Pasqua: simbolismo e tradizioni che uniscono sacro e profano

Carissimi lettori del mistero bentrovati. Oggi parliamo della tradizione della Pasqua e di alcuni animali simbolo di questa ricorrenza. La Pasqua, cuore pulsante della primavera è una festa che intreccia sacro e profano, tradizioni e rinnovamento. Oltre alla celebrazione della resurrezione di Cristo, evento centrale per la fede cristiana, la Pasqua è un mosaico di simboli antichi che affondano le radici in riti pagani e tradizioni popolari. In questo articolo sveliamo come si sono fusi con la narrazione cristiana arricchendo di significati e tradizioni questa festa così importante.

L’uovo, nella sua forma semplice e perfetta, racchiude in sé un profondo simbolismo legato alla vita e alla rinascita. Già nelle antiche civiltà, l’uovo era considerato un simbolo di fertilità e di rinnovamento, legato al ciclo della natura e al risveglio primaverile. Con l’avvento del Cristianesimo, questo simbolo si è arricchito di un nuovo significato, rappresentando la Resurrezione di Cristo, la sua uscita dal sepolcro, e la promessa di una nuova vita. La tradizione di decorare le uova pasquali affonda le sue radici in tempi remoti. Già nel Medioevo, era usanza dipingere le uova con colori vivaci e decorazioni elaborate, per poi regalarle come segno di buon auspicio e prosperità. I colori, spesso ottenuti da tinture naturali, avevano un significato simbolico: il rosso, ad esempio, rappresentava il sangue di Cristo, mentre il verde simboleggiava la speranza e la rinascita. Oggi le tecniche di decorazione delle uova variano a seconda delle tradizioni regionali. In alcune zone, si utilizzano colori naturali e motivi geometrici, mentre in altre si preferiscono decorazioni più elaborate, con fiori, animali e simboli religiosi. In Europa orientale è diffusa la tecnica del “pisanka”, che consiste nell’utilizzare cera d’api e tinture per creare disegni intricati sulle uova. In Italia, invece, è tradizione decorare le uova con fiori e foglie, utilizzando la tecnica della “marmorizzazione”. Accanto alle uova dipinte, la tradizione pasquale si è arricchita, nel corso del tempo, con l’uovo di cioccolato. Nato come un’evoluzione delle uova di gallina, l’uovo di cioccolato è diventato un simbolo della Pasqua moderna, soprattutto per i bambini. La sua diffusione è legata all’industria dolciaria, che ha saputo trasformare un’antica tradizione in un prodotto di consumo di massa.

Il coniglio o la lepre, con la loro proverbiale capacità di riprodursi, sono da sempre associati alla fertilità e all’abbondanza. In molte culture antiche, questi animali erano considerati simboli della primavera e della rinascita della natura. La loro presenza nei campi in questo periodo dell’anno li ha resi figure familiari e rassicuranti, portatrici di buone novelle. L’associazione del coniglio/lepre con la Pasqua ha radici antiche, che risalgono a tradizioni pagane legate al culto della dea Ostara, divinità germanica della primavera. Con la diffusione del Cristianesimo, questa figura è stata gradualmente integrata nella simbologia pasquale, diventando un portatore di uova e un simbolo della Resurrezione. In molte culture, il coniglio pasquale è un personaggio amato dai bambini, che porta loro uova di cioccolato e altri dolciumi. Questa tradizione, diffusa soprattutto nei paesi di lingua tedesca e anglosassone, ha contribuito a rendere il coniglio un simbolo iconico della Pasqua. Sebbene spesso usati in modo intercambiabile, il coniglio e la lepre sono animali diversi, con caratteristiche e simbologie leggermente differenti. La lepre, più grande e selvatica, è spesso associata alla luna e alla notte, mentre il coniglio, più piccolo e domestico, è legato al sole e al giorno. In alcune tradizioni, la lepre è considerata un animale magico, capace di trasformarsi e di portare messaggi dall’aldilà.

La colomba, con il suo piumaggio bianco e il volo leggiadro, è da sempre considerata un simbolo di pace, purezza e speranza. Nella tradizione cristiana, la colomba è anche il simbolo dello Spirito Santo, che discende su Gesù durante il battesimo nel fiume Giordano. La sua presenza nella narrazione biblica, come messaggero di pace dopo il diluvio universale, ha contribuito a rafforzare il suo significato di riconciliazione e armonia. Accanto al significato simbolico dell’animale, la colomba è anche un dolce tradizionale della Pasqua italiana. La sua forma, che richiama l’immagine della colomba in volo, è un omaggio alla pace e alla Resurrezione. La ricetta della colomba pasquale, con la sua pasta soffice e profumata e la croccante glassa di mandorle, è un simbolo di festa e condivisione. Le origini della colomba pasquale sono avvolte nella leggenda. Alcuni la fanno risalire al VI secolo, quando il re longobardo Alboino avrebbe ricevuto in dono un pane a forma di colomba come segno di pace. Altri, invece, la collegano alla tradizione milanese del XX secolo, quando un fornaio avrebbe creato un dolce a forma di colomba per celebrare la fine della Seconda Guerra Mondiale. Oltre al suo significato religioso e culinario, la colomba è anche un simbolo di speranza e rinascita.

L’agnello, con la sua innocenza e purezza, è un simbolo centrale nella tradizione pasquale. Nell’Antico Testamento, l’agnello era sacrificato durante la Pasqua ebraica, in ricordo della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto. Nel Nuovo Testamento, Gesù Cristo è identificato come l’Agnello di Dio, sacrificato per la salvezza dell’umanità. Il suo sacrificio è visto come un atto di amore e redenzione, che libera l’uomo dal peccato e dalla morte. La tradizione di consumare l’agnello durante il pranzo pasquale è un modo per ricordare il sacrificio di Cristo e celebrare la sua Resurrezione. L’agnello, cucinato in vari modi a seconda delle tradizioni regionali, è un simbolo di festa e condivisione, che unisce le famiglie attorno alla tavola. Oltre al suo significato religioso, l’agnello è anche un simbolo di innocenza, purezza e mansuetudine. La sua immagine è spesso utilizzata nell’arte e nella letteratura per rappresentare la bontà e la virtù. La sua presenza nella simbologia pasquale rafforza il messaggio di speranza e rinascita che caratterizza questa festa.

In conclusione, la Pasqua è una festa ricca di simboli e tradizioni, che affondano le radici in tempi antichi e si intrecciano con la narrazione cristiana. L’uovo, il coniglio, la colomba e l’agnello sono solo alcuni degli elementi che compongono questo mosaico di significati, che ci invitano a riflettere sul mistero della vita, della morte e della Resurrezione. Anche per oggi è tutto, spero che questo articolo vi sia stato utile, vi auguro una buona Pasqua e ci risentiamo al prossimo articolo.

Alice Tonini

La Magia della Medicina Antica a Kos #2

Lettori dell’ ignoto riprendiamo la nostra passeggiata a Kos, alla ricerca della magia che nell’antichità si nascondeva nella medicina.

Il maestro, che si dice sia vissuto fino a 109 anni, nella prefazione alla sua maggiore opera sull’arte medica scrisse: « Nessuno può raggiungere la perfezione in quest’ arte, perché la nostra vita è troppo breve, mentre l’arte medica è lunga da appendere e piena di difficoltà.»

I suoi consigli avevano la forma di brevi aforismi che denotavano non solo molto buon senso, ma anche una notevole conoscenza della psicologia; prima, ovviamente, che lo stesso concetto di psicologia venisse formulato. I suoi aforismi, con annotazioni e aggiunte successive di medici greci e romani come Discoride, un medico militare greco del I secolo a.C., e Galeno che visse nel II secolo d.C., furono tradotti e pubblicati in Inghilterra, nel 1708, dal dottore C.J.Sprengell, che nell’introduzione scrive: «Questo libro mi è costato molto sia di lavoro, sia di spese, ma tutto questo sarà insignificante in considerazione della soddisfazione che ne trarrò se il lettore ne otterrà vantaggio.»

Il libro, un bel volume con le effe al posto delle esse, come si faceva a quei tempi, cita parecchi argomenti trattati da Ippocrate, dal latte (“non si dovrebbe dare latte a chi ha problemi di mal di testa o ha la febbre”), alla tristezza e i suoi effetti: «Ci sono persone che sono tristi e piene di paure, ma per un breve periodo di tempo e per determinati motivi. Quelli che invece, lo sono senza una ragione apparente possiedono sangue denso e pesante, non sudano e hanno le loro funzioni animali in disordine. Per loro, il solo intervento possibile è una lobotomia al momento giusto, o un vomito ben preparato».

Ippocrate credeva profondamente nell’equilibrio del corpo. Se una persona stava male per avere mangiato troppo bisognava che liberasse l’intestino. «Qualunque malattia causata dalla sazietà, va curata con l’evaquazione.» Come molti medici del suo tempo, era favorevole alle purghe e agli emetici che liberassero il corpo dal cibo avariato o in eccesso. Ma raccomandava anche: «I corpi che non riescono a purgarsi devono, prima di prendere dell’elleboro, prepararsi a quest’erba con una dieta abbondante, liquido e con molto riposo. Perchè se l’elleboro, o un altro forte emetico, viene assunto a stomaco vuoto, o con il corpo riscaldato da qualche esercizio o altro, può provocare forte irritazione, causare convulsioni o addirittura la morte. Casi del genere se ne sono verificati e non pochi!»

Sono esigue, purtroppo, le annotazioni lasciate dal filosofo che fanno riferimento a erbe medicinali specifiche, come l’elleboro, il cui fiore bianco, velenoso, viene usato sia come sedativo che come tranquillante. Dagli scritti dei suoi colleghi però possiamo fare qualche seria ipotesi, almeno su alcune delle erbe che era solito usare.

L’erbario di Discoride tradotto in inglese da John Goodyear nel XVII secolo, è una guida completa alle erbe medicinali che sono tuttora in uso. Mentre un libro contemporaneo: Erbe di Grecia di Alto Dodds Niebuhr riporta numerose citazioni di Discoride, come per esempio nel caso dell’ortica romana (Urtica pilulifera), una pianta erbacea a stelo lungo che può raggiungere anche l’altezza di un metro. Il suo nome greco è tsuknes e Discoride dice di lei:«Le foglie macerate con piccoli crostacei ammorbidiscono la pancia, eliminano l’aria interna e smuovono l’urina.»

Un’altra pianta molto utilizzata nei tempi antichi, e quasi certamente anche al tempo di Ippocrate, era la pianta verde gialla della ruta (Ruta graveolens) quella a cui Shakespeare faceva riferimento come “erba della grazia.” Può diventare alta anche mezzo metro e si raccoglie prevalentemente nei mesi di maggio e giugno e nonostante la sua puzza veniva usata nelle insalate. Per gli antichi era valida soprattutto perchè il suo odore teneva lontani gli insetti di ogni tipo e la si metteva a fasci nei cortili delle case. Il suo nome greco è apigheros ed è con quel nome che Discoride la cita come erba che: «se masticata fa sparire i cattivi odori che vengono dalla cipolla e dall’ aglio.» La raccomanda inoltre per «causare lo scorrere del mestruo.»

L’erba più conosciuta, naturalmente era quella che i romani chiamavano Conium maculatum, i greci amaranghas e noi cicuta. È una pianta biennale, con radici e fiori bianchi, e macchie viola sul gambo vuoto. È il veleno che uccise Socrate.

Nel corso della sua vita Ippocrate fece molti viaggi all’ estero per accrescere le sue conoscenze, ma poi ritornava a Kos dove una volta, dei rivali gelosi tentarono di bruciargli l’ospedale, incolpandolo. Ma lui era troppo stimato nella sua isola.

Nel secolo scorso, gli archeologi hanno scoperto a Kos i resti di un ospedale antecendene l’Asclepieon che risalgono al 336 a.C., ma l’ultimo rudere conservatosi venne distrutto da un terremoto molti secoli più tardi, nel 554 d.C. Oggi il luogo è circondato da bellissimi cipressi e da quello che doveva essere un parco sacro con sorgenti che portano tracce di zolfo e di calcio, sostanze già allora usate per molte cure.

Forse il monumento più bello al padre della medicina è l’immenso platano che porta il suo nome e che si estende con i suoi rami sopra la piccola piazza chiamata Plateia Platanos. L’albero che in inverno sembra senza vita domina l’antica sorgente le cui fresche acque rinnovano ogni anno il suo vigore, permettendogli così di formare con le sue foglie una cupola d’ombra sull’area circostante. Si dice che proprio sotto questo antico albero Ippocrate sedesse ed esponesse a quanti erano disposti ad ascoltarlo le sue teorie sulla medicina.

Proprio sotto questo platano termina la nostra passeggiata. Il nostro viaggio tra il mistero e l’ignoto però è appena iniziato quindi ci troviamo al porto e prendiamo la prima nave per……..il luogo più misterioso e ignoto per antonomasia. Restate connessi, ci leggiamo prestissimo.

Alice Tonini

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Misteri di Aprile: Tradizioni e Leggende Svelate

Aprile con la sua aria frizzante e i primi tepori, è un mese che da sempre affascina e incuriosisce. Un periodo di transizione, in cui la natura si risveglia e antiche tradizioni si intrecciano con misteriose leggende.

Inizieremo il mese addentrandoci nei segreti più oscuri dell’isola di Kos, la dove la storia si intreccia con leggende millenarie e sussurri di misteri irrisolti. Preparatevi a continuare il nostro viaggio tra antiche rovine e segreti dimenticati, dove ogni pietra nasconde un enigma e ogni brezza marina porta con sé echi di un passato avvolto nel mistero.

Uova, conigli, agnelli… simboli di una festa antica: la Pasqua. Ma cosa si cela dietro queste immagini familiari? Il prossimo articolo vi condurrà in un viaggio tra i misteri che avvolgono questi simboli, svelandone i significati nascosti e le origini oscure. Preparatevi a scoprire il lato inaspettato di una festività che nasconde più segreti di quanto immaginiamo.

L’ultimo articolo del mese ci porterà a svelare i segreti di “Jude l’oscuro”, un’opera che racchiude in sé il mistero del destino e la forza distruttiva del desiderio. Thomas Hardy ci conduce in un viaggio attraverso il nero pessimismo vittoriano, dove i sogni si infrangono contro la dura realtà e il desiderio si trasforma in una maledizione. Quali forze oscure si celano dietro la rovina di Jude e dei suoi familiari? Quali segreti si nascondono tra le pagine di questo capolavoro della letteratura inglese?

Come avete notato questo mese non c’è il racconto. Purtroppo a causa di problemi personali non sono riuscita a pubblicare la versione in inglese nei tempi previsti. Questo mese quindi l’obiettivo sarà quello di rimettermi in pari con la versione in lingua straniera e poi riprenderemo con la versione italiana.

La primavera è tra noi e aprile è il mese giusto per godersela. Spero che i miei articoli vi terranno compagnia, buona Pasqua e buona primavera a tutti voi.

Alice Tonini

Cold Mountain: Storia di Guerra e Nostalgia 🐎

La parola Nostalgia viene dall’unione di due parole di origine greca: Nostos che vuole dire ritorno a casa e Algos che significa dolore. Il dolore del ritorno. È una frase che si intona alla perfezione con l’ opera di ci parliamo oggi. Fu il primo romanzo di Charles Frazier, scritto nel 1997 con il titolo Cold Mountain, subito vincitore del premio National Book Award e da cui è stato tratto un film candidato a sette premi oscar. In italiano lo troviamo con il titolo Ritorno a Cold Mountain ed è arrivato da noi nel 1998.

Inman, il protagonista di questa delicata storia, dovrà affrontare un lungo e periglioso viaggio, che per certi versi può ricordarci quello dell’ eroe greco Ulisse, che per poter tornare a casa deve sopportare un dolore profondo e intenso.

Il libro si apre con Inman, un soldato confederato recentemente ferito in battaglia che stanco di una guerra che non gli appartiene esce dalla finestra della sua stanza di ospedale per muovere i primi passi del suo lungo e illegittimo viaggio a casa. Casa si trova a Cold Mountain, nel paese di Black Cove nell’ ovest del North Carolina. Come Ulisse Inman affronterà molte avventure durante il suo difficile viaggio. Ma diversamente da Ulisse Inman ha alle calcagna la Guardia Nazionale Confederata, una organizzazione che dava la caccia ai soldati confederati che disertavano.

Casa per Inman è anche Ada, la sua Penelope, una giovane ragazza che arriva da Charleston, South Carolina e che ora cerca di gestire al meglio che può la fattoria che ha ereditato. Inizialmente arriva per accudire l’amato padre ammalato, ma man mano che la storia prosegue dovrà imparare a sopravvivere in un ambiente ostile. Diversamente dalla regina di Itaca che ha un ruolo minore nella storia e compare solo alla fine, Ada si inserisce nella storia a capitoli alterni, tentando di mantenere la proprietà della casa.

Dal nulla compare Ruby, una donna piena di risorse ma povera che si trasferisce alla fattoria. Insegna ad Ada la sopravvivenza, ripulisce la fattoria e la riporta alla produttività. La saggezza pratica di Ruby verrà ricambiata dall’educazione letteraria che Ada può impartirle e questo consentirà alle due donne di sopravvivere e di stringere un legame indissolubile.

Nonostante sia ambientato nel 1864 questo libro non riguarda solo la storia della guerra civile. È un tributo letterario ad una regione degli Stati Uniti che fu profondamente divisa tra il nord dove si celebrava l’industria e il capitalismo, e il sud dipendente dagli schiavi per la sua esistenza agricola. Più tardi fu il Tennessee a ereditare la posizione del North Carolina.

In una intervista Frazier chiama il suo libro “Elegia di quella vecchia America“; l’autore ci racconta di uno stile di vita oggi svanito, di esistenze rigorose ma indipendenti indissolubilmente legate ai cicli della natura, all’ uccisione degli animali selvatici per la carne e per la pelle, alla cucina fatta in casa, alla raccolta giornaliera delle uova, alla mungitura delle mucche e alla cura dei cavalli. Ricucire i vestiti usurati, lavare le camicie su lavabi in metallo, fare musica con i vicini di casa, raccogliere l’acqua piovana in un barile per lavare i capelli, la frescura della ghiacciaia nei caldi giorni estivi, tutte queste sono immagini evocative e appartenenti ad un altra epoca che l’ autore ci mostra in modo abile e diretto.

Il racconto è una testimonianza della bellezza che possiamo trovare nei gesti quotidiani appartenenti ad altri tempi e delle grandi capacità di Frazier come scrittore. La tragicità del finale rappresenta appieno lo spirito del 1874. Nell’epilogo vediamo Ada che legge il racconto di Ovidio in cui Baucis e Filomene, una coppia di anziani, vengono trasformati in alberi dagli dei. Rimane comunque una gioia amara.

Dicono che la guerra sia una nube sulla terra, ma che tempo fa l’hanno deciso loro e ora se ne stanno sotto la pioggia a dire piove ancora.

Ruby, da Cold Mountain 1998

Se vi piacciono le opere dedicate a questo periodo storico la novella di Robert Morgan: Brave Enemies, del 2001, è ambientata nel conflitto Americano precedente, la rivoluzione americana, su quelle stesse montagne della Carolina. Per altre buone letture riguardo gli spostamenti storici nord/sud negli States leggete Arnow Harriette con la sua The Dollmaker del 1954, che ci racconta di una famiglia capitanata dalla matriarca Gertie Nevels che si trasferisce dal Kentucky rurale alla città di Detroit durante la seconda guerra mondiale.

E per oggi è tutto, arrivederci carissimi lettori dell’ ignoto a presto.

2 risposte a “Cold Mountain: Storia di Guerra e Nostalgia 🐎”

  1. Avatar sillydeliciouslyf76523c1d3
    sillydeliciouslyf76523c1d3

    Molto bello!!!

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  2. Avatar Giganti della Letteratura: Dialoghi tra Sogni ed Illusioni | Alice Tonini

    […] Mentre i gruppi si sciolgono, abbiamo individuato un’ultima, cruciale conversazione. Inman (Cold Mountain), il soldato disertore in cerca della strada per casa, ha trovato la saggezza non in Ulisse, il viaggiatore per antonomasia, ma in un uomo in attesa. Lo abbiamo messo a confronto con Robert MacIver (Regole per vecchi gentiluomini), l’unico uomo reale tra i presenti, un ottuagenario che ha vissuto e ora si confronta con le sue memorie di guerra. L’urgenza della fuga e del ritorno di Inman è stata messa a confronto con la saggezza della sosta e la contemplazione del tempo. Il vero viaggio, ha suggerito MacIver, non è quello verso casa, ma quello verso l’accettazione del passato. Per l’emozionante riepilogo sul tema del Nostos (il ritorno a casa), leggi qui: Cold Mountain: Storia di Guerra e Nostalgia 🐎 […]

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