraviglie inesplorate o la porta d’accesso a un inferno silente? Il disagio si ammanta di una suspense strisciante quando il silenzio notturno è squarciato da gemiti indistinti, quando graffi sinistri percorrono le pareti come artigli invisibili, quando il ritmo frenetico di piccoli piedi risuona in corridoi deserti. Un filo di luce che filtra da sotto una porta sigillata, un’ombra fugace percepita oltre la soglia: frammenti inquietanti che alimentano la nostra immaginazione più oscura, trasformando la semplice attesa in un’agonia. Si può aggiungere suspense al disagio utilizzando suoni notturni, graffi sulle pareti e sul pavimento, piedi di bambini che corrono in giro (Dark Water; Salles 2005), una luce accesa che filtra sotto la porta o dei movimenti che si percepiscono all’interno.

La porta è una barriera simbolica che impedisce l’ingresso ma può anche essere un portale verso l’altro. Non deve essere neppure la porta di una stanza ordinaria, può essere quella di una cella o un piano dimenticato e nascosto di un ospedale (Boo; Ferrante 2005 – Autopsy; Glerasch 2008), l’ala di un manicomio chiusa per rinnovamento (Session Nine; Anderson 2001). Questi elementi aumentano l’aura di mistero e confermano la sensazione di disagio. In una casa c’è l’attico con tutti i suoi bauli segreti pieni di giocattoli posseduti e sedie a dondolo che si muovono da sole, (Black Christmas; Clark 1974); in cucina c’è la credenza dove ci si può nascondere da Michael Myers (Poltergeist; Hooper 1982; The Amityville Horror; Douglas 2005); nei garage puoi trovare roulotte chiuse a chiave che possono contenere…chi lo sa? Forse è troppo presto per esplorare lo spazio oscuro e profondo e non abbiamo ancora raggiunto il momento dell’incontro con altri esseri viventi, forse.

E poi c’è la cella della prigione o uno sgabuzzino segreto. Ogni serial killer che si rispetti ne ha uno (Il silenzio degli innocenti; Demme 1991), spesso completo di pozzo (The Hole; Dante 2009), compartimenti nascosti e simboli satanici (The Sect; Soavi 1991). Una stanza nascosta è utile per esplorare dei tunnel segreti, lo spazio maledetto e nascosto dove nascondere i propri demoni. Ne Il silenzio degli innocenti è davvero necessaria la cella di una prigione per tenere a bada gli psicopatici? Non potrebbe essere meglio la stanza di un manicomio più facilmente controllabile? Hannibal Lecter, il peggiore di tutti gli psicopatici ha una parete di vetro, spessa ma trasparente, così nulla ci protegge dalla sua fame (mmm… fegato). Quando il Dr Chisholm porta Clarice Starlin a fare un tour l’autore ci da una ottima lezione di disagio che diventa paura. Tutto inizia con il dottore che la avvisa man mano che la scena procede, le mostra una fotografia (che tiene sempre con sè) dell’infermiera sfigurata che Hannibal si è mangiato. Tiene lontana la protagonista dai corridoi dell’ospedale (dove c’è un paziente matto), discendono le scale fino a una porta rossa chiusa a chiave e poi con un giro di camera di 360 gradi sbirciamo nella guardiola prima di affrontare il pauroso corridoio. Closer…Clo-ser! Sibila Hannibal, ragno sulla sua mosca.

Il disagio è oggetto e soggetto favorito dello scrittore di storie di fantasmi e paranormale. Molti horror asiatici sviluppano bene queste tecniche. Il disagio può essere correlato al futuro, l’ansia quando ci si preoccupa di quello che potrà accadere. È una sensazione molto efficace perchè non è radicata in nulla di concreto. Con il disagio quasi ogni oggetto nelle vicinanze assumerà un significato più grande dell’oggetto stesso. Due dei più grandi horror di sempre L’esorcista (Friedkin 1973) e The Shining (Kubrick 1980) modulano il disagio per un periodo parecchio prolungato.

Paura. Un brivido sottile, la consapevolezza strisciante che qualcosa non va. Non una semplice sensazione, ma un’ombra che si allunga su di noi, sussurrando un pericolo imminente. Immagina il suono lontano di sirene, che si fanno sempre più vicine, fino a quando il rosso lampeggiante ti sorpassa, inghiottito dalla stessa strada che stai percorrendo verso casa. Oppure, per un istante eterno, il vuoto gelido nel punto esatto dove un attimo prima c’era una piccola mano nella tua. A volte, è un presagio silenzioso: una busta anonima che reclama la tua attenzione, un appuntamento che si trasforma in un’assemblea di volti tesi, carichi di un’ansia contagiosa. È l’eco di un pericolo che non hai ancora visto, una minaccia indefinita che si insinua nell’aria. Non importa se la sua origine è oscura, se la sua forma è incerta: la paura è reale, palpabile. È la valuta oscura che alimenta gli incubi sullo schermo, il battito accelerato nel petto dell’ignaro protagonista che si avvicina all’ignoto. L’ombra si sta muovendo. La senti anche tu?

Se manca la paura allora manca la connessione tra il pubblico e il protagonista. La migliore cosa che si possa fare in questo momento è creare un senso di insicurezza nel lettore o nello spettatore, da qui possono nascere scene da incubo. La domanda fondamentale in questo caso è “Qual’è il peggio che può accadere?” Create questo scenario e di certo aggiungerete una bella dose di paura alla vostra opera. Una volta che avrete avuto paura, sarete sollevati perchè almeno i vostri timori erano fondati – anche se un pazzo con una motosega tra le mani vi stà dando la caccia. Nel film Don’t Look Now (Roeg, 1973) si parte con movimenti veloci che provocano disagio e paura. Una bambina piccola gioca vicino a uno stagno, suo fratello va in bicicletta su dei vetri rotti. C’è una bambola di G.I. Joe ma con la voce da donna. C’è un cavallo che corre selvaggio in lontananza attraverso i campi – per lo spettatore tutto sembra sbagliato. I genitori, il cui ruolo è ricoperto da Donald Sutherland e Julie Christie, sono dentro casa, hanno mangiato il pasto della domenica (forse). Lui prepara una presentazione architettonica sulle chiese del rinascimento italiano. C’è del sangue sullo scivolo, Qualcuno o qualcosa di rosso è seduto in un dondolo. La loro figlia indossa un cappotto rosso. Improvvisamente non la si vede più. Il panico genitoriale è alle porte. Lui esce e si lancia nell’acqua gelida. Si immerge e riemerge con il corpo senza vita. Sua moglie esce traballante e collassa a terra con un terribile urlo di dolore. Paura.

La paura può anche essere crescente, con il tempo sempre più intensa. Un buon esempio è The Vanishing (Sluizer, 1988) nel quale una giovane coppia che stà facendo un tour in Francia decide di fare un pausa a bordo strada. Saskia lascia Rex al computer e scompare, senza lasciare traccia. Ricomparirà tre anni più tardi, quando Rex inizia a ricevere messaggi dal suo rapitore. Quasi tutto il film si gioca sulla paura crescente. Il protagonista Rex ha la sensazione che sia tutto sbagliato ma non sa cosa c’è in gioco davvero. Può solo aggirarsi nel buio, incapace di opporre resistenza, fino a quando va incontro al suo inevitabile destino.

La paura è anche ben modulata in The Mist (Darabont, 2007), man mano che gli esseri che si muovono nella nebbia intrappolano gli abitanti del piccolo paese in un supermercato locale. Ogni tentativo di uscire si scontra con le spetate creature; una volta che i personaggi si uniscono tutti insieme, la storia diventa interna e si rivela il vero horror nella forma della pazza donna cristiana: Mrs Carmody. Man mano che raccoglie seguaci invocando i testi biblici e condannando i razionalisti, il nostro eroe e suo figlio diventano coscienti che il vero nemico è il fondamentalismo che risiede nella mente delle persone e che la caccia alle streghe porterà a un sacrificio di sangue: Lasciate chi è senza peccato…La paura è inesplicabile perchè è reale; il protagonista sa che l’inspiegabile deve ancora accadere ma non è in grado di fare nulla a riguardo. Questo chiude la trappola attorno ai nostri insospettabili partecipanti. Il maestro non può lasciare via di scampo al protagonista, altrimenti cade la credibilità. Il ponte deve essere crollato (The Evil Dead, Raimi 1981), tutti i soldi devono essere stati spesi nell’acquisto della proprietà (The Amityville Horror, Rosenburg, 1979), la mappa deve essere andata persa (The Blair Witch Project, Myrick e Sanchez, 1999). L’oscurità discende, l’ultima fiamma di luce si spegne mentre i lupi mannari e i vampiri si risvegliano. La paura è la prova emotiva che noi ci siamo identificati nel modo appropriato con il protagonista mentre questo discende nel mondo dello sconosciuto.

Il terrore. L’apice nero, l’istante in cui l’orrore si manifesta in tutta la sua putrida gloria. Dimentica la paura, l’ansia strisciante di ciò che potrebbe accadere. Il terrore è l’adesso, un pugno nello stomaco che ti toglie il respiro. È l’incubo che si materializza di colpo, strappando il velo della finzione per mostrarti la sua carne viva e pulsante. Immagina la creatura, sbavante di un acido corrosivo, le fauci spalancate su un intrico di lame affilate. Questo è il terrore. L’urlo che squarcia il silenzio, non un avvertimento, ma il suono primordiale della carne che si lacera. È la maschera di orrore dipinta sul volto della vittima, un riflesso distorto del tuo stesso panico che monta. Il terrore non concede tregua, non lascia spazio al pensiero. È qui, adesso, una presenza nauseabonda che ti fissa con occhi famelici. Lo senti il suo fiato gelido sul collo?

Il buon regista userà tagli veloci mostrando movimenti congelati, strappi, lacrime, denti, dettagli del nascondiglio, le lame dei coltelli che scintillano al buio. Non c’è via di fuga mentre il cuore batte nel petto all’impazzata. È viscerale e semplice come una auto sbucata dal nulla che avanza verso di noi a tutta velocità. L’adrenalina pura farà lottare il protagonista per la propria vita o lo farà fuggire ma tanto sappiamo che nessuna di queste soluzioni sarà efficace. Alcuni sostengono che il terrore debba essere usato con parsimonia. Pensate alla scena di un inseguimento in un film di azione che non può durare in eterno dopo che sono state inserite tutte le varianti dei salti, delle cadute, e dei salti attraverso le finestre con i vetri in frantumi che si spargono attorno. Le scene di azione sono puro spettacolo e come tali sospendono la trama e lo sviluppo del personaggio. I film che hanno successo nel tenere lo spettatore sul filo del rasoio sia attraverso il secondo che il terzo atto sono rari. In Halloween (Carpenter, 1978), una volta che Michael inizia ad uccidere di nuovo non si ferma mai. In egual misura è Texas Chainsaw Massacre (Hooper, 2007), Saw (Wan, 2004), Feast (Gulager 2005) [Rec] (Balaguero e Plaza, 2007) e Eden Lake (Watkins, 2008). E vogliamo non citare Terrifier? Un capolavoro del terrore.

Visto che è così difficile riuscire a mantenere questa emozione a lungo, è buona pratica utilizzarla per le fasi finali del film o del libro. Texas Chainsaw Massacre lo fa con la scena della festa a cena quando Clarice si ritira con James Gumb e [REC] lo gestisce facendoci urlare come scolarette proprio nel frame finale. Utilizzare il terrore non è complesso perché sono momenti che devono essere scritti senza tagli, senza sovra descrizioni o troppo interplay sul personaggio. Queste scene richiedono molta preparazione, utilizzatele saggiamente e risparmiate il vero terrore per il vostro personaggio principale.

C’è anche la convenzione del doppio risveglio ben esemplificata da American Werewolf in London (Landis, 1981) dove David Kessler si risveglia da un incubo correndo attraverso la foresta solo per scoprire che il suo rifugio è stato circondato da uomini lupo qualche istante prima del vero risveglio. Questo genere di doppio o falso shock (comune in Final destination) funziona solo come colpo di scena ironico, horror, ad esempio nel film Tremors (Underwood 1990) o Piranha 3D (AJA 2010), il finale deve avera una grande frase ad effetto e un sonoro urlo. In gergo tecnico questo si chiama la grande risata nel quale viene preparata una scena di terrore ma la si fa sgonfiare solo per rilanciarla verso il pubblico verso la fine. Di solito il pubblico ride perché non è in grado di distinguere tra il falso shock e quello vero. Bisogna però portare attenzione perché se si approfitta troppo di questo effetto si rischia di minare l’integrità e la credibilità dell’opera. Va utilizzato con parsimonia e aggiungerà emozioni senza misura all’esperienza. Il sogno termina e il terrore si risveglia molto bene in Carrie (King, De Palma; 1976), dove il finale felice, invece di essere il funerale di Carrie è l’incubo infinito del suo pazzo tormentatore. Il terrore deve sempre essere una sorpresa, anche se il risultato è quello di creare tensione, disagio e paura costruiti lungo tutta la storia, o invece arrivare dal nulla. Se utilizzate il terrore nella prima parte del libro deve essere breve, altrimenti più tardi dovete fare tutto il possibile per sostenerlo.

Orrore è una fotografia di Auschwitz. È l’autopsia aliena, il rumore dei corpi in putrefazione che vengono aperti e mostrati su un bizzarro tavolo in Texas Chainsaw Massacre (Hooper, 1974). Inizialmente quando il mondo è stato consapevole dell’olocausto non si riusciva a capire la scala di una tale carneficina. L’orrore crebbe con la contemplazione delle cose terribili che erano state fatte e il modo in cui embrava di essere tornati ad un epoca non civilizzata. Non è una paura presentita, l’orrore è meno efficace nell’ immediato rispetto alle emozioni precedenti.

Ma quando usciremo dalla sala cinematografica sarà l’orrore che porteremo con noi, per questo è così importante. L’orrore è la considerazione non solo di quello che i Cenobiti (Hellraiser, Baker 1987) fecero ai loro prescelti, ma l’aspetto sadomasochistico che loro e noi volevamo, in qualche modo…come possiamo vedere nell’ espressione rapita di Frank quando viene letteralmente tagliato a metà da una catena. Non è solo la possessione di Regan nell’Esorcista (Friedkin, 1973), la fine del quale combina terrore e orrore in modo ottimale, noi siamo sia emozionati che affascinati durante la scena dell’autopsia o sulla scena di un crimine.

Pensate a come noi rimaniamo perplessi quando in un libro c’è una discussione tra due personaggi e subito dopo ci aspettiamo un massacro decente. Un esempio cinematografico è Seven, con le fotografie delle vittime sgranate e di bassa qualità, oppure all’ inizio de Il Silenzio degli innocenti. Ci viene mostrata una immagine luminosa e ben definita di una infermiera passata tra le mani del buon Hannibal. Il pubblico vuole di più, sempre di più. La fuga di Lecter è una sequenza da cinema Grand Guignol, inizia quando quando sentiamo gli spari e l’indicatore dell’ascensore salta da un piano all’altro. Numerosi poliziotti circondano l’edificio, isolando il piano dove Lecter è tenuto in una grande gabbia artificiale. Termina quando entrano con le pistole spianate e trovano un collega sgozzato e accomodato come un crocifisso rinascimentale. L’orrore di quanto accaduto è catturato in una immagine statica che si combina con la nostra contemplazione di quello che immaginiamo possa essere successo. Solo una incredibile follia può aver pensato un simile tableau. E ancora, non è finita perché Lecter non è più in giro. Il sergente Pembyry giace prostrato, la sua faccia è una maschera di sangue, è ancora vivo ma incapace di parlare. Puro orrore. L’orrore non è mai abbastanza, e più tempo passiamo con l’ oggetto della nostra repulsione più ci abituiamo ad essa: inserite ripetute scene con elementi orrorifici e perderanno ogni efficacia. Deve essere usato con moltissima parsimonia, sparso come gocce di sangue, sangue scuro e viscoso.

Disgusto. Ricordi la familiarità del sangue che cola, la pelle strappata? Poi, la metamorfosi inquietante. Non più ferita viva, ma una crosta scura, aliena, che si radica nella tua carne. Una curiosità morbosa ti assale: cos’è questa escrescenza innaturale? Quale segreto abietto cela sotto la sua superficie ruvida? E se… se la grattassi via? Ecco il disgusto. Un richiamo primordiale all’orrore che si insinua sotto la pelle. È lo sguardo fisso sull’indicibile, qualcosa di così profondamente sbagliato da lasciare un segno indelebile nella mente. È viscerale, certo, ma anche intimo, una reazione al ripugnante che ti appartiene, eppure è universale come la nausea. Ma nel regno dell’orrore, il vero potenziale del disgusto è rimasto a lungo sopito, soffocato dal pudore e da un mondo già fin troppo intriso di abomini reali. Solo quando il sipario della guerra è calato, rivelando abissi di depravazione, l’orrore ha osato spingersi oltre, nel territorio viscido e putrescente del disgusto puro. Ora, preparati. L’abietto sta per mostrarsi in tutta la sua sconvolgente realtà. E non potrai distogliere lo sguardo.

Prima della guerra c’erano i vampiri, Frankenstein era un pazzo e gli uomini lupo erano meno viscerali. Uccidere era di solito fatto tramite strangolamento, come in Rope (Hitchcock, 1948) oppure gli spari erano senza sangue. Psycho (Hitchcock 1960) fu il primo film a introdurre coltellate multiple (senza una penetrazione dell’arma) e così venne permutato in bianco e nero, con salsa al cacao spacciata per sangue. Il padrino del grottesco e il creatore del genere film splatter fu Herschall Gordon Lewis con Blood Feast (Lewis, 1963) il film fu un esercizio gratuito di cattiva recitazione ma ebbe il merito di portare il grottesco sullo schermo. Gli italiani Mario Bava e Dario Argento aggiunsero violenza, complessità morale e penetrazione con un arma.

Negli Stati Uniti il disgusto fiorisce nel lavoro di Wes Craven nelle scene estese di tortura (viene introdotta la motosega come arma splatter per la prima volta) in L’ ultima casa sulla sinistra (Craven, 1972) e Le colline hanno gli occhi (Craven, 1977), ma non dimentichiamo La notte dei morti viventi di Romero (Romero, 1966) il precursore di molti zombie mangia persone che sono appaarsi nei film nel 2000. È con l’arrivo degli Slasher negli anni ’70 che si è popolarizzato il grottesco, opere come Black Christmas (Clark, 1974), Texas Chainsaw Massacre (Hooper, 1974), e Halloween (Carpenter, 1978) ci hanno portato a casa le carneficine. Rick Baker, vinse un Oscar per il grottesco make up degli effetti speciali di American Werewolf in London (Landis, 1980), insieme agli effetti di Rob Bottino in The Things (Carpenter, 1982) diedero il via agli effetti speciali prostetici, e aprirono i cancelli a opere come Hellraiser (Barker, 1987) e i film grotteschi iniziarono a dividersi in multipli sottogeneri.

Cari lettori del mistero, non illudetevi che il sipario sia calato. Queste emozioni primordiali, queste ombre che danzano ai confini della percezione, non sono che un assaggio. Esistono abissi ancora più oscuri, terrore inimmaginabile che pulsa silenzioso, in attesa del momento propizio per rivelarsi. E di questo… di ciò che si annida nel profondo, di ciò che striscia nell’ombra più fitta… ne parleremo ancora. Oh, sì. Ne parleremo molto presto. Fino ad allora, vi lascio con questo pensiero inquietante. Dormite sonni tranquilli… se ci riuscite.

Alice Tonini

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